Ricordiamoci di non dimenticare

Un libro e un film.

di Carlo RIDOLFI

Non c’è nulla, in concreto – tranne il fatto peraltro non trascurabile che sono entrambi bellissimi – che apparenti un romanzo come La compagna Natalia (Sellerio Editore) di Antonia Spaliviero e un film come L’ascesa dei ricordi (Torn. Usa, 2021) di Max Lowe.

Il libro, pubblicato solo oggi, grazie al marito Gabriele Vacis e alla figlia Giulietta, è lo straordinario e al tempo stesso comunissimo racconto – forse straordinario perché comune a molti e molte – dell’adolescenza di una ragazza nata nel 1954, figlia di genitori di origine veneta emigrati alla periferia di Torino, che quindi racconta di anni tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta.

Il film, prodotto da National Geographic e disponibile al momento sulla piattaforma Disney+, è il racconto, diretto dal figlio Max, della vita e della morte in montagna di Alex Lowe, uno dei miti dell’alpinismo moderno, e di come il migliore amico di Alex, Conrad Anker, sopravvissuto alla valanga che in Tibet, sul monte Sishapangma, nel 1999, aveva travolto Lowe e il compagno di scalata David Bridges, sia divenuto il marito della vedova di Alex, Jennifer, e il padre putativo dei tre figli rimasti orfani.

Periodi storici diversi. Contesti diversi. Storie molto diverse fra loro. 

E pure, a me pare, libro e film stanno vicini l’uno all’altro per l’enorme carico di dolore e di compassione e di amore per la vita che si respirano in ogni pagina e in ogni fotogramma.

Antonia Spaliviero è mancata nel 2015. Tutta la sua vita è stata dedicata alla scrittura per il teatro e alla promozione della cultura teatrale al di fuori degli spazi teatrali propriamente detti, come fabbriche o scuole. Ne La compagna Natalia racconta, in prima persona, della sua esperienza di alunna in un istituto tecnico frequentato per la stragrande maggioranza da maschi; dell’oratorio parrocchiale nel quale nascono i primi dubbi esistenziali e, insieme, i primi amori; della prima grande, controversa, contradditoria e insostituibile amicizia con la compagna, di classe a scuola, ma anche per un’appartenenza politica non subito condivisa dalla scrittrice che racconta, Natalia.

C’è forse – ma è attribuzione arbitraria del sottoscritto, mai esplicitata nel racconto – qualcosa che ricorda la storia di Giulia (Usa, 1977), diretto da Fred Zinnemann e tratto dal romanzo Pentimento (A book of portraits), scritto nel 1973 da Lilian Hellman. Là sono Jane Fonda e Vanessa Redgrave che danno vita alle due amiche che crescono insieme durante la Seconda guerra mondiale e l’avvento del nazismo, che causerà la loro tragica separazione.

Non siamo sicurissimi che la scrittrice statunitense abbia davvero conosciuto un’amica uccisa a causa della Resistenza antinazista, così come, forse, non siamo sicurissimi che l’io narrante sia esattamente quello di Antonia e che sia esistita una compagna Natalia, alla quale sarebbe appartenuto un destino che ha molto a che fare con la tragedia. 

Ma non importa, non importa davvero un fico secco. Come ricordava Gigi Proietti parlando del suo lavoro, alla domanda “E’ vero?”, la risposta giusta è “E’ vero che te l’ho raccontato”.

E la qualità del racconto e della scrittura di Antonia Spaliviero è tale da rendere il suo romanzo uno dei più belli – a parer mio imperdibile per chiunque avesse avuto la stessa età in quegli anni – usciti negli ultimi anni.

Perché Natalia è per lei, e per chi legge, figura coetanea di riferimento, alla quale molto si può chiedere e dalla quale molto si può imparare, senza tuttavia la mancanza, che forse è sofferta da troppi ragazzi e ragazze d’oggi, di figure di riferimento più adulte. Come il padre e il fratello maggiore della narratrice (e finalmente si rivede un padre che non trascura di ascoltare la figlia). Come il curato della parrocchia, “unico prete antifascista” (il quale, conoscendo lo spirito di quei tempi e molte storie simili, probabilmente oggi non sarà più prete da molto tempo, avrà messo su famiglia e si dedicherà al volontariato organizzato), che mette in organizzazione i primi gruppi con maschi e femmine insieme e consiglia libri che per non pochi di noi ebbero la stessa sorte (i due di Michel Quoist, Amare per i maschi e Donare per le femmine, e giustamente la protagonista narrante sottolinea la discrepanza dei titoli). Come la straordinaria professoressa di lettere, che abbandona D’Annunzio per proporre Kerouac e Burroughs e Ginsberg e Corso e i poeti americani che grazie all’antologia curata da Fernada Pivano e pubblicata da Feltrinelli tutti conoscemmo all’epoca. 

E poi, con naturale scelta che è insieme rigorosa documentazione storica, il cinema e la musica che si vedevano e si ascoltavano a quei tempi, la scoperta della politica e la scoperta del sesso, descritta con una delicatezza e una sensibilità rare.

E, infine, senza dir troppo, perché il romanzo di Antonia Spaliviero va preso e letto e riletto e ascoltato, ci sono i morti, che vengono a trovare chi racconta, ormai divenuta adulta, ogni tardo pomeriggio dei suoi giorni.

Di morte e morti che non se ne vanno racconta anche il documentario – in questo caso che le cose raccontate siano accadute è comprovato – di Max Lowe.

Suo padre Alex, nato nel 1958, era una leggenda. Aveva aperto prime vie di scalata sulle cime più impervie degli Stati Uniti, delle Alpi, del Nepal. Eccelleva in ogni aspetto dell’alpinismo, dall’arrampicata su roccia a quella su ghiaccio a discese con gli sci che sembravano a tutti impossibili. Era stato anche protagonista, nel 1995, del salvataggio, prima raggiungendoli in scalata e poi portandoli a spalle, di un gruppo di alpinisti spagnoli che erano rimasti bloccati sul monte Denali, in Alaska.

Quando viene travolto, con David Bridges, dalla valanga che li ucciderà, insieme a loro stava salendo Conrad Anker, suo grande amico e anche altrettanto grande rivale sportivo. Conrad sopravvive. Jennifer, la moglie di Alex, è rimasta con tre figli, ancora piccoli. Con lo scorrere dei mesi tra i due, il sopravvissuto che si sente in colpa per esser tale e la vedova del suo miglior amico, nasce e cresce un amore che li porterà a sposarsi durante un viaggio in Italia. Il più grande dei figli, Max, non accetta di buon grado la scelta della madre e il suo rapporto col ‘patrigno’ non è privo di momenti difficili e di conflitto. 

Si arriverà comunque, divenuti adulti i tre ragazzi, alla decisione di girare un documentario sul padre. Che non è, tuttavia, solo questo. E’ anche un film che scava nelle persone che sono rimaste. E’ una meditazione sulla vita come avrebbe potuto essere, su quello che è stata e su come chi resta deve tenere un piede nel passato per render onore e memoria a chi se ne è andato e uno nel futuro perché non si interrompe ciò che è necessario costruire.

Ed è, quando nel 2016 un’altra spedizione scoprirà i corpi, ancora preservati dal ghiaccio, dei due alpinisti morti, anche il racconto di come sia necessario riconciliarsi con il ricordo che sta sfumando, recuperando una presenza fisica, se pur immota, e di come questo processo aiuti a riconciliarsi con se stessi e con gli altri.

E anche qui, curiosamente, mi torna in mente un film di Fred Zinnemann, Cinque giorni un’estate (Five Days One Summer. Usa, 1982), tratto da un racconto di Kay Boyle, nel quale, ambientandola nel 1932, si racconta la storia d’amore tra il medico Douglas (Sean Connery) e la giovane Kate (Betsy Brantley), nella quale avrà una parte importante l’episodio del ritrovamento del corpo di un valligiano scomparso in montagna quarant’anni prima, alla vigilia delle sue nozze, al quale assisterà quella che era la sua promessa sposa.

Compassione e commozione, al più alto grado di intensità emotiva, sono gli elementi che si trovano sia nel romanzo di Antonia Spaliviero (e anche nelle tre intensissime pagine in appendice nelle quali Gabriele Vacis racconta come si sia arrivati alla sua pubblicazione) che nel film di Max Lowe.

Nulla di artificiale né tantomeno di costruito per toccare con banalità o luoghi comuni narrativi la superficie del nostro essere.

Due modi di parlarci di persone che non ci sono più e della memoria che è loro dovuta, che lasciano un segno profondo.

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