LETTERA APERTA ALLA SCUOLA CHE NON AVVERRÀ’. Collettivo SINEDDOCHE

Diamo volentieri ospitalità a questa lettera aperta che parla di un tema che dovrebbe star a cuore a tutte e tutti noi.

Il nuovo concorso straordinario 2020 poteva essere un’occasione ed è stata mancata. La pandemia ha radicalmente cambiato le vite di tutti e la scuola è tornata al centro dell’attenzione. Finalmente! Tutti, giustamente poiché è cosa pubblica, hanno parlato di scuola. Tranne i ragazzi e le ragazza e chi poteva cambiarla. Perché formulare un concorso straordinario senza che lo sia veramente? Perché ricalcare un concorso simile all’ordinario del 2016? Diamine, c’è una pandemia! Si parla di DAD! Perché chiedere ai candidati di simulare delle unità didattiche di apprendimento, o lezioni o segmenti di esse, come se fuori non ci fosse l’apocalisse? Infatti, chi ha progettato ambienti di apprendimento a distanza è stato bocciato. Chi non ha seguito pedissequamente qualcosa di cui si è dibattuto affinché fosse superato, è stato escluso. Così dicono i reduci dalla trincea. Ma le commissioni erano stanche e provate da mesi duri ed è comprensibile. Commissioni senza logiche pedagogico-educative d’avanguardia, univoche.

Ecco che allora si recluta come si può e non come la pandemia ci ha indicato. E dunque, perché non provare a porre quesiti reali applicabili al contingente? Perché fingere di fare bene un compito che non serve a nulla e a nessuno? I docenti, seppur precari (con almeno tre anni duri alle spalle) sanno bene dove andare a parare, non dove e come pascolare. Se a campione una commissione formata da pedagogisti, ricercatori, accademici, presidi in quiescenza, genitori, valutasse le prove dei candidati, troverebbe un mondo e non una lista di condannati a morte.

La scuola deve essere inclusiva. Gli spazi vanno rivisti, sia quelli fisici che quelli di apprendimento e, allora, perché non il reclutamento? Dunque questo concorso, nato proprio in pandemia, perché è stato progettato come se non lo fosse? I docenti sono duttili, resilienti, hanno la capacità di intercettare e perché invece devono replicare ciò che probabilmente non ci sarà più? E’ stata fatta alla comunità educante una grande offesa, un grande torto. Sono stati valutati con la censura. Si è negato ciò che è tuttora in corso. Si è rimossa una pandemia. Non andavano fatte, dunque, queste prove? Nei mesi scorsi molto se n’è parlato. Una volta bandite, andavano espletate, ma dando la possibilità di rispondere a quesiti che parlavano di esami di maturità (nel caso della secondaria di secondo grado) con risposte che prevedessero, almeno, la possibilità di un esame orale, come già avvenuto per lo scorso anno scolastico. Prevedibile? Sì. Nulla di tutto ciò è accaduto. Come se fosse il 2016. Ma vi pare reale o è distonia? O sciatteria? Dunque le commissioni più ligie si sono adeguate accettando che si parli nel 2021 ancora di programmi, di griglie di valutazione, di scritti alla maturità canonica. Chi ha concepito queste prove? Perché? Come si può chiedere ai docenti di resettare il presente? Perché spendere soldi pubblici per un concorso che di straordinario ha solo il ricordo del precedente? E’ stata fatta una prova dunque fuori fuoco. E’ stata fatta una prova che accetta le buone conoscenze del tempo prima del Covid. La colpa può dunque essere degli inermi candidati o della ligia eventuale commissione di turno? No! Un cortocircuito imbarazzante.

C’è chi ha obbedito e chi ha trasgredito, osando ed entrando in nuove dimensioni sincrone ed asincrone, per onestà, ed è stato ritenuto non idoneo. Ma non è colpa della commissione che si è attenuta alla regola, al bando surreale. Peccato che la regola fosse sbagliata. E così si offendono docenti, presidenti, commissari, formatori, ricercatori, pedagogisti, ma soprattutto intere famiglie e intere generazioni di giovani che hanno bisogno di essere intercettati. Peccato che tutto cadrà nel dimenticatoio del tira a campà in un momento storico unico in cui la scuola deve fare la differenza. Oltre la retorica della DAD dei banchi a rotelle, dei protocolli, delle rime buccale, c’è anche questo. Ci sono soldi investiti e traditi e occasioni perdute, ancora una volta.

Collettivo SINEDDOCHE

15 maggio ore 15:00: incontro con Mariateresa Muraca

Siamo felici di annunciare che sabato 15 maggio alle ore 15:00 organizzeremo – in collaborazione con INDICI PARITARI PIU’ DONNE NEI TESTI SCOLASTICI E UN NUOVO LINGUAGGIO un incontro in diretta FaceBook e in gruppo di lavoro Zoom con Mariateresa Muraca dal titolo:

LA DIFFERENZA DI ESSERE DONNE COME MOTORE DI “POLITICA PRIMA”. Riflessioni a partire da un’etnografia collaborativa col Movimento delle Donne Contadine in Brasile.

Obbedienza critica

L’obbedienza non è più una virtù, eppure don Milani la praticava con rigore. 

Nel suo libro Tutti i banchi sono uguali. La scuola e l’uguaglianza che non c’è (Einaudi, 2017), Christian Raimo dedica un capitolo a don Lorenzo Milani, polemizzando con piena ragione con quanti, da Paola Mastrocola a Ernesto Galli Della Loggia, lo descrivono come il profeta di una scuola ‘facile’, ‘buona per tutti’, ‘permissiva’ e ‘priva di impegno serio’.

La realtà storica, confermata più e più volte dalle testimonianza degli ex-allievi di Barbiana e di coloro che don Milani l’hanno conosciuto, era affatto diversa.

Nelle stanze della canonica sul Mugello si faticava otto ore, trecentosessantacinque giorni l’anno, trecentosessantasei in quelli bisestili, perché il riscatto sociale e culturale che don Lorenzo invocava per i suoi ragazzi doveva passare non da generose quanto paternalistiche elargizioni dall’esterno, ma da un processo di liberazione interiore, lungo e duro, ma proprio per questo di valore enormemente maggiore.

Nella complessa figura di don Milani, tuttavia, c’è, fra le molte, una questione che appare ancora controversa e degna di approfondimento.

Com’è possibile – per riassumerla in una domanda – che un uomo tanto deciso a difendere le sue idee e le sue azioni sociali (e politiche), sia stato anche tanto fedele alla Chiesa cattolica da apparire, a volte, persino un acritico esecutore di ordini?

Questa potrebbe, almeno, essere l’impressione.

C’è un piccolo libro pubblicato dalla stessa casa editrice che diede alle stampe Lettera a una professoressa, che forse ci può aiutare nella disamina della questione. E’ Don Lorenzo Milani: l’obbedienza nella chiesa. (Con una introduzione di Michele Gesualdi. Libreria Editrice Fiorentina, 2011)

Solo a leggere l’elenco di quelle che possiamo tranquillamente definire vere e proprie angherie subìte da don Lorenzo ci sarebbe da mettere alla prova la pazienza di un santo (e chissà che prima o poi…): 

nel 1951, quando i vescovi toscani emanano un decreto che dà un’esplicita indicazione di voto per la Democrazia Cristiana, don Milani ne esegue le direttive, (anche se subito dopo decide di partire per un viaggio di una settimana in Germania, proprio a ridosso della scadenza elettorale);

nel 1954, dopo la sua prima esperienza di curato a san Donato di Calenzano, viene spedito, con evidentissimo intento punitivo, quasi un confino, in una allora sconosciuta località del Mugello, che egli stesso non riesce nemmeno a trovare sulla carta geografica;

nel 1958 il Sant’Uffizio ordina il ritiro dal commercio di Esperienze pastorali (uno dei più straordinari saggi di analisi socioeconomica che a mio parere è stato scritto nell’Italia del Novecento);

nel 1963 il vescovo di Firenze gli ordina di non partecipare come relatore ad un convegno organizzato dal comune di Calenzano al fine di organizzare un doposcuola destinato ai ragazzi che necessitassero di aiuto scolastico.

Questo per citare solo gli episodi più eclatanti.

E pure, in una esistenza che non è stata certamente povera di pressioni, che sono arrivate anche alle minacce e alle contumelie, don Lorenzo Milani si è sempre dichiarato, in modo esplicito e persino aggressivo, fedelissimo servitore della Chiesa.

Su questo atteggiamento è possibile solo, io credo, tracciare delle ipotesi che cerchino di interpretarne origini e cause, senza la presunzione di esprimere certezze o soluzioni definitive.

A me pare che ci siano almeno due ragioni principali che spiegano la fedeltà obbediente di don Milani.

La prima deriva dal fatto che la sua vocazione sacerdotale non nasce da scontate tradizioni di famiglia. 

Anzi, tutto il contrario.

La famiglia di origine, genitori (Albano Milani e Alice Weiss) e avi precedenti, era tutt’altro che cattolica. La madre era ebrea, anche se poco interessata a praticare. Il padre era un chimico agnostico.

I figli (Lorenzo, il fratello Adriano e la sorella Elena) ricevono il battesimo (“fascista”, come scriverà don Milani anni dopo) solo nel 1933, dopo l’emanazione delle leggi razziali.

Lorenzo entra in seminario nel 1943, a vent’anni, dopo un’esperienza a Brera come allievo del pittore Hans Joachim Staude.

La sua, quindi, non sarà una vocazione né automatica né semplice. Quando entra in seminario non ha il pieno sostegno della famiglia. La sua è una scelta di grande convinzione, al di là delle convenienze e dei conformismi.

La seconda ragione è che don Lorenzo aveva imparato a conoscere benissimo ambiente, consuetudini, stanze, corridoi e anfratti della Chiesa, e di quella fiorentina in particolare, e aveva probabilmente maturato la convinzione (esattissima sia nella forma che nella sostanza) che solo un rigore pressoché assoluto nell’obbedienza alle direttive della gerarchia, quand’anche fossero vessatorie se non addirittura gratuite, avrebbe garantito al suo agire critico il massimo della credibilità e, nello stesso tempo, della insospettabilità per chiunque volesse vederne disegni di destabilizzazione dell’ordine ecclesiastico costituito.

Come scrive lo stesso don Milani ne “L’obbedienza nella chiesa”:

«Per essere buoni rivoluzionari bisogna essere migliore dell’autorità. E’ più difficile il mestiere del ribelle che quello del conformista: ci vuole più studio (l’altro trova tutto già fatto)».

Carlo RIDOLFI

Guernica è (anche) opera nostra

Si racconta che alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, l’ambasciatore nazista di Francia Otto Abetz si fosse recato nell’appartamento parigino di Pablo Picasso e, notando sul tavolo una foto del quadro Guernica, gli avesse chiesto: “Avete fatto voi questo orrore, Maestro?” Al che l’artista rispose: “No, è opera vostra.”

Capita anche a noi, a volte, di citare questo aneddoto e queste frasi.

Quello che non diciamo mai è che quel giorno, il 26 aprile 1937, a bombardare Gernika c’erano anche aerei italiani. 

Raccogliamo e rilanciamo la sollecitazione a riprendere le ricerche e il dibattito storico che proprio oggi, a 84 anni dal bombardamento, arriva dal Museo de la Paz di Gernika.

Fundación Museo de la Paz de Gernika

⬇️

EUSK / CAST / ITA

Gaur, 84 urte geroago, Gernikan gertatutakoa gogoratuko dugu berriro. Gaur egun oraindik gai asko daude ikertzeko, eta horien artean, Gerra Zibilean eta Gernikako bonbardaketan Italiak izan zuen parte-hartzeari buruz sakondu nahi duten italiar hainbeste kiderekin lan historikoa, ikerketakoa eta hezkuntzakoa egin ahal izatea. 

Oraindik harritu egiten gaituzte hainbeste bisitari italiarren harridura-aurpegiek; izan ere, gure Bakearen Museora egindako bisitan, adierazten dutenean honen inguruan (Italiak Gernikako bonbardaketan izan zuen parte-hartzeari buruz) ez dutela ezer entzun edo ikasi. 

Lan handia egin behar da datozen belaunaldiek, Gernikakoek, Italiakoek, Alemaniakoek, gertatutakoa ahaztu ez dezaten.

Hoy, 84 años después volvemos a recordar lo ocurrido en Gernika. Todavía hoy sigue habiendo muchos temas por investigar, y entre ellos, el poder hacer un trabajo histórico, de investigación, educativo con tantos colegas italianos con interés en ahondar sobre la participación italiana en la Guerra Civil y el bombardeo de Gernika. Aún nos sorprenden las caras de perplejidad de tantos visitantes italianos que, en su visita a nuestro Museo de la Paz, dicen no haber estudiado nada sobre la participación italiana en el bombardeo de Gernika. Mucho trabajo por hacer para que las generaciones venideras, de Gernika, de Italia, de Alemania no olviden lo ocurrido.

🕯

Oggi, 84 anni dopo, ricordiamo quanto accaduto a Gernika. Ancora oggi sono molti gli argomenti da approfondire, e tra questi poter fare un lavoro storico, de ricerca, educativo con tanti colleghi italiani interessati ad approfondire la partecipazione italiana nella Guerra Civile e ai bombardamenti di Guernica .

Restiamo comunque sorpresi, dai volti perplessi, di tanti visitatori italiani che, in visita al nostro Museo della Pace, dicono di non aver studiato nulla sulla partecipazione italiana al bombardamento di Guernica. 

Tanto lavoro da fare ancora perché le generazioni future, da Guernica, dall’Italia, dalla Germania, non dimentichino quello che è successo.

Un libro dalla Sicilia che va oltre i confini della geografia e della storia.

Nel prossimo mese di maggio avvieremo la seconda stagione della serie di trasmissioni LIBRI CONTROVENTO. Questa è una anticipazione di una delle prossime puntate.

Eleonora Corace e Matilde Orlando: COMPAGNI

Nulla die Edizioni. Piazza Armerina (EN), 2021 pagg. 202

Una premessa sentimentale. Avrei portato a casa un libro che si intitola “Compagni” e che ha in copertina la foto di un pugno chiuso anche senza dare primaria importanza al contenuto.

Ho rischiato qualche euro, pochi vista la ricchezza del romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando, e ne sono stato ampiamente ripagato. Perché l’attrazione della copertina non corrisponde esclusivamente ad una brillante operazione di marketing, ma sta a preludio di un testo davvero di grande coinvolgimento e passione e bellezza.

Eleonora Corace e Matilde Orlando sono giovani. Eleonora è del 1986, Matilde del 1988. Sono colleghe fin dai tempi dell’Università: hanno condiviso studio e ricerche filosofiche, sperimentando la scrittura collettiva in articolo e saggi. Questo è il loro primo romanzo, che ha richiesto un lavoro di due anni prima di essere dato alle stampe.

A fine lettura, ho sentito il bisogno di rivedere quel magnifico film del 1963 che è I COMPAGNI di Mario Monicelli.

In apparenza, a parte l’assonanza nei titoli, non c’è nulla in comune tra il romanzo e il film. Nel libro si parla della Sicilia contemporanea. Il film racconta le prime lotte operaie nelle fabbriche tessili torinesi a fine Ottocento.

Ma mi risuonava, anche dopo aver rivisto un film che forse all’epoca non riscosse il successo di pubblico e di critica che meritava, e che invece è opera di grande valore, una frase (tratta da Sebastiano Mondadori: LA COMMEDIA UMANA. CONVERSAZIONI CON MARIO MONICELLI. Il Saggiatore, 2005) riportata nel fascicoletto che accompagna il dvd.

Dice Monicelli: “Come al solito il mio interesse si incentrava su un gruppo di persone che progettano un’impresa superiore alle loro forze”.

Ed è, a me pare, fatte le debite distinzioni di epoca di realizzazione, di riferimenti d’epoca e di linguaggio, la stessa storia che viene raccontata nel romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando.

Anche Ivan, Michela, Giuditta e Chiara, principali protagoniste del racconto, insieme ai loro compagni e compagne sono “un gruppo di persone che progettano un’impresa superiore alle loro forze”.

A partire dall’assemblea universitaria che apre il romanzo, continuando con l’occupazione di un teatro da tempo abbandonato, proseguendo attraverso la prima sconfitta politica nel confronto delle istituzioni in direzione di una nuova occupazione di altro stabile e della formazione del Centro Sociale Zapata, fino alla occupazione delle basi militari americane, ad una illusione di vittoria con l’elezione di un sindaco ‘compagno’, alle successive amarezze, disillusioni e sconfitte.

Si racconta in queste pagine, ancora una volta, una storia che molti di noi hanno sentito narrare e forse anche vissuto direttamente,  in altre numerose occasioni. La storia di un movimento che vive la sua fase aurorale – gli entusiasmi, le grandi elaborazioni concettuali, spesso disordinate e confuse -, per passare attraverso lo zenith della lotta che fa pensare di aver raggiunto la possibilità di cambiare l’ordine delle cose,

fino alla parabola discendente che prelude alla dissoluzione dell’esperienza collettiva.

Ma la grande forza del racconto di Eleonora e Matilde è proprio quella di dare l’impressione a chi legge, appunto, di ascoltare una storia già nota che tuttavia sembra ancora una storia nuova.

C’è molto cinema, nelle pagine del romanzo. Sia citato direttamente che evocato. Come la festa in maschera organizzata per un compleanno in uno dei capitoli finali, che potrebbe far ricordare la festa di carnevale de I VITELLONI di Federico Fellini. O come nel sogno ad occhi aperti che fa vedere ad Ivan una sorta di ribellione animata dei crostacei durante una cena di famiglia al ristorante, che potrebbe stare benissimo in una puntata di South Park o nei primissimi esilaranti e deliranti cortometraggi a pupazzi animati di Peter Jackson.

C’è molta musica, dai CCP a Claudio Lolli, da Giorgio Gaber alla canzone popolare, con la bellissima Riturnella calabrese che affida ad una rondine le parole da recare all’amata.

E c’è molto amore, anche esplicitamente descritto con pagine di erotismo e di carnalità che non sottendono ad alcune prurigine, ma che stanno perfettamente nei caratteri e nelle psicologie dei personaggi di cui si racconta.

C’è, anche e vorrei dire soprattutto, una ricorrente e caparbia insistenza a riflettere su un tema – quello se abbia o non abbia senso dire “noi” – che è, probabilmente, “il” tema che tutti dobbiamo continuare ad avere presente anche in questi anni desolati.

Viene detto quasi subito, in uno dei capitoli di apertura, in un paragrafo che dà voce ai pensieri di Giuditta e che, a questo punto, va riportato per intero:

La tartassava un dubbio: gli altri? Non dovremmo pensare a tutti quanti? Non dovremmo fare in modo che gli altri diventino un Noi? Se continuiamo a dividere il mondo tra dentro e fuori del sistema – appuntava nel suo diario – un Noi e un Voi che marcano separazione e inventano differenze, genitori della discriminazione, non usciremo mai dal paradigma amico-nemico. Dovremmo piuttosto mescolarci e capire chi è questa gente per cui avrebbe la pena fare la rivoluzione. Non farla né al posto loro né per loro, ma con loro. Il punto decisivo non sta nel contro, ma nel con.

A metà circa c’è poi un riferimento alle riflessioni sul volto dell’altro che ci rimanda a Emmanuel Lévinas e che, pur non essendo la risposta definitiva, perché questo, per fortuna, non è un romanzo a tesi che pretenda di dare risposte, forse è un indizio di un possibile nuovo percorso da intraprendere in spirito di comunanza.

Il film di Monicelli termina con la fuga in Svizzera di Raul, l’operaio interpretato da Renato Salvatori, costretto ad allontanarsi da Torino perché la polizia, dopo una manifestazione tragicamente finita per mano militare, gli ha messo gli occhi addosso. Salendo sul treno che lo porterà a Lugano, Raul si saluta con Adele, la sua amata fino a quel momento riottosa. “Scrivimi!”, gli grida Adele. “Ma se non sai leggere!”, risponde Raul. “E tu scrivimi lo stesso!”.

Chi paga più di tutti alla fine del romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando è Rosamaria, personaggio di grande nobiltà tragica. Ma è proprio quel suo essere ‘pazza’ che ci fa riflettere se, per caso, i pazzi non siamo ancora una volta noi, che restiamo al di fuori del pieno coinvolgimento, fingendo che i sogni di gioventù possano essere infilzati in una teca come una farfalla morta, mentre sono ancora e sempre parte della nostra più intima sostanza.

Forse, anche grazie alle pagine di questo libro bello e importante, che Eleonora e Matilde hanno “scritto lo stesso”, non è troppo tardi.

Carlo Ridolfi

Diamoci del “tu”

Quando si uniscono, in un abbraccio letale, la stolidità professionale degli insegnanti con l’ossessione competitiva dei genitori, si producono mostri come quello, balzato al disonore della cronaca, della ragazza indotta a bendarsi durante una interrogazione a Verona.

Scrive Anna Bellaviti, insegnante di inglese a Castellammare di Stabia:

“Gli occhi chiusi solo quando ascoltiamo un sonetto di Shakespeare, o un pezzo di De André. Gli insegnanti dovrebbero insegnare a tenerli sempre aperti, gli occhi”.

Pare invece, in quest’epoca, che noi si sia costretti a dover scegliere fra due modelli di scuola (e di società) entrambi rischiosissimi.

Il primo modello è quello che potremmo definire “della metropolitana di Tokyo”: se scuola e società fossero dei vagoni, insegnanti e genitori sarebbero quei signori che hanno l’incarico di spingere quanta più gente possibile dentro gli stessi. Occupatori di spazi. A volte in antagonismo: insegnanti contro genitori e genitori contro insegnanti. A volte alleati nel produrre disastri.

Il secondo modello è quello della (falsa) alternativa libertaria e anarcoide. Tipo la festa per il compleanno di Bilbo Baggins nel (peraltro indispensabile) Signore degli anelli di Tolkien. Tutti allegramente invitati o imbucati, amici veri e parenti mal sopportati, profittatori dell’occasione e leali compagni di viaggio. In un’apparenza di convivialità che nasconde altre mire e altre violenze, tanto che, a un certo punto, Bilbo, che già non ne poteva più prima della festa, decide di mettere in atto il suo piano di fuga e scompare rendendosi invisibile grazie all’anello del potere.

In mezzo a questi due modelli stanno i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, sempre più affranti e, a volte, del tutto infranti.

Invece che occupare spazi gli educatori dovrebbero – lo disse con efficacissima sintesi papa Bergoglio nel suo discorso alla curia romana il 21 dicembre 2019 – impegnarsi a generare processi. Processi di condivisione dei saperi, di crescita comune, di confronto e di aggiornamento costante.

Si tratterebbe allora, ed è opera certo più lenta, più profonda, più faticosa e difficile, non di sfiancarsi nell’inseguimento del primo posto o di disperdersi nella pedagogia aleatoria, ma di agire per  indicazioni sia sui contenuti che sui processi di partecipazione e di costruzione delle decisioni.

Una delle giaculatorie di questi anni, che, come le parole “resilienza” o “empatia” è stata talmente ripetuta e decontestualizzata da diluire il suo significato fino a renderlo impalpabile, è quella del “dobbiamo passare dall’io al noi”.

“Noi” cosa significa? Noi tutti o noi (più o meno felici) pochi? Noi di una comunità ristretta, ben protetta, che si autogarantisce per omogeneità e identità assoluta? Come nelle gated community recintate e ipersorvegliate o, come ricorda Andrea Riccardi nel suo recentissimo libro “La chiesa brucia?”, ispirata a quella “Opzione Benedetto” propugnata dallo scrittore conservatore statunitense Rod Dreher, secondo la quale bisognerebbe costruire “villaggi cristiani”, “fuori dalla città secolare, capaci di creare una controcultura, di educare i figli in famiglia, di sfidare la maggioranza”? Così noi abiteremmo il nostro bel villaggio cristiano, altri “noi” abiterebbero quello antivaccinista e senza-mascherina, altri quello della costruzione dell’élite dirigente e così via.

Forse è il caso di proporre una strada diversa, quella del “tu”, del riconoscimento dell’altro come componente ineludibile del nostro esistere, quella che ci porterebbe verso il “tu-tutti”, e da Aldo Capitini o Emmanuel Lévinas, per fare solo due esempi di giganti del pensiero (e nel caso soprattutto di Capitini, anche dell’azione), non ci mancherebbero solidissimi riferimenti concettuali e pratici.

Indicare contenuti o processi alternativi significa, ad esempio, per i primi lavorare sulla necessaria riflessione e azione pedagogica in relazione alle questioni dell’identità di genere o sul recupero e la riaffermazione di una conoscenza storica non revisionista, fino a costruire veri e propri percorsi di studio popolare e diffuso (ci tornerebbe in mente l’esperienza decisiva delle 150 ore); per i secondi aprire una discussione che porti ad una riforma degli organi collegiali della scuola in senso più compiutamente partecipativo o alla proposta di un servizio civile per tutte le ragazze e tutti i ragazzi di maggiore età, valido anche ai fini contributivi, o a una riduzione degli orari di lavoro e così via.

Per qualcuno, vogliamo essere maliziosi, il passaggio dalla benda alla fucilazione (nel voto o nella valutazione morale) potrebbe essere breve.

Proponiamo invece di tenere ben aperti gli occhi e le menti, perché solo così possiamo evitare trappole, ingannevoli scorciatoie, trabocchetti e contribuire alla costruzione comune di una strada diversa.

Carlo Ridolfi

Quando i genitori pensano di essere gli unici depositari dell’educazione

Da:

Marco D’Eramo

Un estratto del quarto capitolo di un libro importante e recente, che ci può aiutare fornendo ulteriori elementi per un dibattito che non dobbiamo smettere di alimentare.

DOMINIO

LA GUERRA INVISIBILE DEI POTENTI CONTRO I SUDDITI

Feltrinelli. Milano, 2020.

4. Genitori con la pistola (Parent trigger)

Finora abbiamo assistito all’attacco contro la regulation nell’economia, nell’università, nella giustizia e, da ultimo, anche nel sistema delle adozioni. Ma quella che va sradicata è l’idea che ci si possa aspettare alcunché di positivo dalla collettività, da ciò che è comune, dal pubblico, dallo stato, o dal governo. E va sradicata fin dall’infanzia: dopo è troppo tardi. I pargoli vanno cresciuti a Nutella e liberismo, il che è impossibile se la scuola rimane pubblica, perché gli insegnanti, stipendiati dalle pubbliche finanze, non potranno sputare nel piatto in cui mangiano (o solo una minoranza lo farà). E’ quindi essenziale che la scuola sia privatizzata fin dalle elementari, anzi dagli asili nido. Ma come si poteva, per usare la terminologia di Milton Friedman, smantellare la “nazionalizzazione dell’industria educativa”?

La soluzione venne formalizzata dallo stesso Friedman nel 1955: “Gli stati [qui nel senso dei 50 stati Usa] potrebbero richiedere un livello minimo di istruzione che finanzierebbero dando ai genitori voucher riscattabili per una specifica somma massima per bambino e per anno se spesa in servizi educativi ‘approvati’. I genitori sarebbero allora liberi di spendere questa somma (e ogni cifra supplementare) comprando servizi educativi da istituzioni ‘approvate’ di propria scelta. I servizi educativi sarebbero allora forniti da imprese private che opererebbero per profitto o da istituzioni no-profit di vari tipi. Il ruolo dello stato si limiterebbe ad assicurare che le scuole soddisfino certi requisiti minimi, come l’inclusione di almeno alcuni contenuti comuni nei loro programmi, in modo simile a quanto si fa oggi per i ristoranti che vengono ispezionati per assicurarsi che mantengano livelli minimi di igiene”.

La strategia dei voucher rientra nell’idea più generale anch’essa proposta da Friedman, di “imposta negativa” (negative tax). L’idea è semplice: come i redditi al di sotto di una certa soglia sono esenti da imposte, e le tasse sono pagate come percentuali sui redditi incassati al di sopra di quella soglia [“imposta positiva”], così chiunque è al di sotto di quella soglia dovrebbe ricevere un sussidio proporzionato alla distanza tra il suo reddito e quella soglia minima. Come per la tassa positiva, così anche per la tassa negativa il calcolo della soglia tiene conto della dimensione della famiglia, del numero dei figli.

E’ chiaro che quella soglia è una soglia di povertà e quella tassa negativa è un sussidio di povertà.

Detta così, sembra un’idea mica male, ma bisogna analizzarne le implicazioni e i sottintesi. Innanzitutto, lo stato che si limita a erogare tasse negative ai meno abbienti ha rinunciato ad affrontare le cause che generano la povertà, e si prefigge solo di alleviarne gli effetti più macroscopici. Come diceva uno dei responsabili della politica economica francese sotto Giscard D’Estaing, Lionel Stoléru: “L’imposta negativa è […] totalmente incompatibile con le concezioni sociali che vogliono sapere perché c’è povertà prima di venire in soccorso. Accettare l’imposta negativa è dunque accettare una concezione universalista della povertà fondata sulla necessità di aiutare coloro che sono poveri senza cercare di sapere di chi è la colpa, cioè fondata sulla situazione e non sull’origine”.

E’ una concezione del welfare state completamente diversa da quella che ispirava i regimi socialdemocratici e il New Deal. Viene abbandonata ogni idea di redistribuzione dei redditi. Come scriveva Friedman nel 1962, “i vantaggi di questo dispositivo sono chiari. E’ diretto specificamente al problema della povertà. Fornisce aiuto nella forma più utile per gli individui, e cioè cash. E’ generale e potrebbe sostituire la miriade di misure ora adottate. Rende esplicito il costo sopportato dalla società. Opera al di fuori del mercato”.

Con la nozione di ‘soglia di povertà’, viene abbandonata ogni idea di ‘povertà relativa’, cioè di divario tra ricchi e poveri che andrebbe se non colmato, almeno ridotto, e viene adottata un’idea di “povertà assoluta”. Come dice lapidariamente l’ineffabile Stoléru: “La frontiera tra povertà assoluta e povertà relativa è quella tra capitalismo e socialismo”.

Un corollario non secondario di quest’impostazione è che “è reintrodotta la categoria del povero e della povertà che tutte le politiche […] dello stato sociale, tutte le politiche più o meno socialisteggianti avevano cercato di spazzare via dalla fine del XIX secolo”. [Michel Foucault]

Infine, questa tassa negativa (la deduzione delle spese mediche dalla dichiarazione dei redditi ne è una forma; un’altra è la deduzione delle spese scolastiche per i figli) sostituisce l’erogazione di servizi da parte dello stato (scuola pubblica, sanità pubblica, con insegnanti, medici e infermieri pubblici), cioè di servizi pubblici a tutti i cittadini, con l’emissione di assegni con cui i più bisognosi possano usufruire di servizi simili (anche se ovviamente di qualità inferiore). Cioè, istruzione e salute non sono più diritti dei cittadini, ma beni che gli individui-proprietari-di-sé comprano, casomai aiutati dalla collettività quando proprio se ne senta il bisogno. In questa concezione, lo stato dovrebbe limitarsi a finanziare privati (solo quelli bisognosi) perché acquistino da imprese private prestazioni commerciali (per esempio istruzione a pagamento, o sanità a pagamento), e non più servizi: non più servizio sanitario nazionale, ma voucher perché i più bisognosi possano farsi curare privatamente. Non più lo stato che costruisce edilizia popolare, ma che sussidia i bisognosi sul mercato degli affitti. E così via. Vengono chiamati Conditional Cash Transfers (CCT) e furono consigliati dai Chicago Boys nel Cile di Pinochet.

(…)

La trasformazione da servizi pubblici universali a prestazioni private solo per bisognosi dev’essere graduale, va attuata passo per passo nei diversi settori. E, da un certo punto di vista, la battaglia per privatizzare la scuola, per scardinare la “nazionalizzazione dell’industria educativa”, è la “madre di tutte le battaglie”.

Fin da Jean-Jacques Rousseau, l’istruzione universale è al cuore della nozione di governo legittimo:

La patria non può sussistere senza la libertà, né la libertà senza la virtù, né la virtù senza cittadini: avrete tutto se formate dei cittadini; senza di questo non avrete che cattivi schiavi, a cominciare dai capi di stato. Ora formare dei cittadini non è questione di un giorno; e per averli uomini, bisogna istruirli da bambini”.

Ecco perché

“l’istruzione pubblica sotto regole prescritte dal governo, e sotto magistrati stabiliti dal sovrano, è una delle massime fondamentali del governo popolare o legittimo”.

Per Rousseau l’istruzione pubblica è insostituibile perché non si può “abbandonare ai lumi e ai pregiudizi dei padri l’educazione dei loro figli”. [Economie politique, voce dell’Encyclopédie (1755)]

Invece il grimaldello usato per forzare l’istituzione della scuola pubblica è stato proprio la libertà dei genitori. Libertà educativa: perché mia figlia deve essere costretta a fare i compiti per tre ore al giorno mentre io preferisco che dedichi lo stesso tempo allo sport o al ricamo? Perché mio figlio deve andare in una scuola in cui gli insegnano che abolire la schiavitù è stato un bene mentre io credo (…) che in una società libera un individuo libero dovrebbe poter vendere se stesso come schiavo? Infine, libertà religiosa (soprattutto negli Stati Uniti): perché mia figlia dovrebbe essere indottrinata da una scuola laica quando la mia famiglia vuole inculcarle una sana devozione cristiana, musulmana o ebraica? Non sarebbe meglio se lo stato mi finanziasse con voucher cosicché io possa mancare mio figlio a una scuola cristiana, musulmana o ebraica secondo i casi?  

(…)

Ma se il voucher è lo strumento della privatizzazione della scuola in nome di “tutto il potere ai genitori (alla famiglia)”, si scopre che l’obiettivo intermedio più efficace non è il voucher, bensì proprio l’affermare il potere genitoriale. Così negli ultimi vent’anni le grandi fondazioni hanno finanziato movimenti di base che spingessero per far adottare nei vari stati quelle che sono state chiamate Parent trigger laws (leggi per cui sono i genitori ad avere il potere di “premere il grilletto”). Ecco come l’associazione Usa dei legislatori conservatori (Alec) ha definito questo tipo di legge: “Il Parent Trigger Act pone il controllo democratico nelle mani dei genitori a livello della scuola. I genitori possono, a maggioranza semplice, optare di procedere in una delle tre possibilità aperte dalla riforma: 1) trasformare la loro scuola in una ‘charter school’ [darla in gestione ai privati]; 2) versare agli studenti di quella scuola un voucher fino al 75% del costo dell’allievo; 3) chiudere la scuola”.

(…)

Le Parent trigger laws sono già state approvate in sei stati: California, Indiana, Louisiana, Mississipi, Ohio e Texas. Le approvazioni risalgono al 2010-2011. In realtà queste leggi permettono ai genitori non solo di chiudere una scuola o di venderla ai privati, ma, sempre a maggioranza semplice, di licenziare professori e presidi. E infatti la campagna in favore di queste leggi è presentata dalle fondazioni come una campagna per aumentare la qualità dell’insegnamento e l’efficienza degli insegnanti.

I successi di questa strategia possono essere misurati, non solo negli Usa ma anche in tutti i paesi europei, dalla sempre più diffusa resistenza, animosità, conflittualità dei genitori nei confronti degli insegnanti, “a protezione” dei propri figli. Si va dalla protesta per i troppi compiti, alle lamentele per l’incomprensione, fino – in casi ormai frequenti registrati dalla cronaca – alle aggressioni fisiche ai docenti. L’idea che i genitori siano i più qualificati per decidere come vadano istruiti i propri figli ha trovato nuovi argomenti e una nuova spinta con l’istruzione a distanza, la “telescuola” imposta dall’epidemia Covid-19, che ha accresciuto a dismisura nel dibattito pubblico europeo l’idea del voucher. Ma la riaffermazione del primato della famiglia si estende ben oltre l’istruzione: è visibile per esempio nella campagna No Vax contro la vaccinazione obbligatoria. Anche qui soggiace un ribadire la propria autonomia individuale e una implicita rivolta contro il pubblico, e la sua autorità.