Come sta la scuola? Il punto di vista di un genitore.

Intervento del coordinatore nazionale Carlo Ridolfi al convegno organizzato il 31 marzo 2021 da: VENETO CHE VOGLIAMO

Come persone che hanno a cuore l’educazione possiamo correre il rischio, in questo periodo, di fare due errori madornali.

Il primo è pensare che stiamo attraversando una fase eccezionale – lo è, naturalmente, anche, ma dopo un anno forse non possiamo più considerarla solo questo – e che, quando sarà finita, speriamo al più presto, potremo tornare alla precedente situazione, cosiddetta “normale”.

Il secondo è che, per affrontare le difficoltà di questa stagione durissima, sia sufficiente trovare soluzioni individuali o, tutt’al più, nel ristretto ambito famigliare.

Invece mai come oggi, io credo, è necessario far riferimento sia a tutto ciò che non andava bene prima, nell’epoca “normale”, e alle possibili soluzioni che esistevano ed esisto io per cercare di risolvere le difficoltà; sia riprendere il filo di un rapporto scuola-famiglia che in questi anni, per responsabilità di entrambe le agenzie educative, si è molto allentato, se non addirittura spezzato.

Cosa possiamo imparare, dunque, dalla pandemia?

Prima di tutto che sarebbe forse ora di smetterla di pensare alla realtà educativa come ad un mondo fatto di dentro-e-fuori. Quali sono, cioè, i luoghi nei quali i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi, apprendono e imparano? Non entità separate: la famiglia e la casa, la scuola (che abbiamo spesso considerato soprattutto come ‘aula’), i gruppi di pari in forma strutturata o incidentale (la parrocchia, il gruppo sportivo, gli scout, o semplicemente gli incontri sulle panchine del parco o alla fermata del bus), i media digitali con tutte le loro complesse e varie articolazioni.

Secondo: sarebbe altrettanto ora di smetterla di concepire l’esperienza scolastica come un luogo artificiale dove non ci si concentra mai sul qui-e-ora, ma ci si proietta sempre su una stagione che segue. Il nido serve a preparare all’infanzia, l’infanzia alla primaria, la primaria alla secondaria di primo grado, la secondaria di primo a quella di secondo, la secondaria di secondo grado all’università. O, come da molte parti viene ribadito con insistenza in questi anni, la scuola deve preparare al mondo del lavoro. (Senza magari mai interrogarsi se il lavoro ci sia, di quale tipo, con che diritti e con che doveri per i lavoratori e le lavoratrici).

In sintesi: possiamo iniziare a pensare che il luogo dove si apprende e si impara è la vita e il tempo dev’essere qui e adesso?

Se sono valide queste premesse, ciò che dovremmo fare, insieme – genitori, insegnanti, amministratori, esponenti di associazioni etc. – è aprire canali di comunicazione e di confronto costanti. Ciascuno nel suo ambito di azione e secondo le proprie competenze, ma con il fine comune di provare a favorire la crescita equilibrata, individuale e sociale, dei ragazzi e delle ragazze.

Abbiamo solidissimi riferimenti, ai quali rivolgerci. Prima di tutto la Costituzione. Se ci ricordassimo di ricordare almeno l’art. 3 (E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…), l’art. 30 (E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli…) e l’art. 34 (La scuola è aperta a tutti…) avremmo già una bussola di orientamento ben salda.

A partire da qui mi sento di dire che una delle azioni collettive che si dovrà fare è quella della opposizione più decisa e irrinunciabile a qualsiasi progetto di autonomia differenziata o regionalizzazione del sistema di istruzione. Affidare alle Regioni la possibilità di elaborare i piani di studio o di stabilire i criteri per l’assunzione degli insegnanti significherebbe infliggere un colpo mortale alla scuola come diritto per tutte e per tutti.

Cosa si può fare, in pratica?

Per esempio:

a) Ricorrere allo strumento innovativo dei Patti Educativi di Comunità (ci sono esempi in varie città, da Roma a Napoli a Milano, di recente anche a Padova nell’IC VII; noi ci stiamo lavorando con cinque comuni della Zona Sociale 3 in Umbria) per mettere intorno a tavoli progettuali amministratori e funzionari degli enti locali, dirigenti scolastici e insegnanti, rappresentanti di associazioni, con lo scopo di costruire progetti comuni di intervento per le fasce di popolazione più giovane.

b) Legare la necessità di mettere in sicurezza gli edifici scolastici (non soltanto per la minaccia del Covid 19: servono interventi di vario tipo, da quelli strutturali a quelli relativi agli impianti elettrici, idraulici, di riscaldamento e di areazione) ad una ridefinizione più ampia degli spazi limitrofi, anche e soprattutto in termini di rigenerazione urbana. E’ partito da Milano, ma ha assunto dimensioni nazionali, il progetto Scuola sconfinata, che produrrà a breve un libro collettivo realizzato con la Fondazione Feltrinelli, nel quale saranno inseriti molti esempi pratici e proposte concrete.

c) Attivare in tempi brevi gruppi di mutuo appoggio scuola-famiglia (il 27 febbraio scorso ne abbiamo attivato uno inter-regionale, coordinato dal professor Raffaele Mantegazza, docente di pedagogia interculturale all’Università Milano Bicocca; entro aprile faremo partire anche un ciclo di incontri per genitori e insegnanti a Padova). Mutuo appoggio significa confronto sui disagi e sulle difficoltà che tutti e tutte stiamo vivendo, individuare possibili azioni comuni, costruire piccoli ma incisivi progetti concreti. (Due esempi minimi, ma significativi: se qualche insegnante si sogna di chiedere che nelle interrogazioni a distanza i ragazzi si bendino, comunicare immediatamente come famiglie che si autorizzeranno i ragazzi a non farlo – anche perché dalla benda alla fucilazione, se pure solo morale o didatticamente valutativa, il passo è breve; stipulare ‘Patti fra gente onesta’ secondo i quali le famiglie si impegnano a seguire la costante applicazione per lo svolgimento dei compiti a casa – dalla secondaria di primo grado in su – e, nel contempo, gli insegnanti si impegnano a limitare alle ore 12 del venerdì la comunicazione degli stessi – perché non si può accettare che alle 17 della domenica arrivino mail con nuovi compiti da fare).

Non sono che alcuni esempi, fra i moltissimi possibili, di azioni che dovrebbero anche avere un riferimento necessario nell’azione politica e amministrativa, per un dialogo costante fra cittadini e governo locale, senza il quale la prospettiva rischia di essere quella di un mondo di sudditi, che spesso si arrangiano come possono per il proprio “particulare”.

Ma quel mondo è quello in cui prevarrebbe la legge del più forte. Il legame sociale, invece, ce lo dice il buon senso, ancora prima che l’etica e la politica, tiene solo se nell’intreccio delle relazioni si proteggono prima di tutto i soggetti più fragili.

Anche perché, diciamoci la verità, solo un senso di onnipotenza quasi patologico potrebbe farci autoconvinti del fatto che a noi sperimentare la fragilità non toccherà mai.

Non abbiamo bisogno di eroi, ma di donne e uomini che nel lavoro quotidiano costruiscano socialità.

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