L’apparenza e la sostanza

FREAKS OUT di Gabriele Mainetti, un film bello, importante e prezioso.

di Carlo Ridolfi

FREAKS OUT (Italia, 2021) regìa: Gabriele Mainetti; soggetto: Nicola Guaglianone; sceneggiatura: Nicola Guaglianone e Gabriele Mainetti; fotografia: Michele D’Attanasio; montaggio: Francesco Di Stefano; effetti speciali: Maurizio Corridori, Stefano Leoni; scenografia: Massimiliano Sturiale; costumi: Mary Montalto; trucco: Federico Carretti, Davide De Luca, Emanuele De Luca, Marco Perna, Diego Prestopino, Barbara Tovazzi; musiche: Gabriele Mainetti, Michele Braga; con: Aurora Giovinazzo (Matilde), Giorgio Tirabassi (Israel), Claudio Santamaria (Fulvio), Pietro Castellitto (Cencio), Giancarlo Martini (Mario), Franz Rogowski (Franz), Anna Tenta (Irina), Max Mazzotta (il Gobbo); produttori: Andrea Occhipinti e Gabriele Mainetti, per Boon Films, Lucky Red, Rai Cinema, GapBusters; distribuzione: 01 Distribution; colore; durata: 141′

Nota introduttiva e doverosa: un plauso preliminare a Gabriele Mainetti e Andrea Occhipinti, che come produttori hanno resistito per mesi alle sirene delle grandi piattaforme di streaming e sono riusciti, alla fine, a mantenere la possibilità di mandare il loro film nelle sale cinematografiche. Perché Freaks Out è film che, per quanto grande sia lo schermo televisivo di casa nostra, va visto al cinema.

Detto questo.

Quanti modi ci sono per parlare di nazifascismo, Resistenza, Shoah? Ovviamente molti e in questi anni, tra libri, film e giornate della memoria, ne abbiamo visti proporre di molti tipi. Ma, forse, la domanda vera è più specifica: quanti modi efficaci ci sono per parlare di nazifascismo, Resistenza, Shoa? Qui la risposta diventa molto più difficile, se è vero che l’istituzionalizzazione della memoria storica produce, a volte, effetti che vanno esattamente nella direzione opposta a quella attesa: si vorrebbe la conoscenza e ci si limita all’emozione, si vorrebbe la pietà e si produce il dileggio, si vorrebbe la consapevolezza e si verifica che oggi, a massimo scorno degli educatori, è più in voga essere (o illudersi di essere) antisistema facendo in classe il saluto romano o cantando Faccetta nera.

Freaks Out, invece, è un bellissimo esempio di efficacia, unita alla sapienza narrativa e alla intelligenza nella costruzione cinematografica. I freaks, lo sappiamo almeno dall’omonimo film diretto nel 1932 da Tod Browning, sono i ‘fenomeni da baraccone’: nani, uomini-lupo, donne barbute, esseri nati con deformazioni o con particolari facoltà che sembrano superare i limiti della fisica fin qui conosciuti. E’ il caso di Cencio, che riesce a controllare gli insetti; di Mario, che attrae a sé i metalli; di Fulvio, la cui ipertricosi lo fa assomigliare ad un canide; di Matilde, che produce elettricità. Sono i quattro attori del circo Mezzapiotta, diretto con amabilità ed affetto dal proprietario Israel, di evidenti origini ebree. La vicenda è datata con molta accuratezza: il re codardo Vittorio Emanuele III è scappato a Brindisi, è stato dichiarato l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esercito italiano è in rotta e i nazisti imperversano su Roma col massimo della violenza. Dopo che il circo Mezzapiotta è stato distrutto da un bombardamento, i cinque progettano di raggiungere la Sicilia e da qui di imbarcarsi per gli Stati Uniti. Non ci riusciranno mai, perché dopo esser incappati nel rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre, perdono di vista Israel. Matilde si dedicherà alla ricerca del suo mentore e padre putativo, mentre gli altri tre cercheranno di mettere in pratica la malaugurata idea di andar a cercar lavoro nel ben più ricco e considerato circo nazista messo in piedi da Franz, a sua volta freak, perché prodigioso pianista dotato di dodici dita, drogato di etere e con la facoltà di vedere il futuro.

Non va detto molto di più di una trama che per due ore e venti (forse qualche minuto di troppo, ma non tantissimi) non manca di idee originali e di colpi di scena. Ciò che si può fare in sede di recensione è accennare ad alcuni elementi che mi pare possano essere particolarmente interessanti ed apprezzabili.

Primo. Gabriele Mainetti, qui al suo secondo lungometraggio come regista (il precedente, uscito nel 2015, era Lo chiamavano Jeeg robot), è autore che dichiara in modo molto esplicito e orgoglioso tutti i suoi riferimenti culturali e iconografici. Non solo il cinema, ovviamente presente, qui con rimandi che vanno da I clowns (1970) di Federico Fellini a La donna scimmia (1964) di Marco Ferreri, ma anche la letteratura, scritta o disegnata, horror e di fantascienza. Non da altre ispirazioni poteva arrivare, ad esempio, l’idea del nazista-preveggente, che ha già avuto nelle sue esperienze con la droga incontri con oggetti del tutto asincroni come il controller per i videogames o l’I-phone.

Secondo. Dopo molti anni di tentativi, non sempre riusciti, va salutata una produzione italiana nella quale alla capacità artistica e professionale della scrittura e dell’interpretazione (su tutti, a parer mio, la giovanissima Aurora Giovinazzo e un Giorgio Tirabassi da premio) possiamo aggiungere, con pari merito per la qualità raggiunta, sia le musiche (dello stesso Mainetti e di Michele Braga), che tutti gli altri aspetti tecnico-linguistici: dal montaggio alla fotografia, dalla scenografia ai costumi, dagli effetti speciali al trucco degli attori e delle attrici.

Terzo. Come ha dimostrato la grande letteratura di storie partigiane, da Fenoglio a Meneghello, per parlare di un’epoca, soprattutto alle generazioni più giovani, facendone intendere l’importanza fondamentale difficile trovar di meglio che costruirci un’epica. Le bande partigiane incontrate da Matilde assomigliano più agli allegri compagni della foresta di Sherwood o alla compagnia della Freccia Nera con la quale viene a contatto Dick Shelton nel romanzo di Stevenson che a una ricostruzione storica della guerra di Resistenza. Ma, in un film nel quale l’apparenza è affatto diversa dalla sostanza, la scelta narrativa risulta ancora più efficace. (E, diciamolo, oltre alla puntuale ma forse scontata citazione di Bella Ciao, quando i compagni di ventura di Matilde, morsi dalla fame, intonano una parodia di Faccetta nera, che inizia con i versi: “Porchetta nera / con la farina…”, si fa giustizia, almeno cinematografica, di tante meschinità nostalgiche sentite in questi ultimi tempi purtroppo non solo nelle storie di finzione ma in troppi telegiornali).

Quarto. Freaks Out non è un film storico. E’ un film sulla storia, rivisitata, reinventata, immaginata e manipolata, che dice tuttavia molto di più e molto più a fondo di tante ricostruzioni spocchiosamente retoriche. (Franz metterà in scena il suo spettacolo più atteso davanti al generale Kesserling, che nella tragedia della realtà storica fu responsabile di crimini di guerra sia contro i partigiani che ai danni della popolazione civile e ispirò quell’immortale epigrafe di Piero Calamandrei che inizia con “Lo avrai camerata Kesserling il monumento...” e termina con: “ora e sempre RESISTENZA!“). Non è un film perfetto: c’è qualche sbavatura, qualche compiacimento, qualche eccesso di troppo. Ma è un film che ci parla e chiede di essere ascoltato in tutte le sue pieghe più ricche e riposte. Ed è un film che termina – dopo averci fatto divertire, commuovere, indignare, piangere e ridere – con una immagine in tutta evidenza apparentata a quella finale di Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini. Basterebbe questo. Ma c’è questo e molto altro ed è, lo dico ringraziando, un film come non se ne vedevano da tempo.

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