Il mio anno stranissimo. Racconti di un tempo sospeso con gli occhi giovani.

di Elisabetta Betty L’INNOCENTE

Il mio anno stranissimo[1]. Racconti di un tempo sospeso con gli occhi giovani,

Elisabetta Betty L’innocente

https://www.raiplay.it/programmi/ilmioannostranissimo

Cosa potrebbe mai insegnarci Enea in questo tempo sospeso? Sì proprio lui, la creatura virgiliana. Ci restituirebbe, oggi più che mai, una forza, oltre la pietas, per oltrepassare questo stargate spazio-temporale e saltare nella nuova era; quella che si è aperta con lo squarcio del ‘morbo’, della pandemia. Enea ci insegna a viaggiare, autobiograficamente e cognitivamente, dentro noi stessi e a maturare. Ci insegna a rimanere in balìa talvolta, ad agire anche. Enea ci insegna ad andare oltre, a trovare di nuovo noi stessi. Ci insegna lo stupore e la meraviglia, quanto di potente può cantare Enea, lo fa proprio in questo tempo sospeso. Senza clamore, senza eroismi conclamati, senza allarmismi e senza ὕβϱις (hýbris) alcuna. E quanto potrebbe mai essere utile la tragedia, l’epica? Tutti questi reperti archeologici e letterari, in classe? Una qualsiasi classe, in un posto qualsiasi, in una scuola qualsiasi, di ordine e grado qualsiasi. O forse non sarebbe di nessuna utilità. Non lo sarebbe senza aver ascoltato l’altro e l’altrove di quello che i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine, ci vorrebbero dire.  Dopo, allora può iniziare l’epica. Prima dobbiamo comprendere l’epoca, poiché è tempo che si narri la loro. Non la nostra, noi tutti siamo Enea, o lo siamo già stati. Il nostro viaggio è iniziato tempo fa, il loro deve cominciare. O perlomeno dovrebbe, virus permettendo. E se Enea, oggi, per analogia o per antitesi, fosse paragonato a Jeeg Robot, sì il supereroe del film Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti? Ma questa è un’altra storia, o una storia mitica, realmente accaduta ed udita dalla scrivente, in una mattina d’inverno di qualche tempo fa, dal ragazzo che appare tra le fronde della pellicola in oggetto e mostra un disegno e dice al mondo: ce l’abbiamo fatta!

E’ così che grazie alla giornalista Rai – Paola Guarnieri – che su Radio 1 conduce il programma radiofonico  Tutti in classe, entro in contatto con Daniele Segre, autore e produttore cinematografico per la Redibis Film. Già mi accorgo che questa casa di produzione ha un nome mitico, che racchiude in esso una feat mitologica. E’ la sintesi della locuzione latina ibis redibis, temibile – quanto sibillino – responso della Sibilla cumana insieme all’espressione inglese red ibis che ci riporta all’uccello fluviale  e al dio Thot; sacro agli antichi egizi. Dio della luna, della matematica e della scrittura. Ecco che Daniele Segre, gentilissimo nel suo accento e nell’accezione etimologica della parola gentile, mi chiama e mi parla del film che vuole fare con la regia di Marco Ponti. Altro nome mitico quello di Ponti, che la mia memoria corre subito alla pellicola Santa Maradona, del 2001,suo folgorante esordio. Quel film mi ricorda tante cose, sento subito il sapore melanconico e dolce della giovinezza come una eco lontana, in dissolvenza. Un campo lungo di ricordi, di cinema, di un’epoca che si apriva con la percezione di un bug, di un errore di sistema, distopicamente ancora da metabolizzare. La mia petit madeleine tocca l’apice quando si immerge nel ricordo del compianto Libero De Rienzo, nei panni di Bart Vanzetti. Ebbene, per me, a prescindere, sarebbe già stato un sì. E come me altri insegnanti di altrettante scuole italiane.

Segre mi racconta dell’intenzione di fare un film interamente girato dai ragazzi e dalle ragazze di età compresa tra i 10 ed i 14 anni. Io insegno lettere in una Piccola Scuola (Movimento delle piccole scuole di INDIRE[2]) a Civitella del Tronto, un borgo bellissimo nel comprensorio dei Monti della Laga, nel cratere sismico e sono anche una sceneggiatrice per il cinema indipendente. Questa avventura inizia nel 2020, poco più di un anno fa. I ragazzi e le ragazze devono raccontarsi in un breve filmato , interamente girato da loro con un dispositivo. Possono raccontare come stanno, cosa fanno, cosa hanno fatto durante il lockdown.  Sembra tutto molto semplice, persino banale. Siamo nel periodo di overload da webinar, discussioni su come e perchè sia opportuno o meno opportuno che i genitori, il territorio e l’autonomia, siano intra moenia ed extra moenia. La mia dirigente, Sandra Renzi,  accoglie il progetto e anzi ribadisce la centralità della domanda nella relazione educativa[3].

La domanda è, a mio parere, la strategia più inclusiva nell’ambiente educativo. Il suo porsi è rivolto implicitamente a tutti e a ciascuno, il carattere di apertura lascia spazio a pensieri diversi, la ricerca che prevede esclude ogni sapere costituito e definitivo, l’attesa della risposta apre all’ascolto. Dal punto di vista epistemologico la domanda serve a generare dissonanza cognitiva e a guidare i bambini a precisare e ricostruire pezzi di mondo, sollecitando al contempo la loro curiosità e i processi immaginativi, che costituiscono significative motivazioni alla conoscenza. Essa attua inoltre una ricerca interna che lascia emergere le interpretazioni dei bambini circa il contenuto di esperienza in atto. Nella formulazione delle domande è preferibile utilizzare il suggestivo linguaggio delle immagini, in modo da raggiungere la soglia sensoriale attraverso cui passa ogni esperienza di conoscenza e si instaura la relazione tra l’esperienza interna e il mondo esterno[4].

• Che sogni, belli e brutti, hai fatto in questo periodo?

• Un libro / un film / una serie che ti ha tenuto e/o ti sta tenendo compagnia

• Cosa ti manca di più della scuola durante la chiusura?

• Dove sogni di andare in gita?

• Qual è la cosa più bella o più brutta di questo periodo, che non dimenticherai mai?

• Come lo disegneresti, questo periodo?

Un mondo popolato da adulti, forse tutti boomer agli occhi delle nuove generazioni.

Una voce, uno sguardo, tante voci, tanti sguardi, si levano. Una sorta di novelli e rinnovati Comizi d’amore – di pasoliniana memoria – squarciano l’orizzonte.  Al film partecipano tutti, o quasi, i discenti coinvolti. Basta una semplice consegna ed i loro dialoghi, o monologhi, sono profondissimi. Magari sgangherati, romantici, ma potentissimi. Al sud c’è la natura come sfondo integratore. Animali e vegetazione, un rifugio primitivo dalla dad e dalla pandemia. Al nord ci sono altri spazi, altri colori, eppure la stessa valenza narrativa. Una unica emozione pervade ogni racconto. Come se fossero stati girati nello stesso, identico, momento.  Non c’è nessuna retorica, non ci sono indulgenze, clamori, bizantinismi, ci sono voci corali e sguardi nuovi che chiedono di tornare a fare. Ci sono intere generazioni, talvolta sottovalutate da impietosi rapporti sulle loro specifiche competenze, che sanno come proseguire il cammino. Semplicemente volendolo. Non è un paradosso, tanto meno una tautologia o una ridondanza, è una legge naturale, miticamente edipica; loro ce la faranno.

Questo piccolissimo film fatto di volti, case, cortili, stalle, disegni e voci con svariati accenti, è necessario proprio ora, in questo contingente. Mentre ci affanniamo, perché come adulti dobbiamo, perdiamo la rotta. Affondiamo e nel panico dimentichiamo loro, i giovani. 

Se mai dovessi scegliere in una ipotetica capsula del tempo, di conservare a futura memoria un segno tangibile di un periodo particolarmente significativo, inserirei questo film di circa venticinque minuti. E’ un documento importante, un testimone oggettivo di ciò che è stato. Un raccoglitore silente di memoria. Se è vero che questa è la fase storica più dura per noi contemporanei dalla fine della seconda guerra mondiale, allora penso a quanto utile sia il cinema, il linguaggio audiovisivo in tutte le sue forme. Specie quelle naïf. Quanto importanti sono stati i dispositivi in questo frangente, usarli ed essere un mezzo sociale e democratico perché si raccontassero il tempo e la storia? Pensiamo al Neorealismo e ai suoi capolavori, eppure sarebbe stato impossibile replicare il contingente. Invece i ragazzi e le ragazze hanno video narrato il loro presente, lasciandolo impresso per sempre. Le paure, le angosce e le speranze sono racchiuse in questo piccolo film, accompagnato solo in post produzione. E’ facile e comodo pensare che sia un film facile, semplice dal punto di vista produttivo. invero è un documento coraggioso. Un monumento storico e sociale a cui hanno partecipato anche le famiglie, i luoghi, i non luoghi, i territori con i loro spaesamenti, gli animali di casa e la Scuola. Come comunità, come paesaggio educativo.

Ma l’aspetto più interessante è che Il mio anno stranissimo non commette l’errore di drammatizzare eccessivamente la condizione dei preadolescenti, che molte ricerche e altrettanti media hanno descritto in questi mesi come “dipendenti dai social”, depressi, traumatizzati e così via. Semmai, fa venir fuori la grande capacità di resilienza di cui dispongono (e di cui, lo si capisce dal loro atteggiamento davanti alla telecamera, sono i primi ad essere consapevoli) […]

[…] Il punto di vista di chi ha fra 10 e 14 anni aiuta tutti a pensare al futuro e a come renderlo migliore: una grande chiamata alla responsabilità sociale e civile[5].


[1] Il mio anno stranissimo, di M.Ponti Italia, 2021, 52’ Redibis Film

[2] https://piccolescuole.indire.it/

[3] S.Renzi,Educare alla cittadinanza nella Scuola dell’Infanzia, Pinxit Edizioni 2021

[4] ibidem, cap. 5 La centralità della domanda nella relazione educativa, p.153

[5]Il mio anno stranissimo: il racconto della pandemia vista dai preadolescenti, recensione di E.Brocardo, wired 04/12/2021 https://www.wired.it/article/il-mio-anno-stranissimo-documentario-recensione/

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