Dall’infanzia all’adolescenza, il futuro è un presente di cui avere cura.

A margine della serata di discussione promossa mercoledì 31 marzo 2021 dall’associazione PALOMAR di Pistoia.

La tentazione era troppo forte e non ho saputo resistere. A sentir dire Palomar non ho potuto che pensare a Italo Calvino e ricordando il suo fondamentale lavoro mi è corsa la memoria anche alle sue frequentazioni con gli scrittori francesi e con l’Oulipo-Officina della letteratura potenziale e al loro e al suo costante richiamo ad esplorare le parole.

Sono andato quindi a cercare la definizione che il vocabolario dà di fragile – parola che spesso usiamo in questo periodo per definire i bambini e le bambine e le ragazze e i ragazzi – e ho letto: Che si spezza facilmente, se riferito a cose, o debole, gracile, delicato; di scarsa consistenza o durata, se riferito a persone o in senso figurato.

La domanda che mi pongo e che vorrei proporre è: siamo proprio sicuri che siano i bambini e i ragazzi ad essere deboli, gracili, di scarsa consistenza o – visto che, come dice anche il bellissimo titolo che è stato dato a questa discussione “Il futuro è un presente di cui avere cura”, anche per corso di natura essi dovrebbero essere di più lunga durata, il futuro gli appartiene – non siamo piuttosto noi adulti, a volte, se non spesso, ad essere davvero troppo fragili, soprattutto tenendo conto di quali dovrebbero essere i nostri compiti di educatori?

Se poi, oltre al vocabolario, consultassimo anche un dizionario dei sinonimi e dei contrari, troveremmo che il contrario di ‘fragilità’ è ‘resistenza’: Sforzo contrario che permette di opporsi all’azione di qualcosa o qualcuno.

Provo ad esaminare, facendo riferimento a tre film, alcune strategie di resistenza nell’infanzia e nell’adolescenza.

La prima è quella messa in atto – attenzione!, su ispirazione di un pessimo insegnante – dai piccoli protagonisti di Favolacce (Italia, 2020 di Damiano e Fabio D’Innocenzo, secondo me, parere di tignoso critico cinematografico, opera assai sopravvalutata): l’autoannientamento. La seconda sta in tutto il racconto di un film in questo caso molto sottovalutato come La guerra dei cafoni (Italia, 2016) di Davide Barletti e Lorenzo Conte, tratto dal bel romanzo di Carlo De Amicis: gli adulti vengono praticamente ignorati, come se non esistessero. La terza strategia è quella dei ragazzini e delle ragazzine di Tutti per uno (Le mainò en l’air, Francia 2010) di Romain Goupil: con efficacissima invenzione narrativa essi sono in grado di parlare una lingua che gli adulti non possono nemmeno percepire, come se fosse un ultrasuono della preadolescenza.

In questi mesi come associazione stiamo incontrando esempi di resistenza alla pandemia che molto spesso ci fanno ben sperare, se parliamo di ragazze e ragazzi, o mal sopportare, se parliamo di adulti.

Intendo dire che non è infrequente trovare negli adulti la resistenza intesa come opposizione insistita al cambiamento, come se la situazione precedente alla pandemia fosse priva di difficoltà e criticità. (Non è sempre così, ovviamente, abbiamo molti esempi preziosi, e li abbiamo anche documentati, di insegnanti che hanno attivato percorsi di sperimentazione didattica di grande intelligenza ed efficacia). I ragazzi e le ragazze, invece, spesso continuando a parlare un loro linguaggio segreto, stanno forse elaborando proprie strategie di resistenza attiva. (Anche qui non mancano difficoltà e fatiche gravi, come fenomeni di depressione o di autolesionismo, che non vanno sottovalutati. Anche per questo è necessario un ascolto attento dei segnali che ci inviano). Le conosciamo, queste strategie? Le vediamo? Le sentiamo? Siamo curiosi di capirle? Qual è il compito primo di un educatore se non quello di partire da uno sguardo attento e affettuoso alla realtà concreta dei nostri figli e delle nostre figlie, dei nostri alunni e delle nostre alunne?

Propongo una piccola playlist.

Fragile, si prende la parola in italiano o in inglese, è titolo che possiamo incontrare almeno in tre occasioni musicali. E’ titolo e prima traccia di un cd del 2001 di Fiorella Mannoia. E’ titolo di un disco, pubblicato nel 1971, degli Yes, gruppo inglese di rock progressivo. (La prima traccia si intitola Roundabout. La conoscono quelli come me che all’inizio degli anni Settanta erano adolescenti, ma anche gli adolescenti di oggi, almeno quelli che leggono manga e guardano anime, perché è la sigla finale delle prime due stagioni de Le bizzarre avventure di JoJo).

Ed è anche, Fragile, un brano inserito nel disco Nothing Like The Sun, realizzato nel 1987 da Sting. Colpisce apprendere, a proposito di quest’ultima canzone, che il musicista inglese l’ aveva dedicata a Ben Linder, un ingegnere civile statunitense ucciso nel 1987 dai Contras in Nicaragua mentre lavorava a un progetto idroelettrico e che, il 12 novembre 2016, Sting la scelse come brano di apertura nel concerto al Bataclan di Parigi, che ricominciava a vivere un anno dopo il terribile attentato di cui era stato fatto oggetto.

In quell’attentato morì la giovane veneziana Valeria Solesin. Come in un attentato morì a Strasburgo l’11 dicembre 2011 il giovane giornalista Antonio Megalizzi. Come in quello che possiamo definire un attentato al diritto, alla civiltà e all’umanità perse la vita nel gennaio 2016 Giulio Regeni.

Ho citato questi tre tragici accadimenti perché mi sembrano tre esempi – non gli unici – di come un terribile lutto possa generare forme di resistenza attiva e generativa. Pensiamo a come hanno reagito le famiglie. La famiglia di Valeria Solesin ha voluto una cerimonia di esequie nella quale fossero presenti rappresentanti della religione cristiana, di quella ebraica e di quella islamica. Famigliari e amici di Antonio Megalizzi hanno costituito una fondazione che ha come scopo quello di “portare il messaggio di Antonio in tutte le scuole: essere cittadine e cittadini europei consapevoli, informati e dotati di senso critico”. Paola Deffendi e Claudio Regeni, insieme alla figlia Irene, non hanno mai smesso di chiedere verità sulla morte di Giulio.

“Fragile”, mi dice il dizionario, deriva dal verbo “frangere”. Valeria, Antonio e Giulio sono stati “franti”, colpiti e uccisi da una violenza inaccettabile. “Franti” è participio passato. Ed è anche, forse qualcuno lo ricorderà, il cognome di uno dei personaggi trattati peggio da Edmondo De Amicis nel suo Cuore (“Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. E’ malvagio. (…) Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardare Franti. E quell’infame sorrise”).

Ne riparlò, molti anni dopo, un finissimo intellettuale come Umberto Eco che nel suo Diario minimo del 1963 inserì un imperdibile “Elogio di Franti”. (E va ricordato, per essere onesti, che a parte molte altre pagine di Cuore nelle quali possiamo trovare uno splendido elogio della scuola pubblica, Edmondo De Amicis scrisse anche due romanzi sul valore dell’istruzione per tutte e per tutti come Il romanzo di un maestro (1890) e La maestrina degli operai (1895) e un bellissimo romanzo sulla coscienza di classe socialista come Primo Maggio, rimasto inedito fino al 1980).

Sicuramente Valeria, Antonio e Giulio da bambini non erano dei Franti. Ma Franti, lo avrebbe riconosciuto forse anche lo stesso De Amicis, non era nato così, ma era ciò che il contesto socioculturale di origine aveva permesso o causato che diventasse.

E se Valeria, Antonio e Giulio sono esempi che possiamo portare anche ai nostri figli e ai nostri alunni di come si possa essere, grazie all’amore e alla cultura di chi ha cura di noi, non ‘franti’ ma ‘frangenti’, participio presente, cioè ‘resistenti’, forse, davvero, solo l’ alleanza virtuosa tra generazioni, a patto che noi si riesca prima ad udire e poi a comprendere il linguaggio segreto dei bambini e degli adolescenti, può farci intravedere il respiro di una speranza.

Speranza da concretizzare con scelte che si orientino a favorire l’autonomia e la consapevolezza delle generazioni alle quali abbiamo il dovere di lasciare un futuro aperto. In questo senso sarà necessaria, io credo, una generale presa in carico della proposta di istituzione di un servizio civile obbligatorio, di un anno, a una certa distanza da casa, non istituzionalmente coordinato dal Ministero della Difesa ma da altri di definizione non militare.

Ne riparleremo, ma cominciamo, insieme, a pensarci per elaborare una proposta da offrire alla discussione delle forze politiche.

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