Un dialogo che ha avuto inizio (e che deve continuare).

Abbiamo chiesto a Christian RAIMO e ad Antonio VIGILANTE di iniziare un dialogo sul tema – attualissimo e controverso – dei rapporti tra scuola e mondo del lavoro. Partito sui post di Facebook, il dialogo – del quale riportiamo qui alcuni estratti – pone moltissimi interrogativi che riguardano noi tutte e tutti. Non è che l’inizio, continuiamo a confrontarci.

SCUOLA E LAVORO: PER UN DIALOGO

ANTONIO VIGILANTE

Invitato dall’amico comune Carlo Ridolfi, scrivo alcuni punti per avviare un dialogo pubblico con Christian Raimo

Appena si è diffusa la notizia della morte di Giuseppe Lenoci, il sedicenne morto durante uno strage, Raimo ha scritto sul suo profilo: “L’alternanza scuola lavoro va abolita.”

Vorrei spiegare per quali ragioni ritengo che l’alternanza non vada abolita (anche se di fatto il Pcto già non è più alternanza). Sono costretto però, per evitare ogni equivoco, a fare il giro lungo, con una premessa politica e una premessa pedagogica.

a) Premessa politica

Sono figlio di un operaio, cresciuto in una delle città italiane più difficili e povere. Sono cresciuto in una casa – un basso – di due stanze. La prima faceva da cucina e camera da letto per noi figli, e conteneva anche il bagno; l’altra era la camera da letto dei miei genitori. Questo era il livello di vita che il mio paese garantiva alla famiglia di un lavoratore. Il mio status personale era corrispondente. Era, cioè, pari a zero. Ho scoperto presto che chiunque avrebbe potuto farmi qualsiasi cosa. Un docente, ad esempio, avrebbe potuto tranquillamente insultarmi, senza ragione, davanti a tutti. Nessuno avrebbe vendicato il torto subito.

Crescendo ho sviluppato una rabbia molto forte nei confronti di una società così diseguale. Rabbia che si è espressa, negli anni dell’adolescenza, con posizioni di estrema sinistra che non escludevano, in via di principio, il ricorso alla violenza per cambiare lo stato di cose. Dopo il 1989 sono approdato gradualmente, e non senza inquietudini, ad un anarchismo nonviolento o, se si preferisce, a una visione anarchica della nonviolenza. Decisivo è stato, per me, lo studio approfondito del pensiero di Aldo Capitini. Se dovessi sintetizzare in modo estremo la mia posizione politica attuale, direi questo: penso che si debba lavorare per costruire l’uguaglianza sociale combattendo l’autoritarismo e la concezione gerarchica dei rapporti sociali, con la cultura che la regge e giustifica; e ritengo che questo lavoro vada fatto nei contesti sociali concreti. Il lavoro politico, per come lo concepisco, non ha nulla a che fare con i partiti politici e con la scelta di presunti rappresentanti del popolo attraverso le elezioni.

b) Premessa pedagogica

La mia visione dell’educazione è la conseguenza di quanto detto sulla politica. L’educazione che pratichiamo nelle famiglie e nelle scuole è malata di asimmetria, e dunque di autoritarismo e di violenza. Penso che sarebbe buona cosa passare, sul piano terminologico, dalla pedagogia alla _sinagogia_, parola con la quale indico l’idea di un educarsi insieme simmetrico, antiautoritario, centrato sulla ricerca comune dei valori. Da anni cerco insieme ad amici di lavorare ad una pedagogia antiautoritaria, critica, nonviolenta, che però non ceda ai miti facili di certa educazione naturale, come anche a quelli dell’homeschooling. L’ho fatto con la rivista Educazione Democratica, di cui sono stato direttore scientifico, e lo faccio ora come membro della Comunità di ricerca della rivista Educazione Aperta.

In sintesi: non sono un neoliberista. Ed occorre precisarlo, perché quando si assumono posizioni non allineate su temi come l’alternanza scuola-lavoro o le competenze, capita di essere accusati di esserlo. 

Veniamo dunque all’alternanza. Come è noto, è stata introdotta dalla legge 107, la legge della Buona scuola di Renzi. L’impressione è che dietro l’opposizione all’alternanza da parte di molti amici che pure condividono, almeno in parte, la mia visione politica ed educativa, ci sia questo ragionamento: Renzi è un neoliberista, l’alternanza è stata introdotta da Renzi, dunque_ l’alternanza è una cosa neoliberista. Il mio ragionamento è stato diverso. Sono un pedagogista, e mi sono formato sulla pedagogia progressista: da Rousseau ad Illich, diciamo. Tutta la pedagogia moderna progressista considera il lavoro manuale parte essenziale del percorso formativo. Molti anni fa – era il 2006 – in un libretto, mi divertii ad immaginare una scuola improbabile_. Scrivevo, tra l’altro:

“La scuola che abbiamo, borghese, in fondo ancora classista, di corto respiro, è il risultato di un sistema che ha tracciato un solco profondissimo tra il mondo delle professioni intellettuali e quello delle professioni manuali. Anche l’ultimo studente liceale sa di essere migliore dell’apprendista falegname (vittima, il più delle volte, del lavoro nero e dello sfruttamento minorile). Lui, lo studente liceale, non imparerà mai a scuola a piantare un chiodo, a tagliare una lastra, a lavorare l’orto. Nella mia scuola improbabile tutti, figli di operai e figli di ingegneri, devono apprendere un’arte manuale in un laboratorio di falegnameria, di ceramica, di elettronica o altro. Non è solo per favorire una società in cui risulti ridimensionato lo iato tra professioni manuali ed intellettuali, con la stratificazione sociale che ne consegue; è anche per l’irrinunciabile valore formativo del lavoro”. 

Quasi venti anni dopo, di fronte ad una legge che introduceva una qualche forma di lavoro nella scuola, avrei dovuto rimangiarmi quello che avevo scritto, sostenere che no, il lavoro a scuola è una cosa priva di qualsiasi valore formativo, perché Renzi non mi piace. Mi sono chiesto invece in concreto quali cosa, come docente, mi avrebbe consentito di fare l’alternanza.

Una breve sintesi delle esperienze di alternanza nella mia scuola include un lavoro presso le residenze per anziani di Siena, durante il quale le mie studentesse (uso il femminile sovraesteso) hanno raccolto le loro storie di vita, che poi sono state trascritte e che hanno preso forma in un libro che purtroppo non è stato pubblicato. Altre studentesse sono state presso le scuole della città e della provincia, analizzando le dinamiche comunicative in un contesto educativo. Alcune sono state impegnate presso l’Unione ciechi, ed hanno lavorato a creare audiolibri per le persone non vedenti. Altre ancora le abbiamo mandate presso una associazione che pratica l’ippoterapia con le persone disabili. 

L’alternanza è stata per noi anche l’occasione per sperimentare, insieme all’Indire e alla Cgil, il Service Learning. Si tratta di una pratica diffusa il tutto il mondo, anche nella sua versione sudamericana, l’Aprendizaje y Servicio Solidario. I riferimenti pedagogici sono John Dewey e Paulo Freire; ancora pedagogia progressista. Detto in breve, si tratta di questo: impegnare le studentesse in qualche attività in favore della comunità, e farlo utilizzando in modo organico lo studio disciplinare. Per fare un esempio: un liceo linguistico che organizza un corso di alfabetizzazione per migranti. Nel Service Learning si supera la chiusura della scuola al mondo esterno, che è uno dei suoi mali più evidenti, e si fa educazione civica reale: educazione all’impegno sociale.

Nel frattempo infuriava sui giornali la polemica. Il tema era, più o meno, questo: è giusto mandare gli studenti a preparare i panini al McDonald’s? Non so se davvero qualche Liceo delle Scienze Umane, qualche Liceo Classico, qualche Liceo Artistico o Scientifico o Istituto tecnico abbiano mandato le proprie studentesse a preparare i panini al McDonald’s. Se lo ha fatto, bastava chiedere conto di questa scelta educativa. E invece no: si è usato quel fatto, reale o presunto, per attaccare il nostro lavoro.

Si dirà: ma no, nessuna studentessa del Classico o dello Scientifico è mai stata mandata a fare i panini. Ci sono andate quelle del Professionale. E la questione, qui, diventa un’altra. Spero che si possa convenire però su un punto: nelle scuole non professionalizzanti l’alternanza scuola-lavoro ha permesso (parlo al passato perché, ripeto, il Pcto è un’altra cosa) di fare esperienze significative e che hanno arricchito la formazione, anche politica, degli studenti. 

Veniamo dunque ai percorsi professionali. Ho insegnato in Istituti professionali prima della Buona scuola renziana. C’erano stage, ma non importava a nessuno. Tutti lo consideravano normale. In molti abbiamo letto il ben reportage di Annalisa Camilli su L’essenziale (Morire di scuola e di lavoro a 18 anni, 29 gennaio 2020) su Lorenzo Parelli, morto durante uno stage in fabbrica. Camilli ricostruisce il contesto: un paese in provincia di Udine, al centro di un distretto industriale. “I ragazzi da queste parti cominciano a lavorare presto, subito dopo il diploma, a 16 o 17 anni”, scrive. E della giovane vittima e di un suo amico, dice: “Erano contenti di lavorare, ne avevano parlato”. A un giovane che, in una zona in cui si trova facilmente lavoro appena usciti da un centro di formazione professionale, bisogna dire che no, non deve farlo; che deve andare a scuola, studiare letteratura, storia e filosofia, e rimandare il lavoro. 

Io insegno Filosofia e Scienze Umane. Amo le mie discipline. Visceralmente. Penso che studiarle renda persone migliori. Ma non ho la presunzione di sentirmi migliore di nessuno, né considero persone mancate coloro che non le hanno studiate. Né, ancora, penso che la cultura passi necessariamente dalla scuola. Per dirla tutta, mi preoccupa molto anche il vuoto che spesso c’è dietro una formazione scolastica. In un contesto in cui quello che conta è il voto, la cultura diventa un mezzo, non un fine. E spesso è un mezzo che viene tolto di mezzo — mi si passi il bisticcio — appena non serve più.

Ma consideriamo l’ipotesi dell’abolizione degli stage nei percorsi professionalizzanti. Si tratterebbe di eliminare gli Istituti professionali e il Centri di formazione professionale: null’altro. Perché chiaramente non avrebbe alcun senso, in questi percorsi, fare scuola senza alcuna pratica. Che succederebbe? Semplicemente, ci sarebbe lavoro senza scuola. Chi vuole lavorare, se non ha una scuola che lo prepari al lavoro, va direttamente in azienda o in fabbrica. Lo scenario realistico, se si chiudessero tutti i percorsi professionalizzanti, non sarebbe quello di una liceizzazione generale, ma lo spostamento della formazione dalla scuola o dai centri di formazione alle aziende. E questo vuol dire una cosa concreta: vuol dire che se a scuola c’era la possibilità, tra le altre cose, di studiare anche italiano e storia, ora ci sarà solo_ il lavoro. Si continuerà a morire — se non si lavorerà seriamente sulla sicurezza sul lavoro: perché quello è il problema. Ma mancherebbe anche altro. Perché la scuola può essere anche — non lo è, temo: ma può esserlo — il luogo in cui è possibile formare alla coscienza dei propri diritti di lavoratore. L’esperienza del lavoro, filtrata dalla scuola, può diventare consapevole e critica. Eliminare questi percorsi significa gettare nelle mani delle aziende dei lavoratori assolutamente sprovveduti, abbandonati nelle mani di un mercato del lavoro spietato, pronti alle forme peggiori di sfruttamento.

CHRISTIAN RAIMO

1. Io sono figlio di un operaio che in trentott’anni nella stessa azienda e diventato quadro e poi dirigente e di un’insegnante, mentre i miei nonni sono contadini, donne delle pulizie e operaie. La mia emancipazione sociale è stata tutta o quasi determinata dalla scuola pubblica e dalla università pubblica. Anche per questo per la scuola democratica pubblica, oggi sotto attacco in molti modi, è un baluardo da difendere. 

2. Mi sembra che abbiamo una concezione diversa di cosa sia lavoro. Per me lavoro si può definire tale se si paga, altrimenti è volontariato, militanza, servizio, attivismo. E solo a partire da questa premessa chiaramente le nostre ispirazioni possono concordare, da Daniel Goens a John Dewey alle varie forme del socialismo e dell’anarchismo. 

3. Nessuno studente è mai andato a friggere le patatine da McDonald’s. McDonald’s dal 2016 prende circa 10mila studenti in Italia e gli dà due compiti essenzialmente: gli servono da focus group e fanno promozione aziendale. Questo è molto più utile all’azienda, le permette di fare selezione a costo zero, marketing gratuito, e brandwashing, e di impedire che si sviluppi una cultura del lavoro e una coscienza di classe. 

4. Io non penso che la formazione professionale non debba esserci, ma penso che debba essere il più possibile a carico delle aziende, che sono state inondate di miliardi per fare questo. Penso che la maggior parte della formazione professionale è appunto una formazione da operai, non certo da manager né su come funzionano i processi di produzione o rudimenti di economia aziendale. 

5. Come si sa, la novità più significativa che vuole introdurre Patrizio Bianchi sono gli Its. Gli istituti tecnici superiori. Ossia percorsi professionalizzanti post superiori in modo da selezionare e formare, di nuovo in modo gratuito per le aziende, lavoratori adatti al mercato del lavoro territoriale, il più possibile disponibile just-in time. L’idea che fonda gli Its è che la pedagogia e la didattica la facciano scuole e aziende insieme, con la prevalenza delle aziende. 

6. Il lavoro, il lavoro minorile non pagato oltre che un’ingiustizia plateale determina ovviamente un effetto di dumping, di desindacalizzazione degli altri lavoratori

ANTONIO VIGILANTE

La scuola emancipa?

La mia emancipazione sociale è stata tutta o quasi determinata dalla scuola pubblica e dalla università pubblica. Anche per questo per la scuola democratica pubblica, oggi sotto attacco in molti modi, è un baluardo da difendere”, scrive Raimo.

La scuola che emancipa. La scuola pubblica che emancipa. Sul concetto di scuola pubblicarimando a quanto ho scritto su uno degli ultimi numeri de Gli Asini. Ritengo che la scuola italiana sia sempre meno pubblica: perché sempre più chiusa in sé stessa e sempre meno in grado di dialogare con le comunità. Che la scuola italiana non emancipi, Raimo lo sa meglio di me. Le differenze sociali in Italia sono determinanti per la riuscita scolastica. Quelli che arrivano alla laurea hanno per lo più alle spalle genitori laureati. Le percentuali di riuscita scolastica per quelli che provengono da famiglie culturalmente povere sono scarsissime.

Perché la scuola non riesce a funzionare con questi studenti? Perché il rapporto educativo funziona se c’è riconoscimento reciproco. E il riconoscimento reciproco è possibile solo se c’è riconoscimento culturale. Se la mia cultura, quella scolastica, è quella giusta, e la tua cultura – che include, poniamo, il dialetto – è quella sbagliata, un abito che devi dismettere, nessuna relazione educativa è possibile. Lo studente cui si chiede di deporre il suo abito culturale per trovarsi nudo in un ambiente ostile — perché la scuola è un ambiente umanamente freddo e ostile — semplicemente scappa via.

Ma che vuol dire poi emancipare? È emancipato il laureato in lettere costretto a una vita di contratti precari e malpagati nell’editoria o a una supplenza breve? L’Italia è un paese che ha un bassissimo numero di laureati, ai quali non riesce a dare un lavoro decente. 

E che vuol dire, poi, emancipare? La vita diventa una sorta di concorso su larga scala, una specie di serie televisiva coreana con alcuni che vengono a galla mentre altri restano sul fondo. Gli emancipati e i dannati. Io vorrei che la scuola lavorasse, capitinianamente, per tutti: non per emancipare alcuni. Vorrei una scuola che lavorasse per dare dignità e valore a tutti i lavori, sia intellettuali che manuali, perché la società ha bisogno sia degli uni che degli altri. Ma una scuola solo intellettuale fa il contrario: educa tacitamente al disprezzo dell’operaio e dell’artigiano.

Cos’è lavoro?

Scrive Raimo: “Per me lavoro si può definire tale se si paga, altrimenti è volontariato, militanza, servizio, attivismo”. E in effetti gran parte delle polemiche contro l’alternanza nascono da una fallacia definitoria. Cos’è lavoro? Solo quello che si paga? Sono le sei di mattino, ho appena fatto colazione e ora sto scrivendo questa replica a Raimo. Cos’è questo? Lavoro? In un certo senso sì. Nel linguaggio comune usiamo la parola lavoro per indicare qualsiasi cosa che richieda impegno. Quando scrivo un libro, io lavoro, anche se i miei libri vendono cinque copie, e non ci guadagno nulla. Quindi no, che il lavoro si possa definire tale solo se si paga è concettualmente sbagliato. Anche quello che gli studenti fanno a scuola è lavoro; ed è, spesso, un lavoro durissimo.

Il decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77, articolo 2, afferma che le finalità dell’alternanza sono:

1. attuare modalità di apprendimento flessibili e equivalenti sotto il profilo culturale ed educativo, rispetto agli esiti dei percorsi del secondo ciclo, che colleghino sistematicamente la formazione in aula con l’esperienza pratica;

2. arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili anche nel mercato del lavoro;

3. favorire l’orientamento dei giovani per valorizzarne le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali;

4. realizzare un organico collegamento delle istituzioni scolastiche e formative con il mondo del lavoro e la società civile che consenta la partecipazione attiva dei soggetti di cui all’articolo 1, comma 2, nei processi formativi;

5. correlare l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio.

Il lavoro, qui, è “esperienza pratica”; e la società civile conta quanto il mondo del lavoro. Ci sono tutti i margini, nella legge, per declinare l’alternanza scuola-lavoro come formazione alla cittadinanza con la metodologia del Service Learning. Per impegnare, cioè, gli studenti in percorsi di partecipazione attiva, politica, alla vita sociale, in rapporto con le associazioni del territorio. Si è preferito appiattire l’alternanza su un presunto sfruttamento, affossando una delle più grandi occasioni di formazione politica dei nostri studenti.

Il MacDonald’s_

Nessuno costringe nessuna scuola a mandare gli studenti al McDonald’s. I percorsi sono stabiliti dalle singole scuole. Se si ritiene che l’esperienza al McDonald’s non sia formativa, basta non mandare gli studenti. La palla è alle scuole. Ripeto: la legge consente infiniti percorsi di alternanza altamente formativi anche sul piano politico e civile. Si è preso la briga, Raimo, di documentarsi su cosa hanno fatto le scuole, nei percorsi di alternanza? Davvero vogliamo discutere di alternanza riducendola al McDonald’s? 

La formazione professionale

” Io non penso che la formazione professionale non debba esserci, ma penso che debba essere il più possibile a carico delle aziende, che sono state inondate di miliardi per fare questo“, scrive Raimo. Questa è una pessima uscita. Soprattutto contraddittoria. Da un lato si afferma il valore della scuola come luogo di emancipazione, dall’altro si afferma che la formazione al lavoro dovrebbe essere sottratta alle scuole e affidata senz’altro alle aziende. Uno dei sensi profondi dell’alternanza — o degli stage — è quello di formare una cultura dei diritti del lavoratore. Per far questo, occorre che l’esperienza nel mondo del lavoro avvenga in un contesto in cui possa essere analizzata in modo critico. Lasciare alle aziende, senza alcun rapporto con la scuola, la formazione lavorativa, vuol dire lasciare loro mano libera nella formazione di lavoratori perfettamente adattati alle richieste, alle esigenze, agli abusi del mondo del lavoro.

Ricordiamoci di non dimenticare

Un libro e un film.

di Carlo RIDOLFI

Non c’è nulla, in concreto – tranne il fatto peraltro non trascurabile che sono entrambi bellissimi – che apparenti un romanzo come La compagna Natalia (Sellerio Editore) di Antonia Spaliviero e un film come L’ascesa dei ricordi (Torn. Usa, 2021) di Max Lowe.

Il libro, pubblicato solo oggi, grazie al marito Gabriele Vacis e alla figlia Giulietta, è lo straordinario e al tempo stesso comunissimo racconto – forse straordinario perché comune a molti e molte – dell’adolescenza di una ragazza nata nel 1954, figlia di genitori di origine veneta emigrati alla periferia di Torino, che quindi racconta di anni tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta.

Il film, prodotto da National Geographic e disponibile al momento sulla piattaforma Disney+, è il racconto, diretto dal figlio Max, della vita e della morte in montagna di Alex Lowe, uno dei miti dell’alpinismo moderno, e di come il migliore amico di Alex, Conrad Anker, sopravvissuto alla valanga che in Tibet, sul monte Sishapangma, nel 1999, aveva travolto Lowe e il compagno di scalata David Bridges, sia divenuto il marito della vedova di Alex, Jennifer, e il padre putativo dei tre figli rimasti orfani.

Periodi storici diversi. Contesti diversi. Storie molto diverse fra loro. 

E pure, a me pare, libro e film stanno vicini l’uno all’altro per l’enorme carico di dolore e di compassione e di amore per la vita che si respirano in ogni pagina e in ogni fotogramma.

Antonia Spaliviero è mancata nel 2015. Tutta la sua vita è stata dedicata alla scrittura per il teatro e alla promozione della cultura teatrale al di fuori degli spazi teatrali propriamente detti, come fabbriche o scuole. Ne La compagna Natalia racconta, in prima persona, della sua esperienza di alunna in un istituto tecnico frequentato per la stragrande maggioranza da maschi; dell’oratorio parrocchiale nel quale nascono i primi dubbi esistenziali e, insieme, i primi amori; della prima grande, controversa, contradditoria e insostituibile amicizia con la compagna, di classe a scuola, ma anche per un’appartenenza politica non subito condivisa dalla scrittrice che racconta, Natalia.

C’è forse – ma è attribuzione arbitraria del sottoscritto, mai esplicitata nel racconto – qualcosa che ricorda la storia di Giulia (Usa, 1977), diretto da Fred Zinnemann e tratto dal romanzo Pentimento (A book of portraits), scritto nel 1973 da Lilian Hellman. Là sono Jane Fonda e Vanessa Redgrave che danno vita alle due amiche che crescono insieme durante la Seconda guerra mondiale e l’avvento del nazismo, che causerà la loro tragica separazione.

Non siamo sicurissimi che la scrittrice statunitense abbia davvero conosciuto un’amica uccisa a causa della Resistenza antinazista, così come, forse, non siamo sicurissimi che l’io narrante sia esattamente quello di Antonia e che sia esistita una compagna Natalia, alla quale sarebbe appartenuto un destino che ha molto a che fare con la tragedia. 

Ma non importa, non importa davvero un fico secco. Come ricordava Gigi Proietti parlando del suo lavoro, alla domanda “E’ vero?”, la risposta giusta è “E’ vero che te l’ho raccontato”.

E la qualità del racconto e della scrittura di Antonia Spaliviero è tale da rendere il suo romanzo uno dei più belli – a parer mio imperdibile per chiunque avesse avuto la stessa età in quegli anni – usciti negli ultimi anni.

Perché Natalia è per lei, e per chi legge, figura coetanea di riferimento, alla quale molto si può chiedere e dalla quale molto si può imparare, senza tuttavia la mancanza, che forse è sofferta da troppi ragazzi e ragazze d’oggi, di figure di riferimento più adulte. Come il padre e il fratello maggiore della narratrice (e finalmente si rivede un padre che non trascura di ascoltare la figlia). Come il curato della parrocchia, “unico prete antifascista” (il quale, conoscendo lo spirito di quei tempi e molte storie simili, probabilmente oggi non sarà più prete da molto tempo, avrà messo su famiglia e si dedicherà al volontariato organizzato), che mette in organizzazione i primi gruppi con maschi e femmine insieme e consiglia libri che per non pochi di noi ebbero la stessa sorte (i due di Michel Quoist, Amare per i maschi e Donare per le femmine, e giustamente la protagonista narrante sottolinea la discrepanza dei titoli). Come la straordinaria professoressa di lettere, che abbandona D’Annunzio per proporre Kerouac e Burroughs e Ginsberg e Corso e i poeti americani che grazie all’antologia curata da Fernada Pivano e pubblicata da Feltrinelli tutti conoscemmo all’epoca. 

E poi, con naturale scelta che è insieme rigorosa documentazione storica, il cinema e la musica che si vedevano e si ascoltavano a quei tempi, la scoperta della politica e la scoperta del sesso, descritta con una delicatezza e una sensibilità rare.

E, infine, senza dir troppo, perché il romanzo di Antonia Spaliviero va preso e letto e riletto e ascoltato, ci sono i morti, che vengono a trovare chi racconta, ormai divenuta adulta, ogni tardo pomeriggio dei suoi giorni.

Di morte e morti che non se ne vanno racconta anche il documentario – in questo caso che le cose raccontate siano accadute è comprovato – di Max Lowe.

Suo padre Alex, nato nel 1958, era una leggenda. Aveva aperto prime vie di scalata sulle cime più impervie degli Stati Uniti, delle Alpi, del Nepal. Eccelleva in ogni aspetto dell’alpinismo, dall’arrampicata su roccia a quella su ghiaccio a discese con gli sci che sembravano a tutti impossibili. Era stato anche protagonista, nel 1995, del salvataggio, prima raggiungendoli in scalata e poi portandoli a spalle, di un gruppo di alpinisti spagnoli che erano rimasti bloccati sul monte Denali, in Alaska.

Quando viene travolto, con David Bridges, dalla valanga che li ucciderà, insieme a loro stava salendo Conrad Anker, suo grande amico e anche altrettanto grande rivale sportivo. Conrad sopravvive. Jennifer, la moglie di Alex, è rimasta con tre figli, ancora piccoli. Con lo scorrere dei mesi tra i due, il sopravvissuto che si sente in colpa per esser tale e la vedova del suo miglior amico, nasce e cresce un amore che li porterà a sposarsi durante un viaggio in Italia. Il più grande dei figli, Max, non accetta di buon grado la scelta della madre e il suo rapporto col ‘patrigno’ non è privo di momenti difficili e di conflitto. 

Si arriverà comunque, divenuti adulti i tre ragazzi, alla decisione di girare un documentario sul padre. Che non è, tuttavia, solo questo. E’ anche un film che scava nelle persone che sono rimaste. E’ una meditazione sulla vita come avrebbe potuto essere, su quello che è stata e su come chi resta deve tenere un piede nel passato per render onore e memoria a chi se ne è andato e uno nel futuro perché non si interrompe ciò che è necessario costruire.

Ed è, quando nel 2016 un’altra spedizione scoprirà i corpi, ancora preservati dal ghiaccio, dei due alpinisti morti, anche il racconto di come sia necessario riconciliarsi con il ricordo che sta sfumando, recuperando una presenza fisica, se pur immota, e di come questo processo aiuti a riconciliarsi con se stessi e con gli altri.

E anche qui, curiosamente, mi torna in mente un film di Fred Zinnemann, Cinque giorni un’estate (Five Days One Summer. Usa, 1982), tratto da un racconto di Kay Boyle, nel quale, ambientandola nel 1932, si racconta la storia d’amore tra il medico Douglas (Sean Connery) e la giovane Kate (Betsy Brantley), nella quale avrà una parte importante l’episodio del ritrovamento del corpo di un valligiano scomparso in montagna quarant’anni prima, alla vigilia delle sue nozze, al quale assisterà quella che era la sua promessa sposa.

Compassione e commozione, al più alto grado di intensità emotiva, sono gli elementi che si trovano sia nel romanzo di Antonia Spaliviero (e anche nelle tre intensissime pagine in appendice nelle quali Gabriele Vacis racconta come si sia arrivati alla sua pubblicazione) che nel film di Max Lowe.

Nulla di artificiale né tantomeno di costruito per toccare con banalità o luoghi comuni narrativi la superficie del nostro essere.

Due modi di parlarci di persone che non ci sono più e della memoria che è loro dovuta, che lasciano un segno profondo.

La coperta di Vanessa

di Enrica LEONE

… perché dentro la storia della scuola c’è la storia di tutti, anche di quelli che non l’hanno frequentata, anzi soprattutto la loro, e proverò a raccontarvi anche questo.

Sono tempi complicati per tutti, ma per la scuola un po’ di più. Mentre scrivo sono in attesa delle decisioni che gli addetti ai lavori prenderanno in merito al rientro in aula lunedì 10 Gennaio, anche se pare scontato ormai che gli studenti e le studentesse campane saranno in DDI (didattica digitale integrata), per volere di un presidente che non disdegna di farsi chiamare sceriffo.

E allora vale la pena organizzarsi per resistere grazie alle voci giuste come quella di Vanessa Roghi. Voi siete il fuoco, edito da Einaudi, è un libro sulla storia della scuola, scritto specificamente per i ragazzi e le ragazze, l’anima di un’istituzione che sta smarrendo se stessa. Si dice che della scuola si sentano autorizzati tutti a parlare per il solo fatto di averla frequentata e invece la Roghi ne parla con la serietà della storica e la passione civile che contraddistingue ogni suo scritto, dunque leggerla è un bene. E non si pensi di affrontare un libro pieno di date o ragionamenti incomprensibili sui massimi sistemi, perché la storia è la più umana delle discipline e questa dimensione l’autrice non la perde mai. Il racconto prende avvio dalla vicenda di una coperta che Vanessa, ragazza alla fine del ciclo di scuola media in una città della provincia toscana, realizza insieme ai suoi compagni e alle sue compagne durante i laboratori del tempo pieno. E così, proprio quella scuola media unificata che alcune menti indicano oggi come l’inizio della fine, è per questa giovane donna e per tanti altri e altre prima e dopo di lei, la possibilità, sancita dalla Costituzione, di sentirsi parte, costruire uguaglianza, o almeno ridurre le differenze. La coperta di mattonelle, ognuna delle quali realizzata da uno studente o da una studentessa, diventa simbolo di bellezza collettiva e condivisa, ricordando all’autrice cosa muove il suo lavoro di storica, ovvero la ricerca di senso che coincide con giustizia.

Vanessa ROGHI

Partendo da uno sguardo sul proprio vissuto, si cerca di indagare la memoria collettiva di una nazione, la nostra, attraverso la storia dell’educazione, con i racconti di leggi fondamentali per l’ampliamento dell’istruzione obbligatoria e i nomi di pionieri e pioniere nell’ambito della pedagogia. C’è un bellissimo capitolo, il sesto, dedicato alle difficoltà che le prime maestre hanno dovuto affrontare in tempi ormai lontani, pagine che rendono chiaro dove affonda la questione di genere, ancora oggi così cruciale, nel nostro paese e non solo (si fa riferimento ad un articolo della grandissima Matilde Serao, intitolato Come muoiono le maestre, dedicato al suicidio della maestra Italia Donati, datato 25 giugno 1886). Si legge della forza di Maria Montessori e della sua grande intelligenza. E mentre ci si lascia guidare dall’autrice in questo viaggio sentimentale attraverso la storia dell’educazione, appare chiara la necessità di alcune pagine, oggi che la scuola pubblica è costantemente nel mirino, capro espiatorio ideale di una politica che sull’istruzione ha fallito miseramente. Quasi ogni giorno illustri menti si prodigano nella condanna senza attenuanti di una scuola dell’obbligo rea di promuovere troppo, di adattarsi ai bassi livelli degli studenti e delle studentesse senza fare selezione. Non esistono più le mezze stagioni e neppure le bacchette sulle mani e i ceci sotto le ginocchia per fortuna! Quanta miseria in questi ragionamenti, quanto classismo mascherato da fine intelletto… Torna chiaro e forte allora il messaggio di Lettera a una professoressa, sintesi acuta e implacabile del malfunzionamento del sistema educativo, elaborata a Barbiana grazie al lavoro di Don Milani e dei suoi studenti. Una scuola che promuove chi è già stato graziato dalla vita e si dimentica del resto della popolazione è una scuola che non serve alla crescita della società. Questo dicevano i padri e le madri della costituente, questo dice ancora oggi la nostra Costituzione all’art. 3.

E allora leggere libri come Voi siete il fuoco ci aiuta ad orientarci in una società complessa, a capire se non le soluzioni, certo il senso delle questioni che il presente ci pone con forza e che non si possono ignorare. E la questione più impellente per chi fa educazione è decisamente l’angoscia di gran parte degli alunni e delle alunne. La pandemia ha smascherato la più brutale delle verità, ovvero che i giovani interessano solo nella misura in cui sono funzionali a un sistema miope, manipolati da adulti che si cullano nella presunzione di essere sempre un gradino più su. Poi ci sono gli adulti come Vanessa, che di queste vite si interessa davvero e a loro rivolge pagine di grande spessore etico e storico, senza moralismi e retorica, ma con quella semplicità nemica di ogni banalità.

Voi siete il fuoco è dunque un libro per ragazze e ragazzi, ma anche per quelli che, come me, a questi giovani deve molto. Insegnare ha un senso non come missione privata, ma come vocazione civile collettiva. Essere a disposizione delle persone che ci sono state affidate, ascoltarle e ragionare con loro, assumendo i rischi di scelte impopolari. Questo è insegnare.

Nelle pagine di Vanessa c’è spazio per Alice, per Pinocchio, ma anche per il Cappellaio matto e per Lucignolo, per Franti e per tutti quei nomi che hanno segnato un tempo e lo hanno raccontato.

C’è spazio per Menocchio e per i suoi vermi, c’è spazio per Carlo Ginzburg e Marc Block. C’è spazio per la storia, che ancora e sempre siamo noi, Bella ciao!

Enrica LEONE

Il mio anno stranissimo. Racconti di un tempo sospeso con gli occhi giovani.

di Elisabetta Betty L’INNOCENTE

Il mio anno stranissimo[1]. Racconti di un tempo sospeso con gli occhi giovani,

Elisabetta Betty L’innocente

https://www.raiplay.it/programmi/ilmioannostranissimo

Cosa potrebbe mai insegnarci Enea in questo tempo sospeso? Sì proprio lui, la creatura virgiliana. Ci restituirebbe, oggi più che mai, una forza, oltre la pietas, per oltrepassare questo stargate spazio-temporale e saltare nella nuova era; quella che si è aperta con lo squarcio del ‘morbo’, della pandemia. Enea ci insegna a viaggiare, autobiograficamente e cognitivamente, dentro noi stessi e a maturare. Ci insegna a rimanere in balìa talvolta, ad agire anche. Enea ci insegna ad andare oltre, a trovare di nuovo noi stessi. Ci insegna lo stupore e la meraviglia, quanto di potente può cantare Enea, lo fa proprio in questo tempo sospeso. Senza clamore, senza eroismi conclamati, senza allarmismi e senza ὕβϱις (hýbris) alcuna. E quanto potrebbe mai essere utile la tragedia, l’epica? Tutti questi reperti archeologici e letterari, in classe? Una qualsiasi classe, in un posto qualsiasi, in una scuola qualsiasi, di ordine e grado qualsiasi. O forse non sarebbe di nessuna utilità. Non lo sarebbe senza aver ascoltato l’altro e l’altrove di quello che i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine, ci vorrebbero dire.  Dopo, allora può iniziare l’epica. Prima dobbiamo comprendere l’epoca, poiché è tempo che si narri la loro. Non la nostra, noi tutti siamo Enea, o lo siamo già stati. Il nostro viaggio è iniziato tempo fa, il loro deve cominciare. O perlomeno dovrebbe, virus permettendo. E se Enea, oggi, per analogia o per antitesi, fosse paragonato a Jeeg Robot, sì il supereroe del film Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti? Ma questa è un’altra storia, o una storia mitica, realmente accaduta ed udita dalla scrivente, in una mattina d’inverno di qualche tempo fa, dal ragazzo che appare tra le fronde della pellicola in oggetto e mostra un disegno e dice al mondo: ce l’abbiamo fatta!

E’ così che grazie alla giornalista Rai – Paola Guarnieri – che su Radio 1 conduce il programma radiofonico  Tutti in classe, entro in contatto con Daniele Segre, autore e produttore cinematografico per la Redibis Film. Già mi accorgo che questa casa di produzione ha un nome mitico, che racchiude in esso una feat mitologica. E’ la sintesi della locuzione latina ibis redibis, temibile – quanto sibillino – responso della Sibilla cumana insieme all’espressione inglese red ibis che ci riporta all’uccello fluviale  e al dio Thot; sacro agli antichi egizi. Dio della luna, della matematica e della scrittura. Ecco che Daniele Segre, gentilissimo nel suo accento e nell’accezione etimologica della parola gentile, mi chiama e mi parla del film che vuole fare con la regia di Marco Ponti. Altro nome mitico quello di Ponti, che la mia memoria corre subito alla pellicola Santa Maradona, del 2001,suo folgorante esordio. Quel film mi ricorda tante cose, sento subito il sapore melanconico e dolce della giovinezza come una eco lontana, in dissolvenza. Un campo lungo di ricordi, di cinema, di un’epoca che si apriva con la percezione di un bug, di un errore di sistema, distopicamente ancora da metabolizzare. La mia petit madeleine tocca l’apice quando si immerge nel ricordo del compianto Libero De Rienzo, nei panni di Bart Vanzetti. Ebbene, per me, a prescindere, sarebbe già stato un sì. E come me altri insegnanti di altrettante scuole italiane.

Segre mi racconta dell’intenzione di fare un film interamente girato dai ragazzi e dalle ragazze di età compresa tra i 10 ed i 14 anni. Io insegno lettere in una Piccola Scuola (Movimento delle piccole scuole di INDIRE[2]) a Civitella del Tronto, un borgo bellissimo nel comprensorio dei Monti della Laga, nel cratere sismico e sono anche una sceneggiatrice per il cinema indipendente. Questa avventura inizia nel 2020, poco più di un anno fa. I ragazzi e le ragazze devono raccontarsi in un breve filmato , interamente girato da loro con un dispositivo. Possono raccontare come stanno, cosa fanno, cosa hanno fatto durante il lockdown.  Sembra tutto molto semplice, persino banale. Siamo nel periodo di overload da webinar, discussioni su come e perchè sia opportuno o meno opportuno che i genitori, il territorio e l’autonomia, siano intra moenia ed extra moenia. La mia dirigente, Sandra Renzi,  accoglie il progetto e anzi ribadisce la centralità della domanda nella relazione educativa[3].

La domanda è, a mio parere, la strategia più inclusiva nell’ambiente educativo. Il suo porsi è rivolto implicitamente a tutti e a ciascuno, il carattere di apertura lascia spazio a pensieri diversi, la ricerca che prevede esclude ogni sapere costituito e definitivo, l’attesa della risposta apre all’ascolto. Dal punto di vista epistemologico la domanda serve a generare dissonanza cognitiva e a guidare i bambini a precisare e ricostruire pezzi di mondo, sollecitando al contempo la loro curiosità e i processi immaginativi, che costituiscono significative motivazioni alla conoscenza. Essa attua inoltre una ricerca interna che lascia emergere le interpretazioni dei bambini circa il contenuto di esperienza in atto. Nella formulazione delle domande è preferibile utilizzare il suggestivo linguaggio delle immagini, in modo da raggiungere la soglia sensoriale attraverso cui passa ogni esperienza di conoscenza e si instaura la relazione tra l’esperienza interna e il mondo esterno[4].

• Che sogni, belli e brutti, hai fatto in questo periodo?

• Un libro / un film / una serie che ti ha tenuto e/o ti sta tenendo compagnia

• Cosa ti manca di più della scuola durante la chiusura?

• Dove sogni di andare in gita?

• Qual è la cosa più bella o più brutta di questo periodo, che non dimenticherai mai?

• Come lo disegneresti, questo periodo?

Un mondo popolato da adulti, forse tutti boomer agli occhi delle nuove generazioni.

Una voce, uno sguardo, tante voci, tanti sguardi, si levano. Una sorta di novelli e rinnovati Comizi d’amore – di pasoliniana memoria – squarciano l’orizzonte.  Al film partecipano tutti, o quasi, i discenti coinvolti. Basta una semplice consegna ed i loro dialoghi, o monologhi, sono profondissimi. Magari sgangherati, romantici, ma potentissimi. Al sud c’è la natura come sfondo integratore. Animali e vegetazione, un rifugio primitivo dalla dad e dalla pandemia. Al nord ci sono altri spazi, altri colori, eppure la stessa valenza narrativa. Una unica emozione pervade ogni racconto. Come se fossero stati girati nello stesso, identico, momento.  Non c’è nessuna retorica, non ci sono indulgenze, clamori, bizantinismi, ci sono voci corali e sguardi nuovi che chiedono di tornare a fare. Ci sono intere generazioni, talvolta sottovalutate da impietosi rapporti sulle loro specifiche competenze, che sanno come proseguire il cammino. Semplicemente volendolo. Non è un paradosso, tanto meno una tautologia o una ridondanza, è una legge naturale, miticamente edipica; loro ce la faranno.

Questo piccolissimo film fatto di volti, case, cortili, stalle, disegni e voci con svariati accenti, è necessario proprio ora, in questo contingente. Mentre ci affanniamo, perché come adulti dobbiamo, perdiamo la rotta. Affondiamo e nel panico dimentichiamo loro, i giovani. 

Se mai dovessi scegliere in una ipotetica capsula del tempo, di conservare a futura memoria un segno tangibile di un periodo particolarmente significativo, inserirei questo film di circa venticinque minuti. E’ un documento importante, un testimone oggettivo di ciò che è stato. Un raccoglitore silente di memoria. Se è vero che questa è la fase storica più dura per noi contemporanei dalla fine della seconda guerra mondiale, allora penso a quanto utile sia il cinema, il linguaggio audiovisivo in tutte le sue forme. Specie quelle naïf. Quanto importanti sono stati i dispositivi in questo frangente, usarli ed essere un mezzo sociale e democratico perché si raccontassero il tempo e la storia? Pensiamo al Neorealismo e ai suoi capolavori, eppure sarebbe stato impossibile replicare il contingente. Invece i ragazzi e le ragazze hanno video narrato il loro presente, lasciandolo impresso per sempre. Le paure, le angosce e le speranze sono racchiuse in questo piccolo film, accompagnato solo in post produzione. E’ facile e comodo pensare che sia un film facile, semplice dal punto di vista produttivo. invero è un documento coraggioso. Un monumento storico e sociale a cui hanno partecipato anche le famiglie, i luoghi, i non luoghi, i territori con i loro spaesamenti, gli animali di casa e la Scuola. Come comunità, come paesaggio educativo.

Ma l’aspetto più interessante è che Il mio anno stranissimo non commette l’errore di drammatizzare eccessivamente la condizione dei preadolescenti, che molte ricerche e altrettanti media hanno descritto in questi mesi come “dipendenti dai social”, depressi, traumatizzati e così via. Semmai, fa venir fuori la grande capacità di resilienza di cui dispongono (e di cui, lo si capisce dal loro atteggiamento davanti alla telecamera, sono i primi ad essere consapevoli) […]

[…] Il punto di vista di chi ha fra 10 e 14 anni aiuta tutti a pensare al futuro e a come renderlo migliore: una grande chiamata alla responsabilità sociale e civile[5].


[1] Il mio anno stranissimo, di M.Ponti Italia, 2021, 52’ Redibis Film

[2] https://piccolescuole.indire.it/

[3] S.Renzi,Educare alla cittadinanza nella Scuola dell’Infanzia, Pinxit Edizioni 2021

[4] ibidem, cap. 5 La centralità della domanda nella relazione educativa, p.153

[5]Il mio anno stranissimo: il racconto della pandemia vista dai preadolescenti, recensione di E.Brocardo, wired 04/12/2021 https://www.wired.it/article/il-mio-anno-stranissimo-documentario-recensione/

Uscire da Brigadoon

di Carlo Ridolfi

Brigadoon (Usa, 1954) è un buon film, diretto da Vincente Minnelli (non il suo migliore, forse, ma stiamo parlando di un maestro che ha realizzato capolavori come Un americano a Parigi Spettacolo di varietà) e interpretato da Gene Kelly e Chyd Charisse. Tratto dall’omonimo musical di Alan Jay Lerner e Frederick Loewe, racconta di un misterioso e magico villaggio scozzese, Brigadoon, che compare alla vista di chi non vi abita solo per un giorno ogni cento anni.

A guardare il calendario, oggigiorno, a volte si ha l’impressione che per quanto riguarda questioni sociali, ricorrenze storiche o memoria di personalità significative e importanti, tutti quanti noi viviamo in una sorta di Brigadoon istituzionalizzato.

Provo a stendere un elenco, non so neppure se completo ed esaustivo, degli appuntamenti che sono stati codificati a livello nazionale o internazionale.

Il mese di gennaio si apre con la Giornata mondiale della Pace e annovera tra le sue scadenze la Giornata internazionale dell’Educazione (il 24) e il Giorno della Memoria (il 27). 

A febbraio ci sono la Giornata nazionale per la Vita (7), il Giorno del Ricordo (10), la Giornata mondiale del malato (11), la Giornata mondiale della giustizia sociale (20), la Giornata nazionale del Braille (21).

In marzo abbiamo la Giornata internazionale della donna (8), la Giornata europea in ricordo delle vittime del terrorismo (11), la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (21), la Giornata mondiale dell’acqua (22).

Ad aprile ci aspettano la Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace (6), la Giornata mondiale della salute (7), la Giornata della Terra (22), la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (23), oltre a, naturalmente, la Festa della Liberazione d’Italia (25).

A maggio, passato il Primo, Festa dei Lavoratori, ricorrono la Giornata mondiale della libertà di stampa (3), la Giornata internazionale della famiglia (15), la Giornata mondiale della biodiversità (22).

Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana, ma poi ci sono anche la Giornata mondiale dell’ambiente (5), la Giornata mondiale degli oceani (8), la Giornata mondiale del lavoro minorile (12), la Giornata mondiale del Rifugiato (20), la Festa della musica (21).

Passati luglio e agosto, mesi di vacanza, torniamo a settembre per la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione (8), la Giornata internazionale della Pace (21), la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato (26).

Ottobre ci riserva la Giornata mondiale degli insegnanti (5), la Giornata mondiale dell’alimentazione (16) e la Giornata delle Nazioni Unite (24).

A novembre, dal 1989, si festeggia la Giornata della libertà in ricordo dell’abbattimento del Muro di Berlino (9), la Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace (12), la Giornata internazionale della tolleranza (16), la Giornata mondiale della Filosofia (18), la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20) e la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25), la Giornata internazionale contro la pena di morte (30).

Dicembre, infine, ci accompagna verso la conclusione dell’anno con la Giornata mondiale contro l’AIDS, la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù (2), la Giornata internazionale delle persone con disabilità (3), la Giornata mondiale dei diritti umani (10), la Giornata internazionale della montagna (11).

Sicuramente ce ne sono altre che, unite alle Festività correnti (Pasqua, Natale, il Santo Patrono etc.) e a quelle più o meno inventate a scopi commerciali (la festa della mamma, del papà, dei nonni etc.) riempiono il nostro calendario di scadenze programmate nelle quali, a volte, sembra che ci sia l’obbligo, a casa o a scuola, o a casa e a scuola, di festeggiare o ricordare ciò che si celebra in quella o quell’altra scadenza particolare.

Una riflessione molto seria su questo argomento fu quella proposta da Giovanni De Luna in un libro secondo me fondamentale (La Repubblica del dolore. Feltrinelli, Milano, 2010), così come, in questo caso a proposito della Shoah, è altrettanto irrinunciabile la lettura di Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, pubblicato nel 2010 per Utet da Valentina Pisanty.

Non si tratta, ovviamente, di negare la necessità di ricordare tragici avvenimenti del Novecento come la Shoah o le Foibe (purtroppo, con il vizio tutto italiano di politicizzare strumentalmente la storia, diventate in modo assurdo l’una ricorrenza considerata “di sinistra” e l’altra “di destra”), o le vittime di guerre, atti terroristici, criminali azioni di mafia, o di ribadire l’imperativo di eliminare la pena di morte o la violenza contro le donne.

In discussione, a parer mio, è la tendenza è di fare di ogni fatto o questione sociale o ambientale e così via una scadenza annuale, codificata e obbligata. Come se fossimo in una perenne Brigadoon della memoria e della coscienza civica, nella quale una volta l’anno ci occupiamo di ambiente o di rifugiati o di malati di AIDS, per tornare poi nelle nostre occupazioni correnti, senza più pensarci, fino alla scadenza successiva o, nel caso di avvenimenti particolari, addirittura fino all’anno dopo.

E’ evidente che anche ad uno sguardo non particolarmente approfondito risulti la sostanziale inefficacia di questi appuntamenti. Con tutto il rispetto per le azioni delle (benemerite) organizzazioni di volontariato che si occupano delle singole questioni e che utilizzano le scadenza del calendario per raccogliere fondi vendendo stelle di Natale, panettoni o arance, non risulta (anzi, purtroppo) che la violenza contro le donne sia diminuita, che nei confronti dei migranti chi era prima per i respingimenti abbia cambiato sostanzialmente idea, che le cerimonie in pompa magna con banda comunale e bambini delle elementari che cantano la canzoncina o recitano la poesiola dopo che si è piantato qualche albero nel parco comunale abbiano modificato scelte urbanistiche, consumo di suolo, innalzamento dell’ennesimo centro commerciale.

La soluzione è abolire il Natale o far a meno di ricordare la Shoah? La domanda è in tutta evidenza retorica e non può che prevedere una risposta negativa. 

Foto di Mehmet Aslan

Una proposta, senza pretese di palingenesi, potrebbe forse essere quella di scegliere sul piano educativo solo alcune di queste ricorrenze, parlandone a casa e a scuola, preparandosi per tempo con riflessioni, approfondimenti, letture, incontri con testimoni laddove ce ne siano. Non dimenticando – e questo forse è il punto vero – che senza sostanziali modifiche nelle condizioni materiali delle donne e degli uomini, nella loro preparazione culturale, nelle possibilità di intervento legislativo per cambiare le situazioni di ingiustizia, anche le pur meritorie iniziative simboliche non restano che atti di volontarismo, in qualche caso persino autogratificante.

Tanto per fare un solo esempio: invece che dieci cento mille giornata sulla tolleranza, l’alfabetizzazione, il libro e la questione delle migrazioni, potrebbe essere più utile che il Parlamento italiano dia agli 870.000 (stima per difetto) ragazzi e ragazze e donne e uomini stranieri, moltissimi dei quali sono nati in Italia, quel riconoscimento di cittadinanza (Ius Soli Ius Culturae, basta che si faccia) senza il quale i loro diritti restano per buona parte negati.

L’apparenza e la sostanza

FREAKS OUT di Gabriele Mainetti, un film bello, importante e prezioso.

di Carlo Ridolfi

FREAKS OUT (Italia, 2021) regìa: Gabriele Mainetti; soggetto: Nicola Guaglianone; sceneggiatura: Nicola Guaglianone e Gabriele Mainetti; fotografia: Michele D’Attanasio; montaggio: Francesco Di Stefano; effetti speciali: Maurizio Corridori, Stefano Leoni; scenografia: Massimiliano Sturiale; costumi: Mary Montalto; trucco: Federico Carretti, Davide De Luca, Emanuele De Luca, Marco Perna, Diego Prestopino, Barbara Tovazzi; musiche: Gabriele Mainetti, Michele Braga; con: Aurora Giovinazzo (Matilde), Giorgio Tirabassi (Israel), Claudio Santamaria (Fulvio), Pietro Castellitto (Cencio), Giancarlo Martini (Mario), Franz Rogowski (Franz), Anna Tenta (Irina), Max Mazzotta (il Gobbo); produttori: Andrea Occhipinti e Gabriele Mainetti, per Boon Films, Lucky Red, Rai Cinema, GapBusters; distribuzione: 01 Distribution; colore; durata: 141′

Nota introduttiva e doverosa: un plauso preliminare a Gabriele Mainetti e Andrea Occhipinti, che come produttori hanno resistito per mesi alle sirene delle grandi piattaforme di streaming e sono riusciti, alla fine, a mantenere la possibilità di mandare il loro film nelle sale cinematografiche. Perché Freaks Out è film che, per quanto grande sia lo schermo televisivo di casa nostra, va visto al cinema.

Detto questo.

Quanti modi ci sono per parlare di nazifascismo, Resistenza, Shoah? Ovviamente molti e in questi anni, tra libri, film e giornate della memoria, ne abbiamo visti proporre di molti tipi. Ma, forse, la domanda vera è più specifica: quanti modi efficaci ci sono per parlare di nazifascismo, Resistenza, Shoa? Qui la risposta diventa molto più difficile, se è vero che l’istituzionalizzazione della memoria storica produce, a volte, effetti che vanno esattamente nella direzione opposta a quella attesa: si vorrebbe la conoscenza e ci si limita all’emozione, si vorrebbe la pietà e si produce il dileggio, si vorrebbe la consapevolezza e si verifica che oggi, a massimo scorno degli educatori, è più in voga essere (o illudersi di essere) antisistema facendo in classe il saluto romano o cantando Faccetta nera.

Freaks Out, invece, è un bellissimo esempio di efficacia, unita alla sapienza narrativa e alla intelligenza nella costruzione cinematografica. I freaks, lo sappiamo almeno dall’omonimo film diretto nel 1932 da Tod Browning, sono i ‘fenomeni da baraccone’: nani, uomini-lupo, donne barbute, esseri nati con deformazioni o con particolari facoltà che sembrano superare i limiti della fisica fin qui conosciuti. E’ il caso di Cencio, che riesce a controllare gli insetti; di Mario, che attrae a sé i metalli; di Fulvio, la cui ipertricosi lo fa assomigliare ad un canide; di Matilde, che produce elettricità. Sono i quattro attori del circo Mezzapiotta, diretto con amabilità ed affetto dal proprietario Israel, di evidenti origini ebree. La vicenda è datata con molta accuratezza: il re codardo Vittorio Emanuele III è scappato a Brindisi, è stato dichiarato l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esercito italiano è in rotta e i nazisti imperversano su Roma col massimo della violenza. Dopo che il circo Mezzapiotta è stato distrutto da un bombardamento, i cinque progettano di raggiungere la Sicilia e da qui di imbarcarsi per gli Stati Uniti. Non ci riusciranno mai, perché dopo esser incappati nel rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre, perdono di vista Israel. Matilde si dedicherà alla ricerca del suo mentore e padre putativo, mentre gli altri tre cercheranno di mettere in pratica la malaugurata idea di andar a cercar lavoro nel ben più ricco e considerato circo nazista messo in piedi da Franz, a sua volta freak, perché prodigioso pianista dotato di dodici dita, drogato di etere e con la facoltà di vedere il futuro.

Non va detto molto di più di una trama che per due ore e venti (forse qualche minuto di troppo, ma non tantissimi) non manca di idee originali e di colpi di scena. Ciò che si può fare in sede di recensione è accennare ad alcuni elementi che mi pare possano essere particolarmente interessanti ed apprezzabili.

Primo. Gabriele Mainetti, qui al suo secondo lungometraggio come regista (il precedente, uscito nel 2015, era Lo chiamavano Jeeg robot), è autore che dichiara in modo molto esplicito e orgoglioso tutti i suoi riferimenti culturali e iconografici. Non solo il cinema, ovviamente presente, qui con rimandi che vanno da I clowns (1970) di Federico Fellini a La donna scimmia (1964) di Marco Ferreri, ma anche la letteratura, scritta o disegnata, horror e di fantascienza. Non da altre ispirazioni poteva arrivare, ad esempio, l’idea del nazista-preveggente, che ha già avuto nelle sue esperienze con la droga incontri con oggetti del tutto asincroni come il controller per i videogames o l’I-phone.

Secondo. Dopo molti anni di tentativi, non sempre riusciti, va salutata una produzione italiana nella quale alla capacità artistica e professionale della scrittura e dell’interpretazione (su tutti, a parer mio, la giovanissima Aurora Giovinazzo e un Giorgio Tirabassi da premio) possiamo aggiungere, con pari merito per la qualità raggiunta, sia le musiche (dello stesso Mainetti e di Michele Braga), che tutti gli altri aspetti tecnico-linguistici: dal montaggio alla fotografia, dalla scenografia ai costumi, dagli effetti speciali al trucco degli attori e delle attrici.

Terzo. Come ha dimostrato la grande letteratura di storie partigiane, da Fenoglio a Meneghello, per parlare di un’epoca, soprattutto alle generazioni più giovani, facendone intendere l’importanza fondamentale difficile trovar di meglio che costruirci un’epica. Le bande partigiane incontrate da Matilde assomigliano più agli allegri compagni della foresta di Sherwood o alla compagnia della Freccia Nera con la quale viene a contatto Dick Shelton nel romanzo di Stevenson che a una ricostruzione storica della guerra di Resistenza. Ma, in un film nel quale l’apparenza è affatto diversa dalla sostanza, la scelta narrativa risulta ancora più efficace. (E, diciamolo, oltre alla puntuale ma forse scontata citazione di Bella Ciao, quando i compagni di ventura di Matilde, morsi dalla fame, intonano una parodia di Faccetta nera, che inizia con i versi: “Porchetta nera / con la farina…”, si fa giustizia, almeno cinematografica, di tante meschinità nostalgiche sentite in questi ultimi tempi purtroppo non solo nelle storie di finzione ma in troppi telegiornali).

Quarto. Freaks Out non è un film storico. E’ un film sulla storia, rivisitata, reinventata, immaginata e manipolata, che dice tuttavia molto di più e molto più a fondo di tante ricostruzioni spocchiosamente retoriche. (Franz metterà in scena il suo spettacolo più atteso davanti al generale Kesserling, che nella tragedia della realtà storica fu responsabile di crimini di guerra sia contro i partigiani che ai danni della popolazione civile e ispirò quell’immortale epigrafe di Piero Calamandrei che inizia con “Lo avrai camerata Kesserling il monumento...” e termina con: “ora e sempre RESISTENZA!“). Non è un film perfetto: c’è qualche sbavatura, qualche compiacimento, qualche eccesso di troppo. Ma è un film che ci parla e chiede di essere ascoltato in tutte le sue pieghe più ricche e riposte. Ed è un film che termina – dopo averci fatto divertire, commuovere, indignare, piangere e ridere – con una immagine in tutta evidenza apparentata a quella finale di Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini. Basterebbe questo. Ma c’è questo e molto altro ed è, lo dico ringraziando, un film come non se ne vedevano da tempo.

4 novembre Milite Ignoto, la retorica del martirio “impersonale”

di Claudio VERCELLI da IL MANIFESTO giovedì 4 novembre 2021

In una società stanca, dove ogni forma di intermediazione che non sia quella affidata all logica della contrapposizione diretta tra poteri rischia di essere altrimenti bandita, ritornano in forma monumentale e celebrativa le immagini di un passato non rielaborato. Se c’è chi rincorre lo sdoganamento del fascismo – una tentazione che si ripete ossessivamente, dal momento stesso della sua rovinosa caduta – molti altri si impegnano nell’esaltazione dei cascami di una sovranità nazionale che dovrebbe letteralmente costituire la linea del Piave sulla quale assestarsi per dare un qualche significato ad un presente vuoto di sollecitazioni e speranze.

La retorica delle ricorrenze, a tale riguardo, è in funzione della celebrazione acritica di un passato immaginario, dove alla comprensione dei conflitti, bellici e non, si sostituisce l’apologia del “sacrificio” e del “martirio”. Il racconto della Grande guerra in tali termini, dove l’insensatezza di uno scontro continentale copriva i cinici calcoli d’interessi e la spudoratezza di classi dirigenti amorali, è funzionale a occultare il senso della storia. Incontrando tuttavia il plauso di una parte di quella popolazione che all’epoca sarebbe stata sacrificata sull’altare del conflitto. La quale, oggi, in un percorso di disemancipazione, sempre più spesso, deflette dai diritti di cittadinanza per consegnarsi ad un immaginario che trasforma il rispetto per chi fu travolto da una storia più grande di lui in un rinnovato repertorio della rivalsa nazionalista.

Si tratta della manifestazione di una debolezza, piuttosto che di un punto di forza. La ricorrenza del 4 novembre, e con essa del centenario del Milite Ignoto, si inserisce in questo quadro di ridondanti riferimenti al passato, perlopiù formulati in chiave completamente acritica. Va ricordato, per evitare i ricorrenti equivoci del caso, che la Prima guerra mondiale fu senz’altro il prodotto di molti fattori ma è da imputarsi soprattutto alla calcolata cecità e volontaria di classi dirigenti sospese tra liberalismo individualistico e autoritarismo imperiale. Una miscela che comportò la deflagrazione dell’intero Continente.

Il fascismo, anche nella sua natura di fenomeno di mobilitazione collettiva, derivò da ciò, essendone effetto, non certo causa. L’incapacità, ai giorni nostri, di contrapporre una narrazione di taglio problematico all’uso sovranista e identitario dei temi del passato, si inscrive dentro l’afasia che è parte del modo di essere di ciò che residua delle forze politiche che dovrebbero invece dare corso ad una rappresentanza popolare. Consegnandola, in tale modo, al populismo. Che invece usa liberamente il passato in funzione delle sue occorrenze correnti, in un gioco di auto-accreditamento attraverso la colonizzazione politica di ogni simbolismo dei trascorsi collettivi.

Il Milite Ignoto si colloca a pieno titolo dentro questo percorso, per la sua stessa natura di espressione di una “nuova Italia”, generatasi nel “lavacro” bellico, e quindi dalla commistione tra martirio laico, impersonalità e massificazione. C’era allora, nel 1921, una voluta e ricercata contraddizione tra l’anonimato dei resti di un caduto totalmente sconosciuto, quindi irriconoscibile se non per la sua nazionalità italiana, e l’enfatizzazione che di esso se ne fece come esempio di partecipazione al sacrificio collettivo.

Proprio perché la Grande guerra fu anche e soprattutto un conflitto di massa, partecipato da un gigantesco numero di soldati-contadini, perlopiù giovani se non giovanissimi, il simbolismo del Milite ignoto ne riassumeva alcuni di quei tratti, essendo tuttavia parte integrante della celebrazione di un’ecatombe collettiva intesa come somma di atti di devozione personali. In altre parole: morti individuali del tutto anonimi, che erano chiamati ora a celebrare una fragile identità collettiva, quella della nazione italiana.

Per la declinante Italia liberale ciò costituiva uno dei più significativi momenti di omaggio a quella religione civile, di cui il fascismo si sarebbe poi lestamente impossessato. In essa, l’appartenenza nazionale era fatta coincidere con la disposizione al martirio di se stessi. Si compiva così una completa traiettoria ideologica, dove “Trincea”, “Combattimento”, “Morte”, “Vittoria”, “Patria” ma anche “Lavoro” divenivano tutte facce di un prisma monolitico, quello che sanciva come unica cittadinanza possibile, e quindi accettabile, quella basata sulla disposizione al sacrificio di sé e di quanto ogni individuo ha più caro, il suo stesso corpo.

Nazione in armi, nazione al lavoro, concordia nazionale e subordinazione ad una presunta gerarchia naturale, quella del superiore nei confronti degli inferiori: una miscela che il fascismo, già allora presente sulla scena politica e sociale, si sarebbe incaricato di tradurre in prassi quotidiana, neutralizzando qualsiasi forma di opposizione.

Con Mimmo Lucano

Abbiamo conosciuto Mimmo Lucano. Abbiamo portato due anni fa a Macerata un convegno nazionale dal titolo MiraggiMigranti. Avvertiamo anche alle nostre spalle il vento che ha mosso le scelte del sindaco di Riace, che sentiamo compagno di strada da ogni punto di vista: umano, politico, sociale e pedagogico (anche se lui si schermirebbe davanti a tanti paroloni). Mentre confidiamo in una revisione radicale della condanna emessa ieri in primo grado, vogliamo confermare la nostra convinta vicinanza a Mimmo Lucano e la disponibilità a mettere in campo azioni che possano, anche in collaborazione con altre e altri, dimostrare che il sogno del Villaggio Globale realizzato a Riace è l’eredita che vogliamo raccogliere, qui ed ora e con lui.

Il Consiglio Direttivo di RETE di Cooperazione EducativaC’è speranza se accade @

Un viaggio alla Farm Cultural Park di Favara

di Erika Bucca

Dalla rigenerazione di sette cortili, a SOU – scuola di architettura per bambini, fino alla Human forest, questo il percorso compiuto da Farm Cultural Park a Favara in provincia di Agrigento. Una realtà che, come Rete di Cooperazione Educativa Sicilia, abbiamo voluto visitare e conoscere per farci contaminare da visioni e progettualità. Farm è un borgo rigenerato, è l’impresa di Andrea Bartoli e Florinda Saieva, che da 10 anni invitano  artisti e architetti da tutto il mondo a condividere pratiche, sostenibili per le città, che hanno come minimo comun denominatore la bellezza – dalla Street art alle installazioni site specific – ma soprattutto rappresentano un modo di fare politica.

Abbiamo voluto prendere parte a Human forest, progetto di Analogique e Laps Architecture, uno spazio verde ospitato da Farm Cultural Park all’interno di Palazzo Miccichè. L’intento, spiega Dario Felice, co-fondatore di Analogique, in una intervista a Domus – è quello di “creare uno spazio di decompressione dalla frenetica routine della città contemporanea, un ambiente d’ispirazione per entrare in sintonia con il mondo che ci circonda”. Un nuovo modo di abitare che parte da dentro, dai nostri corpi, dalle nostre case e contamina ciò che ci circonda, gli spazi urbani, gli edifici pubblici, la natura tutta.

Giusi Caliri, coordinatrice della sezione siciliana della Rete di Cooperazione Educativa, si è recata a Favara per  contribuire alla riuscita del progetto 1000 alberi per Human Forest entro il 2023 con la donazione di una piantina di ulivo, varietà biancolilla, per poi scambiare qualche parola con  Giulia Tomasi di Farm.

Giusi: Giulia com’è nata l’idea di questo progetto?

Giulia: Andrea Bartoli, il fondatore della Farm Cultural Park, è un uomo che ha viaggiato per tutto il mondo e durante uno dei suoi viaggi gli è venuto in mente di creare un luogo che fosse un luogo di culto laico, di 

preghiera laica, ovvero dove tutti potessero ricavare uno spazio per se stessi e quindi attorniato dalle piante, dalla vita, dalla vegetazione. A Favara, tristemente nota per l’abusivismo edilizio, uno dei nostri primi obiettivi è quello di dare più spazio alla vegetazione e meno al cemento. Difatti la Human Forest si sta allargando grazie alle donazioni degli alberi. Il nostro progetto è proprio che diventi ancora più grande e già siamo a buon punto.

Giusi: Oltre a Palazzo Miccichè, avete già individuato delle possibili aree in cui poter attuare questa rigenerazione verde? 

Giulia: Si, la rigenerazione verde partirà anche dalla Farm stessa, dai 7 cortili, e inoltre sono stati acquistati anche ambienti circostanti alla Farm dai quali partiremo per allargare ancora di più questo “progetto verde”, chiamiamolo così. 

Giusi: Qual è stata l’impressione, o meglio la reazione, della gente del posto rispetto a questo progetto? E’ riuscita a coglierne l’importanza e il carattere di sensibilizzazione volto alla formazione di una coscienza ecologica?

Giulia: I turisti, i nostri visitatori -tra parentesi sono loro a costituire la Farm -l’hanno capito e apprezzato. Ti dirò che alcuni sono rimasti proprio commossi da ciò che hanno potuto ammirare qua dentro. Per quanto riguarda la gente del posto, invece, mi soffermerei più sui bambini. Grazie alla Sou hanno imparato, da quando è nata questa foresta fino ad oggi, il senso, il significato. Perché noi ai bimbi della Sou insegniamo ad essere cittadini migliori, non architetti ovviamente, e quindi il rispetto della comunità, ma anche della natura, cioè di tutti gli esseri viventi, per essere appunto cittadini.

Giusi: Per coinvolgere i bambini della Sou fate dei percorsi all’interno del palazzo storico Miccichè?

Giulia: Sì. facciamo appunto le lezioni. Alcune lezioni si tengono nel giardino di Greta Thunberg e ovviamente abbiamo lavorato attraverso i laboratori su Palazzo Miccichè. Inoltre si lavora sulle esposizioni, come quella allestita per la Biennale. Si lavora ovviamente sul territorio di Favara. Ad esempio, a maggio abbiamo creato un piccolo orto con le piantine. Abbiamo fatto creare ai bambini una città ideale fatta di piante.

Giusi: E questo orto dove l’avete realizzato?

Giulia: Nel giardino che si trova nei 7 cortili, il nostro Riad, sempre per stare a contatto con la natura.

Giusi: All’interno del Palazzo Miccichè, quali sono i titoli più significativi di queste installazioni?

Giulia: Mi viene in mente il padiglione “Prato” che è dedicato alla Good economy, quindi all’economia circolare. Ovviamente si avvale di tanti studiosi di urbanistica che spiegano come una città ideale potrebbe funzionare partendo da “Prato”. 

Giusi: Per realizzare questo progetto, il centro Farm Cultural Park, di quali collaborazioni ci si è avvalsi?

Giulia: La Farm da sempre accoglie artisti, creativi, designer, anche filosofi e architetti. Quest’anno per il progetto della Countless City, che è la nostra esposizione, la biennale delle città del mondo, si è avvalso di architetti, curatori e designer. Ad esempio, il padiglione dedicato ad Hong Kong, presso i 7 cortili, è realizzato da Emanuela Catania che è una designer del tessuto, anche se lei nasce come architetto. Emanuela ha usato 40.000 fili tutti riciclati e alcuni sono stati fatti spedire dalla Cina.

Grazie a Giulia abbiamo capito perché il motto della Farm è “a place that make you happy“. 

Amo gli alberi. Sono come noi. Radici per terra e testa verso il cielo“. Erri De Luca

Assemblea 2021

A norma dell’art. 11 dello Statuto è convocata l’Assemblea Annuale degli Iscritti e delle Iscritte per

venerdì 26 novembre 2021 ore 23:30 in prima convocazione

sabato 27 novembre 2021 ore 15:00 in seconda convocazione

l’Assemblea si terrà sulla piattaforma Zoom (il link sarà inviato a tutte e tutti coloro che sono in regola con l’ìscrizione 2021) con il seguente Ordine del giorno:

  1. Relazione Presidente
  2. Presentazione, discussione e approvazione Bilancio consuntivo 2021
  3. Dibattito
  4. Elezione Consiglio Direttivo per il triennio 2021/24
  5. Varie ed eventuali