Corrispondenza dalla Colombia

Viva el paro nacional. 10 giorni di proteste in Colombia.

Matilde Orlando – una delle due autrici di “Compagni” – è in Colombia e ci manda questa corrispondenza che volentieri pubblichiamo.

Da 10 giorni la Colombia, il Paese piú diseguale del Sud America secondo el Índice de Desarrollo Regional para América Latina é in Paro Nacional.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso

La prima scintilla è scoppiata il 28 aprile, con la prima giornata di sciopero nazionale indetta contro la riforma fiscale presentata dal ministro dell’economia Alberto Carrasquilla. La riforma che puntava a raccogliere 23 biliardi di pesos si basava su un inasprimento delle imposte e su un aumento generale del costo della vita per la classe piccola e media.

Una delle misure piú impopolari della riforma era l’aumento dell’Iva del 19% sui beni di prima necessità e sulla benzina. Impopolare anche la decisione di stabilire un’Iva sui servizi funerari in piena pandemia. La Colombia attualmente sta attraversando la terza ondata dei contagi, gli ospedali sono in rosso e il sistema sanitario è al collasso.

I latifondisti e i grandi imprenditori invece non venivano sfiorati dalla riforma fiscale. In 3 anni di governo Duque sono state approvate altre due riforme basate sull’aumento progressivo delle esenzioni fiscali alle classi alte.

Una classe dirigente che governa in modo sfacciatamente oligarchico, talmente disconnessa dalla realtà da non sapere quanto costa un uovo (lo stesso ministro dell’economia non ha saputo rispondere alla domanda).

Per queste e altre ragioni la riforma tributaria è stata rifiutata in maniera trasversale.

Dopo 5 giorni di manifestazioni il presidente Duque ha chiesto il ritiro della riforma. Il ministro Carrasquilla si è dimesso.  

Nonostante questa prima vittoria le manifestazioni non si sono fermate. Le richieste della piazza si sono estese: si vogliono le dimissioni del governo e l’abolizione di altre due riforme, pensione e salute, che privatizzerebbero ulteriormente il sistema sociale condannando all’indigenza un gran numero di anziani e alla precarietà sanitaria la gran parte dei cittadini.

Il governo Duque perde progressivamente consensi anche grazie alla vicinanza con l’ex presidente Alvaro Uribe, personaggio politico con una storia lunga e discussa. Vale la pena rimandare (per approfondire il tema) alla serie El Matarife, facilmente reperibile su You Tube. 

Le manifestazioni

Gli studenti universitari e le università sono in sciopero a tempo indeterminato. Serrata anche dei tassisti e i camionisti. Lo sciopero di quest’ultimi sta causando allarme e preoccupazione nell’opinione pubblica dal momento che nel Paese la distribuzione dei prodotti passa esclusivamente via terra. La Fiscalia avrebbe già deciso di espropriare i veicoli che stanno bloccando le vie pubbliche.

Dalla parte del Paro Nacional anche la Minga indigena: una carovana di 5000 indigeni sta percorrendo la Colombia con l’obiettivo di raggiungere la capitale. 

Le proteste hanno fin dall’inizio ha assunto una deriva violenta. Moltissimi i mezzi di trasporti danneggiati, i supermercati presi d’assalto, le banche messe a ferro e fuoco, i simboli della città profanati, i CAI (le stazioni di polizia di quartiere) bruciati.

La polizia ha risposto a questi atti con la repressione, sparando sui manifestanti. L’uso indiscriminato di carri armati, manganelli, lacrimogeni, pistole, fucili, armi elettriche e di stordimento da parte dell’Esmad (Escuadrón Móvil Antidisturbios) ha fatto scattare l’allarme internazionale.

Dal 28 aprile ad oggi ci sono stati piú di 1700 casi di violenza, 831 detenzioni arbitrarie, 10 vittime di violenze sessuali da parte della polizia. Di oltre 300 persone si sono perse le tracce. Sono 37 i morti.

Ma le forze dell’ordine uccidono anche senza divisa. È di ieri (6 maggio) il video di poliziotti in borghese che sparano per strada a Medellin. 

Hanno militarizzato il Paese. Elicotteri sorvolano i cieli colombiani, di notte le città si trasformano in barricate.

Piú pesante la situazione nei quartieri marginali delle città che stanno pagando il prezzo piú alto. Apro una piccola parentesi per specificare che le città colombiane seguono una struttura diversa da quella classica centro-periferia dal momento che vi è una proliferazione di periferie (che non sempre coincidono con la marginalità) e piú di un centro storico (che è in alcuni casi coincide con una zona marginale e percepita come insicura). Ciò accade in particolar modo in Bogotà, una città di 9.000.000 di abitanti dove la separazione geografica dei quartieri contribuisce a disegnare una città di caste.

Vi è dunque una pluralità di insurrezioni che si dipanano nei vari quartieri (grandi come Milano) tanto diverse da essere quasi incomparabili.

Per 5 giorni non ho fatto che chiedermi: ma che coraggio ci vuole per scendere in piazza a manifestare sapendo che molto probabilmente non tornerai a casa vivo?

Si fa presto a dire rivolta. Preferirei non dover utilizzare questo termine.

Se penso a questi 10 giorni le uniche parole che mi vengono in mente sono incontenibile, insorgente, emergenti.

Una fioritura spontanea di proteste.

Dappertutto, ogni giorno – mattina, pomeriggio e sera – pullulano le manifestazioni pacifiche. Cortei colorati, iniziative culturali e artistiche, graffiti e murales, concerti, sit – in, assemblee permanenti. E poi ancora velatones (cortei notturni con le candele) e processioni di macchine e moto che suonano il clacson.

Chi non se la sente di stare in strada protesta da casa. Los cacerolazos (intraducibile: affacciarsi al balcone e sbattere ripetutamente un mestolo sulla padella/pentola) hanno configurato in Sud America una forma altra di esprimere el inconformidad verso lo stato di cose presenti. Sono suggestivi e potenti.

Si fa presto a dire rivolta?

I colombiani e le colombiane non possono piú fare a meno di protestare. E questo non poterne piú fare a meno è, forse, molto piú originario della rivolta.

Strategie future

Oltre alla censura (stanno sparendo da facebook e instagram i lives piú incriminanti – quelli che mostrano le sparatorie, le teste spaccate, i morti e gli occhi cavati) e alla narrazione mainstream che ficca tutto nel calderone del vandalismo (ridicola la notizia del principale telegiornale RCN che trasforma una marcha a Cali in una celebrazione per l’annuncio del ritiro della riforma) preoccupa una eventualità.

Duque potrebbe prendere la decisione di dichiarare el estado de commocion interior, una sorta di stato di eccezione previsto dalla Costituzione che conferisce pieni poteri al Presidente della Repubblica. In un estado de conmocion il Presidente può sospendere il potere dei sindaci e dei governatori regionali, realizzare ispezioni a domicilio senza previa autorizzazione, può detenere persone sospettate di essere coinvolte in azioni delittuose durante i cortei. Ha pieno potere sulle reti sociali, televisione e radio e può proibire qualsiasi tipo di manifestazione.

Una possibilità che fa paura.

Chiediamo appoggio da parte di tutti e tutte.

Che se ne parli.

Per oltre cinque giorni Colombia ha bruciato nell’assoluto silenzio e indifferenza dell’Europa e dell’Italia. E questo non deve piú accadere.

#vivaelparonacional

 

 

 

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