Un libro dalla Sicilia che va oltre i confini della geografia e della storia.

Nel prossimo mese di maggio avvieremo la seconda stagione della serie di trasmissioni LIBRI CONTROVENTO. Questa è una anticipazione di una delle prossime puntate.

Eleonora Corace e Matilde Orlando: COMPAGNI

Nulla die Edizioni. Piazza Armerina (EN), 2021 pagg. 202

Una premessa sentimentale. Avrei portato a casa un libro che si intitola “Compagni” e che ha in copertina la foto di un pugno chiuso anche senza dare primaria importanza al contenuto.

Ho rischiato qualche euro, pochi vista la ricchezza del romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando, e ne sono stato ampiamente ripagato. Perché l’attrazione della copertina non corrisponde esclusivamente ad una brillante operazione di marketing, ma sta a preludio di un testo davvero di grande coinvolgimento e passione e bellezza.

Eleonora Corace e Matilde Orlando sono giovani. Eleonora è del 1986, Matilde del 1988. Sono colleghe fin dai tempi dell’Università: hanno condiviso studio e ricerche filosofiche, sperimentando la scrittura collettiva in articolo e saggi. Questo è il loro primo romanzo, che ha richiesto un lavoro di due anni prima di essere dato alle stampe.

A fine lettura, ho sentito il bisogno di rivedere quel magnifico film del 1963 che è I COMPAGNI di Mario Monicelli.

In apparenza, a parte l’assonanza nei titoli, non c’è nulla in comune tra il romanzo e il film. Nel libro si parla della Sicilia contemporanea. Il film racconta le prime lotte operaie nelle fabbriche tessili torinesi a fine Ottocento.

Ma mi risuonava, anche dopo aver rivisto un film che forse all’epoca non riscosse il successo di pubblico e di critica che meritava, e che invece è opera di grande valore, una frase (tratta da Sebastiano Mondadori: LA COMMEDIA UMANA. CONVERSAZIONI CON MARIO MONICELLI. Il Saggiatore, 2005) riportata nel fascicoletto che accompagna il dvd.

Dice Monicelli: “Come al solito il mio interesse si incentrava su un gruppo di persone che progettano un’impresa superiore alle loro forze”.

Ed è, a me pare, fatte le debite distinzioni di epoca di realizzazione, di riferimenti d’epoca e di linguaggio, la stessa storia che viene raccontata nel romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando.

Anche Ivan, Michela, Giuditta e Chiara, principali protagoniste del racconto, insieme ai loro compagni e compagne sono “un gruppo di persone che progettano un’impresa superiore alle loro forze”.

A partire dall’assemblea universitaria che apre il romanzo, continuando con l’occupazione di un teatro da tempo abbandonato, proseguendo attraverso la prima sconfitta politica nel confronto delle istituzioni in direzione di una nuova occupazione di altro stabile e della formazione del Centro Sociale Zapata, fino alla occupazione delle basi militari americane, ad una illusione di vittoria con l’elezione di un sindaco ‘compagno’, alle successive amarezze, disillusioni e sconfitte.

Si racconta in queste pagine, ancora una volta, una storia che molti di noi hanno sentito narrare e forse anche vissuto direttamente,  in altre numerose occasioni. La storia di un movimento che vive la sua fase aurorale – gli entusiasmi, le grandi elaborazioni concettuali, spesso disordinate e confuse -, per passare attraverso lo zenith della lotta che fa pensare di aver raggiunto la possibilità di cambiare l’ordine delle cose,

fino alla parabola discendente che prelude alla dissoluzione dell’esperienza collettiva.

Ma la grande forza del racconto di Eleonora e Matilde è proprio quella di dare l’impressione a chi legge, appunto, di ascoltare una storia già nota che tuttavia sembra ancora una storia nuova.

C’è molto cinema, nelle pagine del romanzo. Sia citato direttamente che evocato. Come la festa in maschera organizzata per un compleanno in uno dei capitoli finali, che potrebbe far ricordare la festa di carnevale de I VITELLONI di Federico Fellini. O come nel sogno ad occhi aperti che fa vedere ad Ivan una sorta di ribellione animata dei crostacei durante una cena di famiglia al ristorante, che potrebbe stare benissimo in una puntata di South Park o nei primissimi esilaranti e deliranti cortometraggi a pupazzi animati di Peter Jackson.

C’è molta musica, dai CCP a Claudio Lolli, da Giorgio Gaber alla canzone popolare, con la bellissima Riturnella calabrese che affida ad una rondine le parole da recare all’amata.

E c’è molto amore, anche esplicitamente descritto con pagine di erotismo e di carnalità che non sottendono ad alcune prurigine, ma che stanno perfettamente nei caratteri e nelle psicologie dei personaggi di cui si racconta.

C’è, anche e vorrei dire soprattutto, una ricorrente e caparbia insistenza a riflettere su un tema – quello se abbia o non abbia senso dire “noi” – che è, probabilmente, “il” tema che tutti dobbiamo continuare ad avere presente anche in questi anni desolati.

Viene detto quasi subito, in uno dei capitoli di apertura, in un paragrafo che dà voce ai pensieri di Giuditta e che, a questo punto, va riportato per intero:

La tartassava un dubbio: gli altri? Non dovremmo pensare a tutti quanti? Non dovremmo fare in modo che gli altri diventino un Noi? Se continuiamo a dividere il mondo tra dentro e fuori del sistema – appuntava nel suo diario – un Noi e un Voi che marcano separazione e inventano differenze, genitori della discriminazione, non usciremo mai dal paradigma amico-nemico. Dovremmo piuttosto mescolarci e capire chi è questa gente per cui avrebbe la pena fare la rivoluzione. Non farla né al posto loro né per loro, ma con loro. Il punto decisivo non sta nel contro, ma nel con.

A metà circa c’è poi un riferimento alle riflessioni sul volto dell’altro che ci rimanda a Emmanuel Lévinas e che, pur non essendo la risposta definitiva, perché questo, per fortuna, non è un romanzo a tesi che pretenda di dare risposte, forse è un indizio di un possibile nuovo percorso da intraprendere in spirito di comunanza.

Il film di Monicelli termina con la fuga in Svizzera di Raul, l’operaio interpretato da Renato Salvatori, costretto ad allontanarsi da Torino perché la polizia, dopo una manifestazione tragicamente finita per mano militare, gli ha messo gli occhi addosso. Salendo sul treno che lo porterà a Lugano, Raul si saluta con Adele, la sua amata fino a quel momento riottosa. “Scrivimi!”, gli grida Adele. “Ma se non sai leggere!”, risponde Raul. “E tu scrivimi lo stesso!”.

Chi paga più di tutti alla fine del romanzo di Eleonora Corace e Matilde Orlando è Rosamaria, personaggio di grande nobiltà tragica. Ma è proprio quel suo essere ‘pazza’ che ci fa riflettere se, per caso, i pazzi non siamo ancora una volta noi, che restiamo al di fuori del pieno coinvolgimento, fingendo che i sogni di gioventù possano essere infilzati in una teca come una farfalla morta, mentre sono ancora e sempre parte della nostra più intima sostanza.

Forse, anche grazie alle pagine di questo libro bello e importante, che Eleonora e Matilde hanno “scritto lo stesso”, non è troppo tardi.

Carlo Ridolfi

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