Guernica è (anche) opera nostra

Si racconta che alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, l’ambasciatore nazista di Francia Otto Abetz si fosse recato nell’appartamento parigino di Pablo Picasso e, notando sul tavolo una foto del quadro Guernica, gli avesse chiesto: “Avete fatto voi questo orrore, Maestro?” Al che l’artista rispose: “No, è opera vostra.”

Capita anche a noi, a volte, di citare questo aneddoto e queste frasi.

Quello che non diciamo mai è che quel giorno, il 26 aprile 1937, a bombardare Gernika c’erano anche aerei italiani. 

Raccogliamo e rilanciamo la sollecitazione a riprendere le ricerche e il dibattito storico che proprio oggi, a 84 anni dal bombardamento, arriva dal Museo de la Paz di Gernika.

Fundación Museo de la Paz de Gernika

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EUSK / CAST / ITA

Gaur, 84 urte geroago, Gernikan gertatutakoa gogoratuko dugu berriro. Gaur egun oraindik gai asko daude ikertzeko, eta horien artean, Gerra Zibilean eta Gernikako bonbardaketan Italiak izan zuen parte-hartzeari buruz sakondu nahi duten italiar hainbeste kiderekin lan historikoa, ikerketakoa eta hezkuntzakoa egin ahal izatea. 

Oraindik harritu egiten gaituzte hainbeste bisitari italiarren harridura-aurpegiek; izan ere, gure Bakearen Museora egindako bisitan, adierazten dutenean honen inguruan (Italiak Gernikako bonbardaketan izan zuen parte-hartzeari buruz) ez dutela ezer entzun edo ikasi. 

Lan handia egin behar da datozen belaunaldiek, Gernikakoek, Italiakoek, Alemaniakoek, gertatutakoa ahaztu ez dezaten.

Hoy, 84 años después volvemos a recordar lo ocurrido en Gernika. Todavía hoy sigue habiendo muchos temas por investigar, y entre ellos, el poder hacer un trabajo histórico, de investigación, educativo con tantos colegas italianos con interés en ahondar sobre la participación italiana en la Guerra Civil y el bombardeo de Gernika. Aún nos sorprenden las caras de perplejidad de tantos visitantes italianos que, en su visita a nuestro Museo de la Paz, dicen no haber estudiado nada sobre la participación italiana en el bombardeo de Gernika. Mucho trabajo por hacer para que las generaciones venideras, de Gernika, de Italia, de Alemania no olviden lo ocurrido.

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Oggi, 84 anni dopo, ricordiamo quanto accaduto a Gernika. Ancora oggi sono molti gli argomenti da approfondire, e tra questi poter fare un lavoro storico, de ricerca, educativo con tanti colleghi italiani interessati ad approfondire la partecipazione italiana nella Guerra Civile e ai bombardamenti di Guernica .

Restiamo comunque sorpresi, dai volti perplessi, di tanti visitatori italiani che, in visita al nostro Museo della Pace, dicono di non aver studiato nulla sulla partecipazione italiana al bombardamento di Guernica. 

Tanto lavoro da fare ancora perché le generazioni future, da Guernica, dall’Italia, dalla Germania, non dimentichino quello che è successo.

Un libro dalla Sicilia che va oltre i confini della geografia e della storia.

Nel prossimo mese di maggio avvieremo la seconda stagione della serie di trasmissioni LIBRI CONTROVENTO. Questa è una anticipazione di una delle prossime puntate.

Eleonora Corace e Matilde Orlando: COMPAGNI

Nulla die Edizioni. Piazza Armerina (EN), 2021 pagg. 202

Una premessa sentimentale. Avrei portato a casa un libro che si intitola “Compagni” e che ha in copertina la foto di un pugno chiuso anche senza dare primaria importanza al contenuto.

Ho rischiato qualche euro, pochi vista la ricchezza del romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando, e ne sono stato ampiamente ripagato. Perché l’attrazione della copertina non corrisponde esclusivamente ad una brillante operazione di marketing, ma sta a preludio di un testo davvero di grande coinvolgimento e passione e bellezza.

Eleonora Corace e Matilde Orlando sono giovani. Eleonora è del 1986, Matilde del 1988. Sono colleghe fin dai tempi dell’Università: hanno condiviso studio e ricerche filosofiche, sperimentando la scrittura collettiva in articolo e saggi. Questo è il loro primo romanzo, che ha richiesto un lavoro di due anni prima di essere dato alle stampe.

A fine lettura, ho sentito il bisogno di rivedere quel magnifico film del 1963 che è I COMPAGNI di Mario Monicelli.

In apparenza, a parte l’assonanza nei titoli, non c’è nulla in comune tra il romanzo e il film. Nel libro si parla della Sicilia contemporanea. Il film racconta le prime lotte operaie nelle fabbriche tessili torinesi a fine Ottocento.

Ma mi risuonava, anche dopo aver rivisto un film che forse all’epoca non riscosse il successo di pubblico e di critica che meritava, e che invece è opera di grande valore, una frase (tratta da Sebastiano Mondadori: LA COMMEDIA UMANA. CONVERSAZIONI CON MARIO MONICELLI. Il Saggiatore, 2005) riportata nel fascicoletto che accompagna il dvd.

Dice Monicelli: “Come al solito il mio interesse si incentrava su un gruppo di persone che progettano un’impresa superiore alle loro forze”.

Ed è, a me pare, fatte le debite distinzioni di epoca di realizzazione, di riferimenti d’epoca e di linguaggio, la stessa storia che viene raccontata nel romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando.

Anche Ivan, Michela, Giuditta e Chiara, principali protagoniste del racconto, insieme ai loro compagni e compagne sono “un gruppo di persone che progettano un’impresa superiore alle loro forze”.

A partire dall’assemblea universitaria che apre il romanzo, continuando con l’occupazione di un teatro da tempo abbandonato, proseguendo attraverso la prima sconfitta politica nel confronto delle istituzioni in direzione di una nuova occupazione di altro stabile e della formazione del Centro Sociale Zapata, fino alla occupazione delle basi militari americane, ad una illusione di vittoria con l’elezione di un sindaco ‘compagno’, alle successive amarezze, disillusioni e sconfitte.

Si racconta in queste pagine, ancora una volta, una storia che molti di noi hanno sentito narrare e forse anche vissuto direttamente,  in altre numerose occasioni. La storia di un movimento che vive la sua fase aurorale – gli entusiasmi, le grandi elaborazioni concettuali, spesso disordinate e confuse -, per passare attraverso lo zenith della lotta che fa pensare di aver raggiunto la possibilità di cambiare l’ordine delle cose,

fino alla parabola discendente che prelude alla dissoluzione dell’esperienza collettiva.

Ma la grande forza del racconto di Eleonora e Matilde è proprio quella di dare l’impressione a chi legge, appunto, di ascoltare una storia già nota che tuttavia sembra ancora una storia nuova.

C’è molto cinema, nelle pagine del romanzo. Sia citato direttamente che evocato. Come la festa in maschera organizzata per un compleanno in uno dei capitoli finali, che potrebbe far ricordare la festa di carnevale de I VITELLONI di Federico Fellini. O come nel sogno ad occhi aperti che fa vedere ad Ivan una sorta di ribellione animata dei crostacei durante una cena di famiglia al ristorante, che potrebbe stare benissimo in una puntata di South Park o nei primissimi esilaranti e deliranti cortometraggi a pupazzi animati di Peter Jackson.

C’è molta musica, dai CCP a Claudio Lolli, da Giorgio Gaber alla canzone popolare, con la bellissima Riturnella calabrese che affida ad una rondine le parole da recare all’amata.

E c’è molto amore, anche esplicitamente descritto con pagine di erotismo e di carnalità che non sottendono ad alcune prurigine, ma che stanno perfettamente nei caratteri e nelle psicologie dei personaggi di cui si racconta.

C’è, anche e vorrei dire soprattutto, una ricorrente e caparbia insistenza a riflettere su un tema – quello se abbia o non abbia senso dire “noi” – che è, probabilmente, “il” tema che tutti dobbiamo continuare ad avere presente anche in questi anni desolati.

Viene detto quasi subito, in uno dei capitoli di apertura, in un paragrafo che dà voce ai pensieri di Giuditta e che, a questo punto, va riportato per intero:

La tartassava un dubbio: gli altri? Non dovremmo pensare a tutti quanti? Non dovremmo fare in modo che gli altri diventino un Noi? Se continuiamo a dividere il mondo tra dentro e fuori del sistema – appuntava nel suo diario – un Noi e un Voi che marcano separazione e inventano differenze, genitori della discriminazione, non usciremo mai dal paradigma amico-nemico. Dovremmo piuttosto mescolarci e capire chi è questa gente per cui avrebbe la pena fare la rivoluzione. Non farla né al posto loro né per loro, ma con loro. Il punto decisivo non sta nel contro, ma nel con.

A metà circa c’è poi un riferimento alle riflessioni sul volto dell’altro che ci rimanda a Emmanuel Lévinas e che, pur non essendo la risposta definitiva, perché questo, per fortuna, non è un romanzo a tesi che pretenda di dare risposte, forse è un indizio di un possibile nuovo percorso da intraprendere in spirito di comunanza.

Il film di Monicelli termina con la fuga in Svizzera di Raul, l’operaio interpretato da Renato Salvatori, costretto ad allontanarsi da Torino perché la polizia, dopo una manifestazione tragicamente finita per mano militare, gli ha messo gli occhi addosso. Salendo sul treno che lo porterà a Lugano, Raul si saluta con Adele, la sua amata fino a quel momento riottosa. “Scrivimi!”, gli grida Adele. “Ma se non sai leggere!”, risponde Raul. “E tu scrivimi lo stesso!”.

Chi paga più di tutti alla fine del romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando è Rosamaria, personaggio di grande nobiltà tragica. Ma è proprio quel suo essere ‘pazza’ che ci fa riflettere se, per caso, i pazzi non siamo ancora una volta noi, che restiamo al di fuori del pieno coinvolgimento, fingendo che i sogni di gioventù possano essere infilzati in una teca come una farfalla morta, mentre sono ancora e sempre parte della nostra più intima sostanza.

Forse, anche grazie alle pagine di questo libro bello e importante, che Eleonora e Matilde hanno “scritto lo stesso”, non è troppo tardi.

Carlo Ridolfi

Diamoci del “tu”

Quando si uniscono, in un abbraccio letale, la stolidità professionale degli insegnanti con l’ossessione competitiva dei genitori, si producono mostri come quello, balzato al disonore della cronaca, della ragazza indotta a bendarsi durante una interrogazione a Verona.

Scrive Anna Bellaviti, insegnante di inglese a Castellammare di Stabia:

“Gli occhi chiusi solo quando ascoltiamo un sonetto di Shakespeare, o un pezzo di De André. Gli insegnanti dovrebbero insegnare a tenerli sempre aperti, gli occhi”.

Pare invece, in quest’epoca, che noi si sia costretti a dover scegliere fra due modelli di scuola (e di società) entrambi rischiosissimi.

Il primo modello è quello che potremmo definire “della metropolitana di Tokyo”: se scuola e società fossero dei vagoni, insegnanti e genitori sarebbero quei signori che hanno l’incarico di spingere quanta più gente possibile dentro gli stessi. Occupatori di spazi. A volte in antagonismo: insegnanti contro genitori e genitori contro insegnanti. A volte alleati nel produrre disastri.

Il secondo modello è quello della (falsa) alternativa libertaria e anarcoide. Tipo la festa per il compleanno di Bilbo Baggins nel (peraltro indispensabile) Signore degli anelli di Tolkien. Tutti allegramente invitati o imbucati, amici veri e parenti mal sopportati, profittatori dell’occasione e leali compagni di viaggio. In un’apparenza di convivialità che nasconde altre mire e altre violenze, tanto che, a un certo punto, Bilbo, che già non ne poteva più prima della festa, decide di mettere in atto il suo piano di fuga e scompare rendendosi invisibile grazie all’anello del potere.

In mezzo a questi due modelli stanno i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, sempre più affranti e, a volte, del tutto infranti.

Invece che occupare spazi gli educatori dovrebbero – lo disse con efficacissima sintesi papa Bergoglio nel suo discorso alla curia romana il 21 dicembre 2019 – impegnarsi a generare processi. Processi di condivisione dei saperi, di crescita comune, di confronto e di aggiornamento costante.

Si tratterebbe allora, ed è opera certo più lenta, più profonda, più faticosa e difficile, non di sfiancarsi nell’inseguimento del primo posto o di disperdersi nella pedagogia aleatoria, ma di agire per  indicazioni sia sui contenuti che sui processi di partecipazione e di costruzione delle decisioni.

Una delle giaculatorie di questi anni, che, come le parole “resilienza” o “empatia” è stata talmente ripetuta e decontestualizzata da diluire il suo significato fino a renderlo impalpabile, è quella del “dobbiamo passare dall’io al noi”.

“Noi” cosa significa? Noi tutti o noi (più o meno felici) pochi? Noi di una comunità ristretta, ben protetta, che si autogarantisce per omogeneità e identità assoluta? Come nelle gated community recintate e ipersorvegliate o, come ricorda Andrea Riccardi nel suo recentissimo libro “La chiesa brucia?”, ispirata a quella “Opzione Benedetto” propugnata dallo scrittore conservatore statunitense Rod Dreher, secondo la quale bisognerebbe costruire “villaggi cristiani”, “fuori dalla città secolare, capaci di creare una controcultura, di educare i figli in famiglia, di sfidare la maggioranza”? Così noi abiteremmo il nostro bel villaggio cristiano, altri “noi” abiterebbero quello antivaccinista e senza-mascherina, altri quello della costruzione dell’élite dirigente e così via.

Forse è il caso di proporre una strada diversa, quella del “tu”, del riconoscimento dell’altro come componente ineludibile del nostro esistere, quella che ci porterebbe verso il “tu-tutti”, e da Aldo Capitini o Emmanuel Lévinas, per fare solo due esempi di giganti del pensiero (e nel caso soprattutto di Capitini, anche dell’azione), non ci mancherebbero solidissimi riferimenti concettuali e pratici.

Indicare contenuti o processi alternativi significa, ad esempio, per i primi lavorare sulla necessaria riflessione e azione pedagogica in relazione alle questioni dell’identità di genere o sul recupero e la riaffermazione di una conoscenza storica non revisionista, fino a costruire veri e propri percorsi di studio popolare e diffuso (ci tornerebbe in mente l’esperienza decisiva delle 150 ore); per i secondi aprire una discussione che porti ad una riforma degli organi collegiali della scuola in senso più compiutamente partecipativo o alla proposta di un servizio civile per tutte le ragazze e tutti i ragazzi di maggiore età, valido anche ai fini contributivi, o a una riduzione degli orari di lavoro e così via.

Per qualcuno, vogliamo essere maliziosi, il passaggio dalla benda alla fucilazione (nel voto o nella valutazione morale) potrebbe essere breve.

Proponiamo invece di tenere ben aperti gli occhi e le menti, perché solo così possiamo evitare trappole, ingannevoli scorciatoie, trabocchetti e contribuire alla costruzione comune di una strada diversa.

Carlo Ridolfi

Quando i genitori pensano di essere gli unici depositari dell’educazione

Da:

Marco D’Eramo

Un estratto del quarto capitolo di un libro importante e recente, che ci può aiutare fornendo ulteriori elementi per un dibattito che non dobbiamo smettere di alimentare.

DOMINIO

LA GUERRA INVISIBILE DEI POTENTI CONTRO I SUDDITI

Feltrinelli. Milano, 2020.

4. Genitori con la pistola (Parent trigger)

Finora abbiamo assistito all’attacco contro la regulation nell’economia, nell’università, nella giustizia e, da ultimo, anche nel sistema delle adozioni. Ma quella che va sradicata è l’idea che ci si possa aspettare alcunché di positivo dalla collettività, da ciò che è comune, dal pubblico, dallo stato, o dal governo. E va sradicata fin dall’infanzia: dopo è troppo tardi. I pargoli vanno cresciuti a Nutella e liberismo, il che è impossibile se la scuola rimane pubblica, perché gli insegnanti, stipendiati dalle pubbliche finanze, non potranno sputare nel piatto in cui mangiano (o solo una minoranza lo farà). E’ quindi essenziale che la scuola sia privatizzata fin dalle elementari, anzi dagli asili nido. Ma come si poteva, per usare la terminologia di Milton Friedman, smantellare la “nazionalizzazione dell’industria educativa”?

La soluzione venne formalizzata dallo stesso Friedman nel 1955: “Gli stati [qui nel senso dei 50 stati Usa] potrebbero richiedere un livello minimo di istruzione che finanzierebbero dando ai genitori voucher riscattabili per una specifica somma massima per bambino e per anno se spesa in servizi educativi ‘approvati’. I genitori sarebbero allora liberi di spendere questa somma (e ogni cifra supplementare) comprando servizi educativi da istituzioni ‘approvate’ di propria scelta. I servizi educativi sarebbero allora forniti da imprese private che opererebbero per profitto o da istituzioni no-profit di vari tipi. Il ruolo dello stato si limiterebbe ad assicurare che le scuole soddisfino certi requisiti minimi, come l’inclusione di almeno alcuni contenuti comuni nei loro programmi, in modo simile a quanto si fa oggi per i ristoranti che vengono ispezionati per assicurarsi che mantengano livelli minimi di igiene”.

La strategia dei voucher rientra nell’idea più generale anch’essa proposta da Friedman, di “imposta negativa” (negative tax). L’idea è semplice: come i redditi al di sotto di una certa soglia sono esenti da imposte, e le tasse sono pagate come percentuali sui redditi incassati al di sopra di quella soglia [“imposta positiva”], così chiunque è al di sotto di quella soglia dovrebbe ricevere un sussidio proporzionato alla distanza tra il suo reddito e quella soglia minima. Come per la tassa positiva, così anche per la tassa negativa il calcolo della soglia tiene conto della dimensione della famiglia, del numero dei figli.

E’ chiaro che quella soglia è una soglia di povertà e quella tassa negativa è un sussidio di povertà.

Detta così, sembra un’idea mica male, ma bisogna analizzarne le implicazioni e i sottintesi. Innanzitutto, lo stato che si limita a erogare tasse negative ai meno abbienti ha rinunciato ad affrontare le cause che generano la povertà, e si prefigge solo di alleviarne gli effetti più macroscopici. Come diceva uno dei responsabili della politica economica francese sotto Giscard D’Estaing, Lionel Stoléru: “L’imposta negativa è […] totalmente incompatibile con le concezioni sociali che vogliono sapere perché c’è povertà prima di venire in soccorso. Accettare l’imposta negativa è dunque accettare una concezione universalista della povertà fondata sulla necessità di aiutare coloro che sono poveri senza cercare di sapere di chi è la colpa, cioè fondata sulla situazione e non sull’origine”.

E’ una concezione del welfare state completamente diversa da quella che ispirava i regimi socialdemocratici e il New Deal. Viene abbandonata ogni idea di redistribuzione dei redditi. Come scriveva Friedman nel 1962, “i vantaggi di questo dispositivo sono chiari. E’ diretto specificamente al problema della povertà. Fornisce aiuto nella forma più utile per gli individui, e cioè cash. E’ generale e potrebbe sostituire la miriade di misure ora adottate. Rende esplicito il costo sopportato dalla società. Opera al di fuori del mercato”.

Con la nozione di ‘soglia di povertà’, viene abbandonata ogni idea di ‘povertà relativa’, cioè di divario tra ricchi e poveri che andrebbe se non colmato, almeno ridotto, e viene adottata un’idea di “povertà assoluta”. Come dice lapidariamente l’ineffabile Stoléru: “La frontiera tra povertà assoluta e povertà relativa è quella tra capitalismo e socialismo”.

Un corollario non secondario di quest’impostazione è che “è reintrodotta la categoria del povero e della povertà che tutte le politiche […] dello stato sociale, tutte le politiche più o meno socialisteggianti avevano cercato di spazzare via dalla fine del XIX secolo”. [Michel Foucault]

Infine, questa tassa negativa (la deduzione delle spese mediche dalla dichiarazione dei redditi ne è una forma; un’altra è la deduzione delle spese scolastiche per i figli) sostituisce l’erogazione di servizi da parte dello stato (scuola pubblica, sanità pubblica, con insegnanti, medici e infermieri pubblici), cioè di servizi pubblici a tutti i cittadini, con l’emissione di assegni con cui i più bisognosi possano usufruire di servizi simili (anche se ovviamente di qualità inferiore). Cioè, istruzione e salute non sono più diritti dei cittadini, ma beni che gli individui-proprietari-di-sé comprano, casomai aiutati dalla collettività quando proprio se ne senta il bisogno. In questa concezione, lo stato dovrebbe limitarsi a finanziare privati (solo quelli bisognosi) perché acquistino da imprese private prestazioni commerciali (per esempio istruzione a pagamento, o sanità a pagamento), e non più servizi: non più servizio sanitario nazionale, ma voucher perché i più bisognosi possano farsi curare privatamente. Non più lo stato che costruisce edilizia popolare, ma che sussidia i bisognosi sul mercato degli affitti. E così via. Vengono chiamati Conditional Cash Transfers (CCT) e furono consigliati dai Chicago Boys nel Cile di Pinochet.

(…)

La trasformazione da servizi pubblici universali a prestazioni private solo per bisognosi dev’essere graduale, va attuata passo per passo nei diversi settori. E, da un certo punto di vista, la battaglia per privatizzare la scuola, per scardinare la “nazionalizzazione dell’industria educativa”, è la “madre di tutte le battaglie”.

Fin da Jean-Jacques Rousseau, l’istruzione universale è al cuore della nozione di governo legittimo:

La patria non può sussistere senza la libertà, né la libertà senza la virtù, né la virtù senza cittadini: avrete tutto se formate dei cittadini; senza di questo non avrete che cattivi schiavi, a cominciare dai capi di stato. Ora formare dei cittadini non è questione di un giorno; e per averli uomini, bisogna istruirli da bambini”.

Ecco perché

“l’istruzione pubblica sotto regole prescritte dal governo, e sotto magistrati stabiliti dal sovrano, è una delle massime fondamentali del governo popolare o legittimo”.

Per Rousseau l’istruzione pubblica è insostituibile perché non si può “abbandonare ai lumi e ai pregiudizi dei padri l’educazione dei loro figli”. [Economie politique, voce dell’Encyclopédie (1755)]

Invece il grimaldello usato per forzare l’istituzione della scuola pubblica è stato proprio la libertà dei genitori. Libertà educativa: perché mia figlia deve essere costretta a fare i compiti per tre ore al giorno mentre io preferisco che dedichi lo stesso tempo allo sport o al ricamo? Perché mio figlio deve andare in una scuola in cui gli insegnano che abolire la schiavitù è stato un bene mentre io credo (…) che in una società libera un individuo libero dovrebbe poter vendere se stesso come schiavo? Infine, libertà religiosa (soprattutto negli Stati Uniti): perché mia figlia dovrebbe essere indottrinata da una scuola laica quando la mia famiglia vuole inculcarle una sana devozione cristiana, musulmana o ebraica? Non sarebbe meglio se lo stato mi finanziasse con voucher cosicché io possa mancare mio figlio a una scuola cristiana, musulmana o ebraica secondo i casi?  

(…)

Ma se il voucher è lo strumento della privatizzazione della scuola in nome di “tutto il potere ai genitori (alla famiglia)”, si scopre che l’obiettivo intermedio più efficace non è il voucher, bensì proprio l’affermare il potere genitoriale. Così negli ultimi vent’anni le grandi fondazioni hanno finanziato movimenti di base che spingessero per far adottare nei vari stati quelle che sono state chiamate Parent trigger laws (leggi per cui sono i genitori ad avere il potere di “premere il grilletto”). Ecco come l’associazione Usa dei legislatori conservatori (Alec) ha definito questo tipo di legge: “Il Parent Trigger Act pone il controllo democratico nelle mani dei genitori a livello della scuola. I genitori possono, a maggioranza semplice, optare di procedere in una delle tre possibilità aperte dalla riforma: 1) trasformare la loro scuola in una ‘charter school’ [darla in gestione ai privati]; 2) versare agli studenti di quella scuola un voucher fino al 75% del costo dell’allievo; 3) chiudere la scuola”.

(…)

Le Parent trigger laws sono già state approvate in sei stati: California, Indiana, Louisiana, Mississipi, Ohio e Texas. Le approvazioni risalgono al 2010-2011. In realtà queste leggi permettono ai genitori non solo di chiudere una scuola o di venderla ai privati, ma, sempre a maggioranza semplice, di licenziare professori e presidi. E infatti la campagna in favore di queste leggi è presentata dalle fondazioni come una campagna per aumentare la qualità dell’insegnamento e l’efficienza degli insegnanti.

I successi di questa strategia possono essere misurati, non solo negli Usa ma anche in tutti i paesi europei, dalla sempre più diffusa resistenza, animosità, conflittualità dei genitori nei confronti degli insegnanti, “a protezione” dei propri figli. Si va dalla protesta per i troppi compiti, alle lamentele per l’incomprensione, fino – in casi ormai frequenti registrati dalla cronaca – alle aggressioni fisiche ai docenti. L’idea che i genitori siano i più qualificati per decidere come vadano istruiti i propri figli ha trovato nuovi argomenti e una nuova spinta con l’istruzione a distanza, la “telescuola” imposta dall’epidemia Covid-19, che ha accresciuto a dismisura nel dibattito pubblico europeo l’idea del voucher. Ma la riaffermazione del primato della famiglia si estende ben oltre l’istruzione: è visibile per esempio nella campagna No Vax contro la vaccinazione obbligatoria. Anche qui soggiace un ribadire la propria autonomia individuale e una implicita rivolta contro il pubblico, e la sua autorità.

Dall’infanzia all’adolescenza, il futuro è un presente di cui avere cura.

A margine della serata di discussione promossa mercoledì 31 marzo 2021 dall’associazione PALOMAR di Pistoia.

La tentazione era troppo forte e non ho saputo resistere. A sentir dire Palomar non ho potuto che pensare a Italo Calvino e ricordando il suo fondamentale lavoro mi è corsa la memoria anche alle sue frequentazioni con gli scrittori francesi e con l’Oulipo-Officina della letteratura potenziale e al loro e al suo costante richiamo ad esplorare le parole.

Sono andato quindi a cercare la definizione che il vocabolario dà di fragile – parola che spesso usiamo in questo periodo per definire i bambini e le bambine e le ragazze e i ragazzi – e ho letto: Che si spezza facilmente, se riferito a cose, o debole, gracile, delicato; di scarsa consistenza o durata, se riferito a persone o in senso figurato.

La domanda che mi pongo e che vorrei proporre è: siamo proprio sicuri che siano i bambini e i ragazzi ad essere deboli, gracili, di scarsa consistenza o – visto che, come dice anche il bellissimo titolo che è stato dato a questa discussione “Il futuro è un presente di cui avere cura”, anche per corso di natura essi dovrebbero essere di più lunga durata, il futuro gli appartiene – non siamo piuttosto noi adulti, a volte, se non spesso, ad essere davvero troppo fragili, soprattutto tenendo conto di quali dovrebbero essere i nostri compiti di educatori?

Se poi, oltre al vocabolario, consultassimo anche un dizionario dei sinonimi e dei contrari, troveremmo che il contrario di ‘fragilità’ è ‘resistenza’: Sforzo contrario che permette di opporsi all’azione di qualcosa o qualcuno.

Provo ad esaminare, facendo riferimento a tre film, alcune strategie di resistenza nell’infanzia e nell’adolescenza.

La prima è quella messa in atto – attenzione!, su ispirazione di un pessimo insegnante – dai piccoli protagonisti di Favolacce (Italia, 2020 di Damiano e Fabio D’Innocenzo, secondo me, parere di tignoso critico cinematografico, opera assai sopravvalutata): l’autoannientamento. La seconda sta in tutto il racconto di un film in questo caso molto sottovalutato come La guerra dei cafoni (Italia, 2016) di Davide Barletti e Lorenzo Conte, tratto dal bel romanzo di Carlo De Amicis: gli adulti vengono praticamente ignorati, come se non esistessero. La terza strategia è quella dei ragazzini e delle ragazzine di Tutti per uno (Le mainò en l’air, Francia 2010) di Romain Goupil: con efficacissima invenzione narrativa essi sono in grado di parlare una lingua che gli adulti non possono nemmeno percepire, come se fosse un ultrasuono della preadolescenza.

In questi mesi come associazione stiamo incontrando esempi di resistenza alla pandemia che molto spesso ci fanno ben sperare, se parliamo di ragazze e ragazzi, o mal sopportare, se parliamo di adulti.

Intendo dire che non è infrequente trovare negli adulti la resistenza intesa come opposizione insistita al cambiamento, come se la situazione precedente alla pandemia fosse priva di difficoltà e criticità. (Non è sempre così, ovviamente, abbiamo molti esempi preziosi, e li abbiamo anche documentati, di insegnanti che hanno attivato percorsi di sperimentazione didattica di grande intelligenza ed efficacia). I ragazzi e le ragazze, invece, spesso continuando a parlare un loro linguaggio segreto, stanno forse elaborando proprie strategie di resistenza attiva. (Anche qui non mancano difficoltà e fatiche gravi, come fenomeni di depressione o di autolesionismo, che non vanno sottovalutati. Anche per questo è necessario un ascolto attento dei segnali che ci inviano). Le conosciamo, queste strategie? Le vediamo? Le sentiamo? Siamo curiosi di capirle? Qual è il compito primo di un educatore se non quello di partire da uno sguardo attento e affettuoso alla realtà concreta dei nostri figli e delle nostre figlie, dei nostri alunni e delle nostre alunne?

Propongo una piccola playlist.

Fragile, si prende la parola in italiano o in inglese, è titolo che possiamo incontrare almeno in tre occasioni musicali. E’ titolo e prima traccia di un cd del 2001 di Fiorella Mannoia. E’ titolo di un disco, pubblicato nel 1971, degli Yes, gruppo inglese di rock progressivo. (La prima traccia si intitola Roundabout. La conoscono quelli come me che all’inizio degli anni Settanta erano adolescenti, ma anche gli adolescenti di oggi, almeno quelli che leggono manga e guardano anime, perché è la sigla finale delle prime due stagioni de Le bizzarre avventure di JoJo).

Ed è anche, Fragile, un brano inserito nel disco Nothing Like The Sun, realizzato nel 1987 da Sting. Colpisce apprendere, a proposito di quest’ultima canzone, che il musicista inglese l’ aveva dedicata a Ben Linder, un ingegnere civile statunitense ucciso nel 1987 dai Contras in Nicaragua mentre lavorava a un progetto idroelettrico e che, il 12 novembre 2016, Sting la scelse come brano di apertura nel concerto al Bataclan di Parigi, che ricominciava a vivere un anno dopo il terribile attentato di cui era stato fatto oggetto.

In quell’attentato morì la giovane veneziana Valeria Solesin. Come in un attentato morì a Strasburgo l’11 dicembre 2011 il giovane giornalista Antonio Megalizzi. Come in quello che possiamo definire un attentato al diritto, alla civiltà e all’umanità perse la vita nel gennaio 2016 Giulio Regeni.

Ho citato questi tre tragici accadimenti perché mi sembrano tre esempi – non gli unici – di come un terribile lutto possa generare forme di resistenza attiva e generativa. Pensiamo a come hanno reagito le famiglie. La famiglia di Valeria Solesin ha voluto una cerimonia di esequie nella quale fossero presenti rappresentanti della religione cristiana, di quella ebraica e di quella islamica. Famigliari e amici di Antonio Megalizzi hanno costituito una fondazione che ha come scopo quello di “portare il messaggio di Antonio in tutte le scuole: essere cittadine e cittadini europei consapevoli, informati e dotati di senso critico”. Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme alla figlia Irene, non hanno mai smesso di chiedere verità sulla morte di Giulio.

“Fragile”, mi dice il dizionario, deriva dal verbo “frangere”. Valeria, Antonio e Giulio sono stati “franti”, colpiti e uccisi da una violenza inaccettabile. “Franti” è participio passato. Ed è anche, forse qualcuno lo ricorderà, il cognome di uno dei personaggi trattati peggio da Edmondo De Amicis nel suo Cuore (“Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. E’ malvagio. (…) Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardare Franti. E quell’infame sorrise”).

Ne riparlò, molti anni dopo, un finissimo intellettuale come Umberto Eco che nel suo Diario minimo del 1963 inserì un imperdibile “Elogio di Franti”. (E va ricordato, per essere onesti, che a parte molte altre pagine di Cuore nelle quali possiamo trovare uno splendido elogio della scuola pubblica, Edmondo De Amicis scrisse anche due romanzi sul valore dell’istruzione per tutte e per tutti come Il romanzo di un maestro (1890) e La maestrina degli operai (1895) e un bellissimo romanzo sulla coscienza di classe socialista come Primo Maggio, rimasto inedito fino al 1980).

Sicuramente Valeria, Antonio e Giulio da bambini non erano dei Franti. Ma Franti, lo avrebbe riconosciuto forse anche lo stesso De Amicis, non era nato così, ma era ciò che il contesto socioculturale di origine aveva permesso o causato che diventasse.

E se Valeria, Antonio e Giulio sono esempi che possiamo portare anche ai nostri figli e ai nostri alunni di come si possa essere, grazie all’amore e alla cultura di chi ha cura di noi, non ‘franti’ ma ‘frangenti’, participio presente, cioè ‘resistenti’, forse, davvero, solo l’ alleanza virtuosa tra generazioni, a patto che noi si riesca prima ad udire e poi a comprendere il linguaggio segreto dei bambini e degli adolescenti, può farci intravedere il respiro di una speranza.

Speranza da concretizzare con scelte che si orientino a favorire l’autonomia e la consapevolezza delle generazioni alle quali abbiamo il dovere di lasciare un futuro aperto. In questo senso sarà necessaria, io credo, una generale presa in carico della proposta di istituzione di un servizio civile obbligatorio, di un anno, a una certa distanza da casa, non istituzionalmente coordinato dal Ministero della Difesa ma da altri di definizione non militare.

Ne riparleremo, ma cominciamo, insieme, a pensarci per elaborare una proposta da offrire alla discussione delle forze politiche.

Come sta la scuola? Il punto di vista di un genitore.

Intervento del coordinatore nazionale Carlo Ridolfi al convegno organizzato il 31 marzo 2021 da: VENETO CHE VOGLIAMO

Come persone che hanno a cuore l’educazione possiamo correre il rischio, in questo periodo, di fare due errori madornali.

Il primo è pensare che stiamo attraversando una fase eccezionale – lo è, naturalmente, anche, ma dopo un anno forse non possiamo più considerarla solo questo – e che, quando sarà finita, speriamo al più presto, potremo tornare alla precedente situazione, cosiddetta “normale”.

Il secondo è che, per affrontare le difficoltà di questa stagione durissima, sia sufficiente trovare soluzioni individuali o, tutt’al più, nel ristretto ambito famigliare.

Invece mai come oggi, io credo, è necessario far riferimento sia a tutto ciò che non andava bene prima, nell’epoca “normale”, e alle possibili soluzioni che esistevano ed esisto io per cercare di risolvere le difficoltà; sia riprendere il filo di un rapporto scuola-famiglia che in questi anni, per responsabilità di entrambe le agenzie educative, si è molto allentato, se non addirittura spezzato.

Cosa possiamo imparare, dunque, dalla pandemia?

Prima di tutto che sarebbe forse ora di smetterla di pensare alla realtà educativa come ad un mondo fatto di dentro-e-fuori. Quali sono, cioè, i luoghi nei quali i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi, apprendono e imparano? Non entità separate: la famiglia e la casa, la scuola (che abbiamo spesso considerato soprattutto come ‘aula’), i gruppi di pari in forma strutturata o incidentale (la parrocchia, il gruppo sportivo, gli scout, o semplicemente gli incontri sulle panchine del parco o alla fermata del bus), i media digitali con tutte le loro complesse e varie articolazioni.

Secondo: sarebbe altrettanto ora di smetterla di concepire l’esperienza scolastica come un luogo artificiale dove non ci si concentra mai sul qui-e-ora, ma ci si proietta sempre su una stagione che segue. Il nido serve a preparare all’infanzia, l’infanzia alla primaria, la primaria alla secondaria di primo grado, la secondaria di primo a quella di secondo, la secondaria di secondo grado all’università. O, come da molte parti viene ribadito con insistenza in questi anni, la scuola deve preparare al mondo del lavoro. (Senza magari mai interrogarsi se il lavoro ci sia, di quale tipo, con che diritti e con che doveri per i lavoratori e le lavoratrici).

In sintesi: possiamo iniziare a pensare che il luogo dove si apprende e si impara è la vita e il tempo dev’essere qui e adesso?

Se sono valide queste premesse, ciò che dovremmo fare, insieme – genitori, insegnanti, amministratori, esponenti di associazioni etc. – è aprire canali di comunicazione e di confronto costanti. Ciascuno nel suo ambito di azione e secondo le proprie competenze, ma con il fine comune di provare a favorire la crescita equilibrata, individuale e sociale, dei ragazzi e delle ragazze.

Abbiamo solidissimi riferimenti, ai quali rivolgerci. Prima di tutto la Costituzione. Se ci ricordassimo di ricordare almeno l’art. 3 (E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…), l’art. 30 (E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli…) e l’art. 34 (La scuola è aperta a tutti…) avremmo già una bussola di orientamento ben salda.

A partire da qui mi sento di dire che una delle azioni collettive che si dovrà fare è quella della opposizione più decisa e irrinunciabile a qualsiasi progetto di autonomia differenziata o regionalizzazione del sistema di istruzione. Affidare alle Regioni la possibilità di elaborare i piani di studio o di stabilire i criteri per l’assunzione degli insegnanti significherebbe infliggere un colpo mortale alla scuola come diritto per tutte e per tutti.

Cosa si può fare, in pratica?

Per esempio:

a) Ricorrere allo strumento innovativo dei Patti Educativi di Comunità (ci sono esempi in varie città, da Roma a Napoli a Milano, di recente anche a Padova nell’IC VII; noi ci stiamo lavorando con cinque comuni della Zona Sociale 3 in Umbria) per mettere intorno a tavoli progettuali amministratori e funzionari degli enti locali, dirigenti scolastici e insegnanti, rappresentanti di associazioni, con lo scopo di costruire progetti comuni di intervento per le fasce di popolazione più giovane.

b) Legare la necessità di mettere in sicurezza gli edifici scolastici (non soltanto per la minaccia del Covid 19: servono interventi di vario tipo, da quelli strutturali a quelli relativi agli impianti elettrici, idraulici, di riscaldamento e di areazione) ad una ridefinizione più ampia degli spazi limitrofi, anche e soprattutto in termini di rigenerazione urbana. E’ partito da Milano, ma ha assunto dimensioni nazionali, il progetto Scuola sconfinata, che produrrà a breve un libro collettivo realizzato con la Fondazione Feltrinelli, nel quale saranno inseriti molti esempi pratici e proposte concrete.

c) Attivare in tempi brevi gruppi di mutuo appoggio scuola-famiglia (il 27 febbraio scorso ne abbiamo attivato uno inter-regionale, coordinato dal professor Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia interculturale all’Università Milano Bicocca; entro aprile faremo partire anche un ciclo di incontri per genitori e insegnanti a Padova). Mutuo appoggio significa confronto sui disagi e sulle difficoltà che tutti e tutte stiamo vivendo, individuare possibili azioni comuni, costruire piccoli ma incisivi progetti concreti. (Due esempi minimi, ma significativi: se qualche insegnante si sogna di chiedere che nelle interrogazioni a distanza i ragazzi si bendino, comunicare immediatamente come famiglie che si autorizzeranno i ragazzi a non farlo – anche perché dalla benda alla fucilazione, se pure solo morale o didatticamente valutativa, il passo è breve; stipulare ‘Patti fra gente onesta’ secondo i quali le famiglie si impegnano a seguire la costante applicazione per lo svolgimento dei compiti a casa – dalla secondaria di primo grado in su – e, nel contempo, gli insegnanti si impegnano a limitare alle ore 12 del venerdì la comunicazione degli stessi – perché non si può accettare che alle 17 della domenica arrivino mail con nuovi compiti da fare).

Non sono che alcuni esempi, fra i moltissimi possibili, di azioni che dovrebbero anche avere un riferimento necessario nell’azione politica e amministrativa, per un dialogo costante fra cittadini e governo locale, senza il quale la prospettiva rischia di essere quella di un mondo di sudditi, che spesso si arrangiano come possono per il proprio “particulare”.

Ma quel mondo è quello in cui prevarrebbe la legge del più forte. Il legame sociale, invece, ce lo dice il buon senso, ancora prima che l’etica e la politica, tiene solo se nell’intreccio delle relazioni si proteggono prima di tutto i soggetti più fragili.

Anche perché, diciamoci la verità, solo un senso di onnipotenza quasi patologico potrebbe farci autoconvinti del fatto che a noi sperimentare la fragilità non toccherà mai.

Non abbiamo bisogno di eroi, ma di donne e uomini che nel lavoro quotidiano costruiscano socialità.

Il teatro come respiro

In questo periodo più che mai il teatro e le arti sono parti fondanti di una comunità, eppure ora più che mai non c’è, di fronte all’obiettiva situazione di difficoltà, una presa di posizione che si traduca in un atto concreto di sostegno e affermazione di un valore necessario. Credo che la scuola possa rappresentare un presidio culturale che nel contribuire alla crescita contribuisca a trasmettere valori di cittadinanza e civiltà. Per  questo chiedo ai docenti e alle docenti che lo sentono autentico, di scrivere alcune righe di risposta a questa domande “perché il teatro ha un senso oggi e come nella pandemia può ancora esistere? ” . Avendo esperienza diretta nella scuola mi piacerebbe raccogliere le vostre testimonianze e pubblicarle usando ogni strumento affinché la scuola si faccia carico nel suo ruolo culturale di sostenere in tutte le forme possibili il teatro e l’arte e se ci sono , citare esempi e buone pratiche messe in atto nonostante la pandemia. Osiamo abitare tutti gli spazi possibili di vita  e alimentiamoli per tutto ciò che ancora ci è dato fare,nel rispetto del reale ma contro ogni forma di paralisi vitale. Rispettiamo l’emergenza ma alimentiamo soluzioni. Non attendiamo la fine dei problemi per tornare a vivere, cerchiamo di vivere ogni possibile soluzione per attraversare la pandemia alimentando la vita. Per noi e per chi verrà dopo di noi. Oltre che il virus anche la fiducia può essere contagiosa. Fate girare tra docenti e raccogliete risposte da inviare a tonio.69p@gmail.com

Antonio PANELLA – Attore – TEATRO VELATO

Le restituzioni di insegnanti e ragazze e ragazzi

Ciao Antonio! Perchè il teatro ha un senso oggi?Per me, visto che il teatro trasfigura la realtà oggi ha il valore di riconetterci (oltre le connessioni forzate e,ahimè, spesso,deprivanti)con la “vita normale”fatta di slanci verso gli altri,di esperienze con i sensi…Può esistere nella pandemia ?Tu già con la “soluzione “del Teatro Postale hai dato prova di questo.Per me,potrebbe esistere all’aperto,sicuramente a scuola nei nostri giardini, o in parchi,in piccole piazze di paese;incomincerei da piccole realtà e dimensioni ma con un filo conduttore unico con cui far rete :esprimersi non solo per resistere ma per ricordare di esistere nel sentire,immaginare,dialogare.
Ti saluto !Buona serata.

Caro Antonio,

le racconto quello che è stato per me l’esperienza del teatro quest’anno con la II media.

Sicuramente è stata un’esperienza faticosa: per problemi di orario non ho potuto seguire le

prime lezioni e sono arrivata a “lavoro iniziato” e anche se la mia collega mi teneva

aggiornata non è la stessa cosa; inoltre ero un po’ preoccupata per i problemi con la

connessione per la ragazza in dad e per il comportamento di alcuni. Nonostante questo è

stata un’esperienza preziosa, che mi ha permesso di scoprire o riscoprire alcuni lati dei

ragazzi, in particolare il giorno della stesura della lettera vedere alcuni commossi o sentire

quello che hanno scritto nell’ultima lezione mi ha davvero toccato e confermato nel fatto di

quanto questo lavoro sia stato importante e come stia portando frutti rispettando i tempi di

ognuno.

Per questo la ringrazio tantissimo!!

Ho chiesto ai ragazzi di raccontare la loro esperienza come eravamo d’accordo; per praticità

di condivisione le riporto qui sotto.

Grazie davvero!

Giuditta

Caro Antonio, 20/03/21

questa esperienza con te è stata una cosa diversa dal solito, ma molto bella.

È stato un laboratorio che non avevo mai fatto e per questo ti ringrazio tantissimo di essere

venuto a darci il tuo tempo.

Spero che in futuro ci potremo vedere per un altra esperienza.

Tanti saluti.

William.

Per Antonio

Io ringrazio Antonio perché durante le sue lezioni mi sono divertita.

Nella ottava lezione (quando siamo andati in giardino) mi sono molto rilassata e quando

sono arrivata a casa dopo scuola ero ancora più rilassata di prima

Grazie Antonio

Alice

Il teatro mi ha aiutato a parlare di più davanti ai miei amici dei miei sentimenti, ad

ascoltarmi e ad ascoltare gli altri. Mi è servito per imparare a non vergognarmi di ciò che

penso e dico e credere nelle mie idee.

A me questo laboratorio è piaciuto molto e mi sono divertita, spero di rifarlo il prossimo

anno.

Benedetta

20-03-21

Caro Antonio,

Capisco che gestire classi e classi di adolescenti e non, non sia proprio una passeggiata, ma

tu ce la stai facendo! Sta appassionato molti e il suo trucco qual è? Io l’ho compreso! Tanta

dedizione per il suo lavoro, fiducia costante nei nostri confronti e cercare di trasmetterci la

morale dei suoi esercizi e la sua passione . Le dirò la verità, ancor tutt’ora mi sto sforzando a

riuscir a fare con serietà i suoi esercizi e con l’interesse che magari hanno altri miei

compagni, ma ci sto provando. Comunque è sempre bene provare che dire subito di no!

Nicola

Teatro è stato bello anche se è durato troppo poco.

Mi è stato utile per conoscere più me stesso grazie alle domande che Antonio ci faceva

durante i suoi racconti.

Tommaso

20/03/2021

Caro Antonio,

intanto, come stai? Volevo raccontarti in questa lettera, che cosa ho provato e come mi sono

sentita, quando ho vissuto questa meravigliosa esperienza. Sono davvero grata di averti

conosciuto, e non mi dimenticherò di tutti questi unici giorni passati insieme.

La prima volta che ci siamo incontrati, ero un po’ in imbarazzo per fare gli esercizi,

soprattutto quello degli occhi chiusi. Non sapevo se gli altri li avessero davvero chiusi e

pensavo quindi che mi potessero guardare. Certe volte mi veniva da ridere sentendo i miei

compagni, ma poi col passare delle lezioni è diventata una cosa davvero normale e non mi

sentivo più in disagio o insicura.

Quando c’era silenzio ero in pace con me, i pensieri negativi e tutti i dubbi, sparivano e

scavavo sempre di più in me, per capire cosa sentivo e cosa volevo veramente. Mi sono

sentita come una nuvola leggera sospesa nell’aria e che venivo trascinata dal vento. È stato

fantastico.

Il mio esercizio preferito era stato quello della zattera, mi è piaciuto veramente, perché ti

faceva capire, se osservavi, se il tuo posto era davvero quello o se per caso dovevi spostarti.

Per me, quindi, era stato un esercizio di osservazione. Ma la parte di quell’allenamento che

ho amato di più, è stato quando avevi messo quella musica lenta, rilassante, significativa.

Ascoltando la musica ho provato una sola sensazione: libertà. Non stavo pensando a niente,

mi sono lasciata andare ed è stato davvero liberatorio per tutti i miei pensieri. Sono

cresciuta, quindi ti vorrei solo ringraziare.

A presto

Beatrice

20 Marzo 2021

Teatro per me è stata una bellissima esperienza mi ha fatto capire molte cose,

mi dispiace che è quasi finito…

L’incontro che mi è piaciuto di più è stato quello in cui siamo andati in giardino e dovevamo

cercare di non distrarci!

È stata un’avventura fantastica😃

Grazie Antonio

Miriana

Caro Antonio,

grazie tante di questa bellissima esperienza che è stata fare teatro con te; mi ha fatto

cambiare il modo di guardare il mondo anche le più piccole cose che ci circondano.

Davvero grazie mille!

Carlotta

Il teatro per me è stata un’ esperienza che…

A me il teatro è servito per rilassarmi e pensare.

Gli esercizi mi sono serviti molto, perché mi sentivo io da sola, senza nessuno che mi

Distraesse da quello stavo facendo e pensando.

È stata un’esperienza molto interessante e bella, ma soprattutto utile.

Sono riuscita a concentrarmi di più facendo l’esercizio ad occhi chiusi, mi sono impegnata

ad ascoltare i rumori e i suoni nell’esercizio all’aperto.

Lo rifarei, magari con qualche altro esercizio un po’ diverso da quelli che abbiamo già fatto!

Non sono ancora riuscita a capire l’esercizio dell’improvvisazione, perché mi è sembrato

difficile per me e per il mio corpo, però ovviamene ci ho provato.

Grazie Antonio.

20 Marzo 2021

Caro Antonio,

grazie mille per l’esperienza che ci hai regalato.

Mi ricorderò per sempre questo percorso che mi ha fatto vedere la vita da altri punti di

vista e mi ha fatto riflettere.

All’inizio ero molto curiosa di scoprire cosa avremmo fatto e ora posso dire di essere

veramente felice di aver fatto questa esperienza.

Il momento che mi è piaciuto di più è quando siamo andati a fare un esercizio all’aperto

permettendomi di ascoltare i rumori della natura: il canto degli uccellini, il ruscello vicino e

il vento.

In questo modo ho imparato ad apprezzare il silenzio e da oggi, appena ne sentirò il

bisogno, cercherò un luogo dove potermi concentrare ad ascoltare la natura e i miei

pensieri.

Purtroppo sono piena di impegni e per questo motivo è sempre più difficile avere momenti

liberi ma, grazie a te, ho scoperto che bastano solo tre minuti per vedere le cose in modo

più sereno.

Gaia

A me questa esperienza del laboratorio di teatro è piaciuta perché era calmante e mi faceva

stare meglio, tra l’altro in queste ultime settimane di teatro stavo rileggendo “Vuoi diventare

un Jedi? – L’impero colpisce ancora” dove ci sono scritte le lezioni di come diventare un

Jedi e parla di stare in silenzio e ascoltare il proprio respiro come facevamo a scuola.

Alberto

Caro Antonio, 21-03-21

Antonio ti volevo ringraziare per la bellissima occasione che ci hai dato.

Sono riuscita con la tua pazienza e gentilezza a vivere dei momenti intensi di piacere e

anche a condividerli con gli altri e a scoprire il fascino di ascoltarsi ;ho capito che non ci si

ascolta solo con le orecchie ma anche con il cuore.

Tutti i giorni tornavo a casa piena di carica e arricchita di entusiasmo per tutto quello che

ho imparato e che ho potuto condividere con la classe e la mia famiglia.

Grazie ancora per gli splendidi momenti di gioco e vita trascorsi assieme in questi giorni.

Bellissimi giorni passati insieme grazie mille,è stata un’esperienza unica mi sono sentita

cambiata!

P.S speriamo di rivederci presto!

da Anna

Io la volevo ringraziare è stata un’esperienza molto divertente e nuova. La ringrazio molto

mi sono divertita

Valentina

Caro Antonio,

questa esperienza è stata molto divertente anche se ero in dad, però comunque mi è piaciuta

molto e spero di rivederci presto.

Eugenia

Caro Antonio,

ti ringrazio di questa esperienza che ci hai offerto perché mi ha fatto scoprire degli aspetti

nuovi della realtà.

In particolare ci sono stati due momenti che mi hanno riempito di stupore: il primo è stato il

laboratorio in cui eravamo in piedi ad occhi chiusi con un sottofondo musicale. Al tuo tocco

dovevamo aprire gli occhi e muoverci nello spazio passando tra i compagni. La percezione

che mi ha colpito è stata quella di avvertire anche il movimento dell’aria quando i compagni

si avvicinavano: davvero non immaginavo che l’attenzione potesse aumentare così tanto

creando l’atmosfera giusta. Ho provato un’emozione bellissima!

La seconda esperienza che mi ha fatto diventare più consapevole delle relazioni con gli altri

è stato il gioco della zattera. In questo caso dovevamo camminare nello spazio, seguendo le

tue indicazioni, senza lasciare punti vuoti. Mi è piaciuto perchè era necessaria una sintonia

tra noi compagni per poter svolgere correttamente l’esercizio.

Siccome non amo mettermi in mostra, all’inizio l’idea del teatro mi preoccupava un po’, poi

ho capito che il lavoro che proponi è soprattutto interiore e di collaborazione.

Ti saluto con gratitudine e simpatia

Luca

Antonio in questa esperienza All’inizio ero un po’ scettico e avevo poco interesse, ma già

dalla seconda lezione mi sono interessato e appassionato già di più al corso; a me piace

particolarmente la recitazione e in generale apprezzo molto gli attori che si immedesimano

bene nelle loro parti e lei con questa esperienza mi ha fatto trovare nuove percezioni

dell’ambiente dove lavoravamo ed esperienze. Mi piacerebbe molto anche che lei non

diventi una di quelle persone che una volta terminato questo percorso non rivedrò mai più.

Spero che un giorno ci rincontreremo è che lei non sarà un semplice e breve passaggio

nella mia vita sia come istruttore che come conoscente.

Alessandro

caro Antonio …

facendo questa esperienza del teatro ho provato una sensazione di pace e tranquillità, quello

che prima non riuscivo a provare perché non avevo una certa concentrazione, ti ringrazio

sopratutto perché mi hai permesso di dire cose personali, anche se le ho dette solo a te, o ad

altre persone ma in anonimo.

grazie per avermi fatto uscire dal cuore queste cose preziose per me.

Leo

Per me il teatro è stata un’esperienza che ricorderò, grazie a lei, ho migliorato in moltissime

cose, mi ha davvero aiutato a migliorare me stesso.

È riuscito a trasmettere molto!

La ringrazio moltissimo per questa esperienza meravigliosa, grazie per tutto!

Buon continuo, spero che lei possa trasmettere ad altre persone quello che ho provato.

Buon continuo!

Nicolò

Ciao Antonio,

all’inizio pensavo che il teatro non mi servisse a niente. Poi però ho capito che se ascolti,

senti delle cose che non avresti mai sentito.

Martino

Ciao Antonio,

per me il teatro è stato un’esperienza che mi ha insegnato a stare in silenzio, a riconoscere

meglio le mie emozioni e ad ascoltare meglio i suoni della natura che ci circonda mi dava un

senso di libertà perché potevo con la mente immaginare di essere in un posto che mi piaceva

come un sentiero di montagna. Lei ci ha fatto capire che prima di recitare dovevamo

imparare a trasmettere le emozioni agli altri. Ho imparato ad apprezzare il silenzio ancora di

più ed era molto difficile visto che eravamo circondati da continui suoni e rumori.

Ciao

Sofia

…e nel frattempo nel nido dei merli si preparano grandi arrivi…

Di merli, allocchi ed altri volatili.

Noi restiamo testardamente convinti che la regola dell’azione educativa degli insegnanti sia quella della passione, della competenza, dell’aggiornamento e dell’attenzione continua agli studenti e alle studentesse.

Ma, qualche volta, non è male far rilevare anche qualche eccezione.

Ogni tanto ci raccontano di insegnanti che chiedono ai ragazzi e alle ragazze di rispondere alle interrogazioni a distanza tenendo visibili le mani e chiudendo gli occhi. O, peggio ancora, imponendo loro di bendarsi. (E in questo caso, davvero, il passo tra la benda e la fucilazione, intesa almeno come voto, sembra esser davvero breve).

O – come riportato in un articolo di Valentina Santarpia sul Corriere della sera del 26 marzo – insegnanti come una professoressa di matematica del liceo Gioia di Piacenza, che racconta (pure vantandosene): “Dopo averne parlato coi genitori, faccio installare agli studenti una webcam esterna che riprende la postazione. Appena inizia la verifica faccio partire la registrazione e se qualcosa non mi torna, la riguardo. Così ho scoperto un ragazzo che si era allontanato un attimo. L’ho invitato a spiegare il compito, visto che l’aveva fatto così bene, e ha confessato”. (‘Benda’; ‘confessione’, ma quale concezione inquisitoria e punitiva sta alla base del lavoro di questi insegnanti?).

Il professor Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia interculturale all’Università di Milano Bicocca, coordinando con grande generosità il primo incontro del gruppo di mutuo appoggio per genitori di adolescenti che abbiamo riunito in Zoom il 24 marzo scorso, sottolineava che non sono tollerabili neppure dal buon senso, oltre che da riflessioni pedagogiche adeguate, simili irruzioni in quello spazio – anche per noi alla loro età, se siamo onesti, era così – quasi sacro che è la camera di un o di una adolescente.

Forse insegnanti di questo tipo hanno in mente di aver davanti schiere di allocchi. Rapaci, peraltro, di grande bellezza e intelligenza che, a causa dei loro grandi occhi, sono entrati nel linguaggio comune col senso figurato di “sciocco, tonto, facile da raggirare”.

Come diceva il professor Mantegazza, se la scuola iniziasse ad occuparsi di quel che i ragazzi e le ragazze sanno (che non sempre e non necessariamente è appreso in aula) e si interessasse di meno alla ricerca a volte ossessiva di quel che non sanno, forse la vita sarebbe migliore per tutti.

Soprattutto nell’adolescenza, i ragazzi e le ragazze possono soffrire anche con effetti molto gravi in situazioni come quelle che abbiamo descritto.

Ne parla, in quella che è secondo noi una accorata e geniale improvvisazione d’attore, Antonio Panella, uomo di teatro che vive e lavora in Liguria, che ha inviato un’audiolettera destinata ad una ragazza, che potrebbe valere per molti dei nostri figli e delle nostre figlie.

Poi, per tornare alla regola nella quale perseveriamo a credere, un’altra insegnante, Marianna Barbanera, di Cannara, invia le foto, fatte da lei e dalla figlia Chiara, del nido di merli scoperto in un albero vicino casa e dei merli stessi dentro il nido.

Anche “merlo” sarebbe sinonimo di ‘persona facile da abbindolare’, ma nessuno dei ragazzi e delle ragazze è merlo o allocco in questo senso.

Piuttosto vorrebbero forse spiccare il volo, a patto di non incontrare adulti che tarpino loro le ali. E sarebbe davvero bello se, come insegnava Paul Valéry, li aiutassimo ad essere leggeri come l’uccello, che sa dirigere il suo volo, e non come la piuma, che può solo essere in balìa dei venti.

(Cannara, per inciso, è quel bellissimo borgo dell’Umbria nella quale san Francesco predicò agli uccelli. Il santo di Assisi era un gigante e sapeva bene come parlare al mondo. Molto più modestamente, senza aspirare a tanta grandezza, forse dovremmo riflettere sull’immagine di quel nido e valutare se il nostro compito di educatori sia quello di abbatterlo con la pigrizia delle nostre certezze o, invece, di costruirlo, accogliere i suoi ospiti e far in modo che lo possano lasciare con la sacrosanta autonomia che spetta alla dignità di ogni essere umano).

Carlo Ridolfi