Quando i genitori pensano di essere gli unici depositari dell’educazione

Da:

Marco D’Eramo

Un estratto del quarto capitolo di un libro importante e recente, che ci può aiutare fornendo ulteriori elementi per un dibattito che non dobbiamo smettere di alimentare.

DOMINIO

LA GUERRA INVISIBILE DEI POTENTI CONTRO I SUDDITI

Feltrinelli. Milano, 2020.

4. Genitori con la pistola (Parent trigger)

Finora abbiamo assistito all’attacco contro la regulation nell’economia, nell’università, nella giustizia e, da ultimo, anche nel sistema delle adozioni. Ma quella che va sradicata è l’idea che ci si possa aspettare alcunché di positivo dalla collettività, da ciò che è comune, dal pubblico, dallo stato, o dal governo. E va sradicata fin dall’infanzia: dopo è troppo tardi. I pargoli vanno cresciuti a Nutella e liberismo, il che è impossibile se la scuola rimane pubblica, perché gli insegnanti, stipendiati dalle pubbliche finanze, non potranno sputare nel piatto in cui mangiano (o solo una minoranza lo farà). E’ quindi essenziale che la scuola sia privatizzata fin dalle elementari, anzi dagli asili nido. Ma come si poteva, per usare la terminologia di Milton Friedman, smantellare la “nazionalizzazione dell’industria educativa”?

La soluzione venne formalizzata dallo stesso Friedman nel 1955: “Gli stati [qui nel senso dei 50 stati Usa] potrebbero richiedere un livello minimo di istruzione che finanzierebbero dando ai genitori voucher riscattabili per una specifica somma massima per bambino e per anno se spesa in servizi educativi ‘approvati’. I genitori sarebbero allora liberi di spendere questa somma (e ogni cifra supplementare) comprando servizi educativi da istituzioni ‘approvate’ di propria scelta. I servizi educativi sarebbero allora forniti da imprese private che opererebbero per profitto o da istituzioni no-profit di vari tipi. Il ruolo dello stato si limiterebbe ad assicurare che le scuole soddisfino certi requisiti minimi, come l’inclusione di almeno alcuni contenuti comuni nei loro programmi, in modo simile a quanto si fa oggi per i ristoranti che vengono ispezionati per assicurarsi che mantengano livelli minimi di igiene”.

La strategia dei voucher rientra nell’idea più generale anch’essa proposta da Friedman, di “imposta negativa” (negative tax). L’idea è semplice: come i redditi al di sotto di una certa soglia sono esenti da imposte, e le tasse sono pagate come percentuali sui redditi incassati al di sopra di quella soglia [“imposta positiva”], così chiunque è al di sotto di quella soglia dovrebbe ricevere un sussidio proporzionato alla distanza tra il suo reddito e quella soglia minima. Come per la tassa positiva, così anche per la tassa negativa il calcolo della soglia tiene conto della dimensione della famiglia, del numero dei figli.

E’ chiaro che quella soglia è una soglia di povertà e quella tassa negativa è un sussidio di povertà.

Detta così, sembra un’idea mica male, ma bisogna analizzarne le implicazioni e i sottintesi. Innanzitutto, lo stato che si limita a erogare tasse negative ai meno abbienti ha rinunciato ad affrontare le cause che generano la povertà, e si prefigge solo di alleviarne gli effetti più macroscopici. Come diceva uno dei responsabili della politica economica francese sotto Giscard D’Estaing, Lionel Stoléru: “L’imposta negativa è […] totalmente incompatibile con le concezioni sociali che vogliono sapere perché c’è povertà prima di venire in soccorso. Accettare l’imposta negativa è dunque accettare una concezione universalista della povertà fondata sulla necessità di aiutare coloro che sono poveri senza cercare di sapere di chi è la colpa, cioè fondata sulla situazione e non sull’origine”.

E’ una concezione del welfare state completamente diversa da quella che ispirava i regimi socialdemocratici e il New Deal. Viene abbandonata ogni idea di redistribuzione dei redditi. Come scriveva Friedman nel 1962, “i vantaggi di questo dispositivo sono chiari. E’ diretto specificamente al problema della povertà. Fornisce aiuto nella forma più utile per gli individui, e cioè cash. E’ generale e potrebbe sostituire la miriade di misure ora adottate. Rende esplicito il costo sopportato dalla società. Opera al di fuori del mercato”.

Con la nozione di ‘soglia di povertà’, viene abbandonata ogni idea di ‘povertà relativa’, cioè di divario tra ricchi e poveri che andrebbe se non colmato, almeno ridotto, e viene adottata un’idea di “povertà assoluta”. Come dice lapidariamente l’ineffabile Stoléru: “La frontiera tra povertà assoluta e povertà relativa è quella tra capitalismo e socialismo”.

Un corollario non secondario di quest’impostazione è che “è reintrodotta la categoria del povero e della povertà che tutte le politiche […] dello stato sociale, tutte le politiche più o meno socialisteggianti avevano cercato di spazzare via dalla fine del XIX secolo”. [Michel Foucault]

Infine, questa tassa negativa (la deduzione delle spese mediche dalla dichiarazione dei redditi ne è una forma; un’altra è la deduzione delle spese scolastiche per i figli) sostituisce l’erogazione di servizi da parte dello stato (scuola pubblica, sanità pubblica, con insegnanti, medici e infermieri pubblici), cioè di servizi pubblici a tutti i cittadini, con l’emissione di assegni con cui i più bisognosi possano usufruire di servizi simili (anche se ovviamente di qualità inferiore). Cioè, istruzione e salute non sono più diritti dei cittadini, ma beni che gli individui-proprietari-di-sé comprano, casomai aiutati dalla collettività quando proprio se ne senta il bisogno. In questa concezione, lo stato dovrebbe limitarsi a finanziare privati (solo quelli bisognosi) perché acquistino da imprese private prestazioni commerciali (per esempio istruzione a pagamento, o sanità a pagamento), e non più servizi: non più servizio sanitario nazionale, ma voucher perché i più bisognosi possano farsi curare privatamente. Non più lo stato che costruisce edilizia popolare, ma che sussidia i bisognosi sul mercato degli affitti. E così via. Vengono chiamati Conditional Cash Transfers (CCT) e furono consigliati dai Chicago Boys nel Cile di Pinochet.

(…)

La trasformazione da servizi pubblici universali a prestazioni private solo per bisognosi dev’essere graduale, va attuata passo per passo nei diversi settori. E, da un certo punto di vista, la battaglia per privatizzare la scuola, per scardinare la “nazionalizzazione dell’industria educativa”, è la “madre di tutte le battaglie”.

Fin da Jean-Jacques Rousseau, l’istruzione universale è al cuore della nozione di governo legittimo:

La patria non può sussistere senza la libertà, né la libertà senza la virtù, né la virtù senza cittadini: avrete tutto se formate dei cittadini; senza di questo non avrete che cattivi schiavi, a cominciare dai capi di stato. Ora formare dei cittadini non è questione di un giorno; e per averli uomini, bisogna istruirli da bambini”.

Ecco perché

“l’istruzione pubblica sotto regole prescritte dal governo, e sotto magistrati stabiliti dal sovrano, è una delle massime fondamentali del governo popolare o legittimo”.

Per Rousseau l’istruzione pubblica è insostituibile perché non si può “abbandonare ai lumi e ai pregiudizi dei padri l’educazione dei loro figli”. [Economie politique, voce dell’Encyclopédie (1755)]

Invece il grimaldello usato per forzare l’istituzione della scuola pubblica è stato proprio la libertà dei genitori. Libertà educativa: perché mia figlia deve essere costretta a fare i compiti per tre ore al giorno mentre io preferisco che dedichi lo stesso tempo allo sport o al ricamo? Perché mio figlio deve andare in una scuola in cui gli insegnano che abolire la schiavitù è stato un bene mentre io credo (…) che in una società libera un individuo libero dovrebbe poter vendere se stesso come schiavo? Infine, libertà religiosa (soprattutto negli Stati Uniti): perché mia figlia dovrebbe essere indottrinata da una scuola laica quando la mia famiglia vuole inculcarle una sana devozione cristiana, musulmana o ebraica? Non sarebbe meglio se lo stato mi finanziasse con voucher cosicché io possa mancare mio figlio a una scuola cristiana, musulmana o ebraica secondo i casi?  

(…)

Ma se il voucher è lo strumento della privatizzazione della scuola in nome di “tutto il potere ai genitori (alla famiglia)”, si scopre che l’obiettivo intermedio più efficace non è il voucher, bensì proprio l’affermare il potere genitoriale. Così negli ultimi vent’anni le grandi fondazioni hanno finanziato movimenti di base che spingessero per far adottare nei vari stati quelle che sono state chiamate Parent trigger laws (leggi per cui sono i genitori ad avere il potere di “premere il grilletto”). Ecco come l’associazione Usa dei legislatori conservatori (Alec) ha definito questo tipo di legge: “Il Parent Trigger Act pone il controllo democratico nelle mani dei genitori a livello della scuola. I genitori possono, a maggioranza semplice, optare di procedere in una delle tre possibilità aperte dalla riforma: 1) trasformare la loro scuola in una ‘charter school’ [darla in gestione ai privati]; 2) versare agli studenti di quella scuola un voucher fino al 75% del costo dell’allievo; 3) chiudere la scuola”.

(…)

Le Parent trigger laws sono già state approvate in sei stati: California, Indiana, Louisiana, Mississipi, Ohio e Texas. Le approvazioni risalgono al 2010-2011. In realtà queste leggi permettono ai genitori non solo di chiudere una scuola o di venderla ai privati, ma, sempre a maggioranza semplice, di licenziare professori e presidi. E infatti la campagna in favore di queste leggi è presentata dalle fondazioni come una campagna per aumentare la qualità dell’insegnamento e l’efficienza degli insegnanti.

I successi di questa strategia possono essere misurati, non solo negli Usa ma anche in tutti i paesi europei, dalla sempre più diffusa resistenza, animosità, conflittualità dei genitori nei confronti degli insegnanti, “a protezione” dei propri figli. Si va dalla protesta per i troppi compiti, alle lamentele per l’incomprensione, fino – in casi ormai frequenti registrati dalla cronaca – alle aggressioni fisiche ai docenti. L’idea che i genitori siano i più qualificati per decidere come vadano istruiti i propri figli ha trovato nuovi argomenti e una nuova spinta con l’istruzione a distanza, la “telescuola” imposta dall’epidemia Covid-19, che ha accresciuto a dismisura nel dibattito pubblico europeo l’idea del voucher. Ma la riaffermazione del primato della famiglia si estende ben oltre l’istruzione: è visibile per esempio nella campagna No Vax contro la vaccinazione obbligatoria. Anche qui soggiace un ribadire la propria autonomia individuale e una implicita rivolta contro il pubblico, e la sua autorità.

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