Uscire da Brigadoon

di Carlo Ridolfi

Brigadoon (Usa, 1954) è un buon film, diretto da Vincente Minnelli (non il suo migliore, forse, ma stiamo parlando di un maestro che ha realizzato capolavori come Un americano a Parigi Spettacolo di varietà) e interpretato da Gene Kelly e Chyd Charisse. Tratto dall’omonimo musical di Alan Jay Lerner e Frederick Loewe, racconta di un misterioso e magico villaggio scozzese, Brigadoon, che compare alla vista di chi non vi abita solo per un giorno ogni cento anni.

A guardare il calendario, oggigiorno, a volte si ha l’impressione che per quanto riguarda questioni sociali, ricorrenze storiche o memoria di personalità significative e importanti, tutti quanti noi viviamo in una sorta di Brigadoon istituzionalizzato.

Provo a stendere un elenco, non so neppure se completo ed esaustivo, degli appuntamenti che sono stati codificati a livello nazionale o internazionale.

Il mese di gennaio si apre con la Giornata mondiale della Pace e annovera tra le sue scadenze la Giornata internazionale dell’Educazione (il 24) e il Giorno della Memoria (il 27). 

A febbraio ci sono la Giornata nazionale per la Vita (7), il Giorno del Ricordo (10), la Giornata mondiale del malato (11), la Giornata mondiale della giustizia sociale (20), la Giornata nazionale del Braille (21).

In marzo abbiamo la Giornata internazionale della donna (8), la Giornata europea in ricordo delle vittime del terrorismo (11), la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie (21), la Giornata mondiale dell’acqua (22).

Ad aprile ci aspettano la Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace (6), la Giornata mondiale della salute (7), la Giornata della Terra (22), la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (23), oltre a, naturalmente, la Festa della Liberazione d’Italia (25).

A maggio, passato il Primo, Festa dei Lavoratori, ricorrono la Giornata mondiale della libertà di stampa (3), la Giornata internazionale della famiglia (15), la Giornata mondiale della biodiversità (22).

Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana, ma poi ci sono anche la Giornata mondiale dell’ambiente (5), la Giornata mondiale degli oceani (8), la Giornata mondiale del lavoro minorile (12), la Giornata mondiale del Rifugiato (20), la Festa della musica (21).

Passati luglio e agosto, mesi di vacanza, torniamo a settembre per la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione (8), la Giornata internazionale della Pace (21), la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato (26).

Ottobre ci riserva la Giornata mondiale degli insegnanti (5), la Giornata mondiale dell’alimentazione (16) e la Giornata delle Nazioni Unite (24).

A novembre, dal 1989, si festeggia la Giornata della libertà in ricordo dell’abbattimento del Muro di Berlino (9), la Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace (12), la Giornata internazionale della tolleranza (16), la Giornata mondiale della Filosofia (18), la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (20) e la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25), la Giornata internazionale contro la pena di morte (30).

Dicembre, infine, ci accompagna verso la conclusione dell’anno con la Giornata mondiale contro l’AIDS, la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù (2), la Giornata internazionale delle persone con disabilità (3), la Giornata mondiale dei diritti umani (10), la Giornata internazionale della montagna (11).

Sicuramente ce ne sono altre che, unite alle Festività correnti (Pasqua, Natale, il Santo Patrono etc.) e a quelle più o meno inventate a scopi commerciali (la festa della mamma, del papà, dei nonni etc.) riempiono il nostro calendario di scadenze programmate nelle quali, a volte, sembra che ci sia l’obbligo, a casa o a scuola, o a casa e a scuola, di festeggiare o ricordare ciò che si celebra in quella o quell’altra scadenza particolare.

Una riflessione molto seria su questo argomento fu quella proposta da Giovanni De Luna in un libro secondo me fondamentale (La Repubblica del dolore. Feltrinelli, Milano, 2010), così come, in questo caso a proposito della Shoah, è altrettanto irrinunciabile la lettura di Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, pubblicato nel 2010 per Utet da Valentina Pisanty.

Non si tratta, ovviamente, di negare la necessità di ricordare tragici avvenimenti del Novecento come la Shoah o le Foibe (purtroppo, con il vizio tutto italiano di politicizzare strumentalmente la storia, diventate in modo assurdo l’una ricorrenza considerata “di sinistra” e l’altra “di destra”), o le vittime di guerre, atti terroristici, criminali azioni di mafia, o di ribadire l’imperativo di eliminare la pena di morte o la violenza contro le donne.

In discussione, a parer mio, è la tendenza è di fare di ogni fatto o questione sociale o ambientale e così via una scadenza annuale, codificata e obbligata. Come se fossimo in una perenne Brigadoon della memoria e della coscienza civica, nella quale una volta l’anno ci occupiamo di ambiente o di rifugiati o di malati di AIDS, per tornare poi nelle nostre occupazioni correnti, senza più pensarci, fino alla scadenza successiva o, nel caso di avvenimenti particolari, addirittura fino all’anno dopo.

E’ evidente che anche ad uno sguardo non particolarmente approfondito risulti la sostanziale inefficacia di questi appuntamenti. Con tutto il rispetto per le azioni delle (benemerite) organizzazioni di volontariato che si occupano delle singole questioni e che utilizzano le scadenza del calendario per raccogliere fondi vendendo stelle di Natale, panettoni o arance, non risulta (anzi, purtroppo) che la violenza contro le donne sia diminuita, che nei confronti dei migranti chi era prima per i respingimenti abbia cambiato sostanzialmente idea, che le cerimonie in pompa magna con banda comunale e bambini delle elementari che cantano la canzoncina o recitano la poesiola dopo che si è piantato qualche albero nel parco comunale abbiano modificato scelte urbanistiche, consumo di suolo, innalzamento dell’ennesimo centro commerciale.

La soluzione è abolire il Natale o far a meno di ricordare la Shoah? La domanda è in tutta evidenza retorica e non può che prevedere una risposta negativa. 

Foto di Mehmet Aslan

Una proposta, senza pretese di palingenesi, potrebbe forse essere quella di scegliere sul piano educativo solo alcune di queste ricorrenze, parlandone a casa e a scuola, preparandosi per tempo con riflessioni, approfondimenti, letture, incontri con testimoni laddove ce ne siano. Non dimenticando – e questo forse è il punto vero – che senza sostanziali modifiche nelle condizioni materiali delle donne e degli uomini, nella loro preparazione culturale, nelle possibilità di intervento legislativo per cambiare le situazioni di ingiustizia, anche le pur meritorie iniziative simboliche non restano che atti di volontarismo, in qualche caso persino autogratificante.

Tanto per fare un solo esempio: invece che dieci cento mille giornata sulla tolleranza, l’alfabetizzazione, il libro e la questione delle migrazioni, potrebbe essere più utile che il Parlamento italiano dia agli 870.000 (stima per difetto) ragazzi e ragazze e donne e uomini stranieri, moltissimi dei quali sono nati in Italia, quel riconoscimento di cittadinanza (Ius Soli Ius Culturae, basta che si faccia) senza il quale i loro diritti restano per buona parte negati.

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