C’è speranza se continua ad accadere

di Carlo RIDOLFI

Questo viaggio parte da lontano. L’estate scorsa – dal 22 al 27 agosto – la Pro Civitate Christiana alla Cittadella di Assisi aveva organizzato l’80° Corso di Studi Cristiani, con il titolo Altro Da Te – PasolinAssisi, dedicando la settimana di approfondimenti al centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini. Il corso ebbe una introduzione particolare, con un concerto, la sera di lunedì 21 agosto, dell’Anonima Frottolisti, eccezionale ensemble di esecutori di musica medievale, che, tra i loro lavori, comprendono anche la colonna sonora del film Chiara, di Susanna Nicchiarelli. Essendo massimamente impreparato sulla figura di santa Chiara, qualche settimana più tardi, trovandomi alla Libreria del Santo a Padova, decisi di cercare qualche testo che mi introducesse alla sua storia. Mi imbattei così nel libro di suor Chiara Amata Tognali Chiara d’Assisi Come si diventa cristiani? pubblicato dalle Edizioni del Messaggero di Padova. Letto il libro, piccolo nella forma e nel numero di pagine, ma denso di passaggi interessanti, chiesi all’Ufficio Stampa del Messaggero di aiutarmi a trovare un contatto con suor Chiara Amata. Grazie alla loro efficienza e cortesia, qualche giorno dopo il contatto fu possibile ed eccomi quindi “imbarcato” (il verbo non è usato del tutto a caso) verso il Monastero di Santa Chiara a Lovere, in provincia di Bergamo, sulle sponde del lago d’Iseo. Accolto con grande gentilezza e amicizia dalla madre suor Emanuela Roberta e dalle sorelle del Monastero, ho potuto porre qualche domanda a suor Chiara Amata.

Buongiorno, suor Chiara Amata. Vorrei iniziare la nostra chiacchierata proprio dalle parole di Chiara d’Assisi in una lettera ad Agnese di Boemia. Scrive santa Chiara: “Con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, sul sentiero di una pensosa felicità“. Sono parole bellissime che mi portano a chiederle: quale rapporto ci può essere tra la velocità delle necessità quotidiane nella quale tutti siamo coinvolti e la necessaria lentezza della riflessione e della preghiera?

Questo è un problema che abbiamo anche noi, nel senso che anche la nostra vita è presa da ritmi piuttosto densi. Il monastero è un laboratorio in continua attività: ci sono servizi da garantire. La cucina, ad esempio. La settimana scorsa io ero di turno in cucina e una giornata del genere inizia alle 5:40 e si è poi impegnate fino a sera. Noi però abbiamo la garanzia di alcuni orari che, per quanto ci sia un minimo di elasticità, non si toccano, e nei quali la preghiera dà una strutturazione alla giornata, che è data dalla Liturgia delle Ore. La Liturgia delle Ore è la preghiera della tradizione ecclesiale, strutturata per cogliere la santità del tempo salvato da Cristo, che assegna ad ogni momento della giornata momenti in cui celebrare la salvezza di Gesù ed è tutta sostanzialmente composta dalla Parola di Dio: Salmi e altri passi della Scrittura. Si comincia la mattina con l’Ufficio delle Letture alle sei meno venti, alle sette le Lodi, sette e mezza la Messa, poi l’ora Terza, il lavoro, a mezzogiorno l’ora Sesta, alle 15:30 l’ora Nona, alle diciotto i Vespri e la sera, verso le nove, l’ora di Compieta. Questa è la struttura della nostra giornata, che garantisce dei tempi di distacco dal lavoro. Questa è una cosa molto buona, che aiuta, anche se non è così scontato che si viva così facilmente e bene, perché avere una struttura così fissa, costringe ad organizzare tutto il tuo lavoro in modo da essere pronta in tutti i sensi, sia nelle attività materiali come la cucina, sia mentalmente, quando si sta pregando. A questo si aggiunge che abbiamo un’ora di meditazione la mattina e un’ora di meditazione la sera e altri momenti che però sono più elastici a seconda di come va la giornata. Questo fatto di porsi degli stacchi, dei momenti fissi è, secondo me, una delle cose più sagge che ci offre la nostra forma di vita. Per chi vive in altri modi, ovviamente non è proponibile in questi termini, però il porre qualcosa di fisso secondo me è fondamentale. Non serve tanto: cinque minuti. Cinque minuti, all’ora che vedo buona, che va bene per me, dedicati a leggere il Vangelo, o a leggere una preghiera che mi piace, o anche solo a fare un po’ di silenzio, vale di più che pregare tre ore una volta ogni tanto. Questa interruzione credo sia fondamentale, per rendere il ritmo della nostra vita più umano e anche per renderla capace di incontrare il Signore.

Torniamo indietro di moltissimo tempo. Nel 1206 (o 1208, le fonti storiche non sono sicurissime) Giovanni di Bernardone, chiamato Francesco, figlio del mercante Pietro, rinuncia pubblicamente ai beni paterni davanti al vescovo di Assisi Guido I. La Domenica delle Palme del 1211 (o 1212) la nobile Chiara passa attraverso una porta stretta dopo aver deciso di fuggire dalla casa paterna e di lasciare tutte le sue ricchezze, per seguire le orme di Francesco. Il titolo di un suo bellissimo libro, che ricorre splendidamente alla figura retorica dell’ossimoro, è Quella prudente follia d’amore. Esiste dunque un abbandono delle origini, forse persino un tradimento (ma generativo e fecondo) attraverso il quale ci si ritrova?

Io credo che nella nostra vita ci siano dei passaggi in cui ci viene chiesta una discontinuità. Un travaglio, un passaggio nel quale si “rinnega” qualcosa delle proprie origini. Secondo me però questo è fecondo se mantiene anche una continuità. C’è una fase in cui una persona vede di più la discontinuità, per esempio, nel nostro caso, quando si entra in monastero, ma ce ne possono essere degli altri. C’è la fase in cui viviamo più drammaticamente, faticosamente la discontinuità, però questa non ci deve far dimenticare che c’è sempre una continuità, perché quel che noi facciamo, anche un salto coraggioso, è sempre in qualche modo appoggiato su quello che si è vissuto prima. Questa discontinuità è molto feconda per quanto hanno sperimentato Chiara e Francesco e per quanto sperimentiamo anche noi se appoggiata a Gesù Cristo, alla sua proposta, al Vangelo. Anche il Vangelo è una rottura di grande discontinuità, ma nello stesso tempo sia con l’umano che con l’ebraismo, col mondo in cui ha vissuto Gesù.

A pag. 44 del suo piccolo ma profondo volume edito dal Messaggero di Padova lei scrive: “Non avere alcun potere né nella società, né nella Chiesa. Questo rende le clarisse molto vicine alla gente, che pure percepisce fortemente questo essere senza potere”. Eppure nella storia degli esseri umani, forse oggi ancor più di ieri, tutto (per il senso comune; per l’economia; per la politica; spesso anche per le relazioni interpersonali) sembra tendere verso la ricerca del potere. Com’è quindi possibile essere “percepite” come “vicine” essendo “senza potere”?

Come sia possibile non lo so: io lo constato! Constato anzi che più passa il tempo più ho l’impressione che la gente si senta solidale con noi, che noi – non per merito nostro, ma forse per come è la società – siamo percepite come il lato buono del mondo e della Chiesa, anche. Non è un merito nostro, non è che noi lo siamo, noi siamo povere persone, povere donne come tutti, però la percezione di noi è questa. Poi che effettivamente siamo senza potere è anche vero: noi siamo qui, ma nessuna di noi ha nulla, nessuna di noi conta qualcosa per se stessa, se abbiamo un significato è perché siamo insieme e cerchiamo di costruire qualcosa insieme. In quello che facciamo dipendiamo esclusivamente dalla benevolenza della gente, perché dal punto di vista economico non riusciamo a mantenerci con il nostro lavoro. Ci poniamo semplicemente per quello che siamo: cerchiamo di vivere il Vangelo, insieme, e questo è tutto. Siamo questo, non abbiamo nessun incarico, nessuna struttura oltre il posto in cui abitiamo. Neanche nessuna particolare abilità per cui brilliamo. Siamo, semplicemente. Mi sembra di percepire che in genere la gente ci vuole bene per quello. Ascoltiamo molto le persone, questo sì.

A pag. 64 leggo: “(Noi) che sappiamo di fluttuare in un universo senza centro e dalla storia difficilmente tracciabile“, diversamente da come si sentivano gli uomini e le donne del Medio Evo, che avevano fiducia in un ordine delle cose, nell’affidabilità del mondo, considerandosi come il centro del mondo. Nel corso dei secoli questo sentire è stato messo in discussione dalla scienza (Darwin), dall’analisi sociale e politica (Marx), dalla psicoanalisi (Freud), dalla fisica (Einstein e Heisenberg), fino a smantellarlo e alla definitiva acquisizione collettiva che non c’è alcun ordine e che non c’è alcun centro che comprenda gli esseri umani. Non ci resta che un vuoto di disperazione o c’è un’altra possibilità?

Devo dire che, sebbene abbia un grande fascino la visione medievale, io sono totalmente da quest’altra parte. Io non conosco mondo più ordinato, più chiaro, di quanto non sia quello di adesso. Ho sempre visto il mondo così: non si sa bene dove va, è pieno di promesse che non si sa bene cosa siano e si fluttua in questo universo e questo mondo è il mio, io mi ci trovo bene. Non ho minimamente un rimpianto di quell’altro, per quanto abbia un grandissimo fascino. Con questo: non ho una soluzione. Vedo che in questo mondo facciamo una grandissima fatica ad annunciare Cristo. Io l’ho incontrato. Chiara e Francesco l’hanno incontrato nel loro mondo, a loro modo, ma è lo stesso Cristo che ho incontrato io e che è fondamentale nella mia vita e io lo ritrovo tranquillamente anche in questo mondo che è così scentrato, confuso, che non si sa dove va. Però vedo che non sono in grado, e non sono in grado intorno a me – qualcuno forse sì, ma in genere sento che c’è molto disagio – nel rendere il Vangelo e Gesù Cristo significativi e fondanti la vita per noi oggi. Questa è una difficoltà che vedo anch’io e alla quale non so dare una soluzione. Però non mi sento minimamente smarrita in questo mondo: è l’entusiasmante mondo in cui io vivo e nel quale costruisco, cerco di pensare una prospettiva, che al momento non ho e non trovo. Ci sono naturalmente delle situazioni che rendono la cosa un po’ difficile, essendo che il Cristianesimo effettivamente si trova a disagio in questo mondo. Tra gli effetti noi vediamo la carenza di vocazioni, di cui soffriamo moltissimo anche noi. Anche la difficoltà – e qua c’è una differenza enorme rispetto al Medio Evo – di fare una promessa. In questo è sconcertante la differenza, perché per Chiara e Francesco fare una promessa che fosse incancellabile ed indelebile era una manifestazione di libertà. Era una cosa bellissima, essere fedeli era la cosa più importante. Invece il non abbandonare ciò che si è promesso – la fellonia nel Medio Evo era il peccato più grave – adesso per noi è lontano. Restiamo affascinati da questo mondo antico, ma non è il nostro, non riusciamo più ad agganciare con questi che magari percepiamo come valori affascinanti, ma non sappiamo più come fare nostri. E su questo, al momento, non ho risposta.

Chiara e Francesco: il loro rapporto con la natura, con la Creazione. Abbiamo imparato, a nostre spese, che considerare la natura altro da noi, da usare e da sfruttare, porta conseguenze catastrofiche, forse irreversibili. Ne ha parlato papa Bergoglio in quella bellissima lettera al mondo che è la Laudato sì. Cosa ci possono dire, al proposito, Francesco e Chiara?

Per quanto riguarda Chiara potrei citare solo un punto in cui emerge questa dimensione della natura, quando lei raccomanda alle sorelle in servizio fuori dal monastero di “laudare il Signore alla vista degli uomini e degli alberi fronzuti”. Francesco, invece, ha molti spunti. E’ evidente che il problema ecologico non esisteva. Possiamo dire che per Francesco tutto manifestava il Creatore e in ogni cosa lui vedeva quello: le creature erano per lui fratelli e sorelle, in quanto espressione di una Creazione comune a tutti noi. Naturalmente questo discorso è validissimo anche adesso, ma non ha più questa pregnanza perché non tutti pensano a Dio come Creatore o non pensano affatto a Dio. Per cui anche fondare il discorso che noi siamo fratelli e sorelle della Creazione è difficile, può risultare romantico, ma come un discorso difficilmente fondato. E questo è un problema.

Grazie, di cuore, suor Chiara Amata. “Siamo”. “Ascoltiamo”. “L’entusiasmante mondo in cui vivo”. Fosse solo per questo – ma c’è stato anche molto altro – valeva la pena di “imbarcarsi” per Lovere.

E grazie, davvero, a tutte le sorelle del monastero di Lovere, anche per aver avuto la curiosità e la pazienza di invitarmi ad un dialogo con loro dopo la (buonissima) cena consumata in parlatorio, nella quale ho provato a raccontare di me, di Mario Lodi, della Rete di Cooperazione Educativa.

Il “viaggio a Lovere” è disponibile anche in Podcast: https://www.spreaker.com/episode/51910085

Per altre notizie e informazioni sul Monastero di Santa Chiara di Lovere: https://federazioneclarisse.com/vieni-a-trovarci/monastero-di-lovere/

Suor Chiara Amata Tognali ha pubblicato i libri:

Quella prudente follia d’amore. Edizioni Biblioteca Francescana. Milano, 2004

Lasciateci la libertà! Caritas Pirckheimer e la vita religiosa nella bufera della Riforma. Edizioni Messaggero. Padova, 2013

Chiara d’Assisi. Come si diventa cristiani? Edizioni Messaggero. Padova, 2021

ASSEMBLEA 2022

Ai sensi dell’art. 11 dello Statuto è convocata per

venerdì 25 novembre ore 23.00 (in prima convocazione) 

SABATO 26 NOVEMBRE 2022 ore 15.00

(in collegamento online)

l’ASSEMBLEA ANNUALE DEGLI ASSOCIATI E DELLE ASSOCIATE all’associazione culturale senza scopo di lucro

C’E’ SPERANZA SE ACCADE @ Rete di Cooperazione Educativa

con il seguente O.d.g.:

1. Relazione del Presidente;

2. Presentazione e approvazione bilanci consuntivo 2022 e preventivo 2023;

3. Varie ed eventuali

(Il link per il collegamento sarà inviato nei giorni precedenti)

VOCABOLARIO DELL’ARCA – PAROLE IN CASO DI DILUVIO
CIRCOLI DI CULTURA SOCIALE – CENTRO STUDI – LE 150 ORE: SCUOLA DI CULTURA POLITICA E SOCIETA’

Un cammino lungo, da riprendere quanto prima. A proposito di un libro che indica molte strade.

di Carlo RIDOLFI

Stefano Fassina, economista, già deputato e viceministro, ha scritto un libro importante. Ha anche accettato, con grande disponibilità e cortesia, di puntualizzare alcuni concetti dopo le considerazioni proposte nella recensione ha accettato. Il dialogo e il confronto sono sempre gli strumenti migliori per poter crescere insieme.

Un tempo si sarebbe detto che questo è un libro che apre un dibattito. Al tempo nostro, oscuro e confuso q.b., il dibattito sembra costretto in una logica binaria (0/1; amico/nemico; oppure rosso/nero, come nella recente campagna elettorale del PD) che mortifica analisi, ragionamenti, approfondimenti e indagini nella complessità.

Che sono, per fortuna, presenti in tutte le pagine del volume scritto da Stefano Fassina (Economista e deputato della Repubblica, già responsabile Economia e Lavoro nel PD guidato da Pierluigi Bersani e poi viceministro dell’Economia e delle finanze nel governo Letta). A partire dal titolo, dove risaltano, a mio parere, la parola mestiere (essere di e fare la sinistra sono un mestiere e non una professione, né nell’antica accezione che individuava figure di rivoluzionari a tempo pieno, né in quella più recente e purtroppo assai diffusa di lavoro redditizio per i singoli, ma con quel carattere di artigianato e di arte ben richiamato da Mario Tronti nel commento che chiude il volume). E, anche, la parola ritorno, perché la politica della sinistra – diciamo dal 1989, per individuare una possibile periodizzazione – ha dismesso i suoi caratteri di azione per trasformare il mondo, limitandosi alla fredda gestione amministrativa di un esistente sempre più lontano dai suoi motivi di esistenza originari. (Con tutto il rispetto per le persone – e forse un po’ meno per le scelte concrete compiute – difficile, davvero tanto, scaldare gli animi e i cuori con il loden di Mario Monti o l’aplomb da banchiere di Mario Draghi).

Stefano Fassina ci propone otto “memo”, otto promemoria, appunti e spunti di riflessione, per tornare a identificare i connotati distintivi della Sinistra (scritto con la “s” maiuscola), purtroppo “dimenticati o ignorati”, e per riconoscere “un disegno, una visione, un neo-umanesimo laburista ed ecologista”.

I primi tre sono dedicati al lavoro che, su questo Fassina ha ragione in pieno, avrebbe dovuto essere la bussola sicura che indicava la direzione da seguire e che, invece e con effetti devastanti che sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli, è stata colpevolmente gettata via in un’enfasi di ‘modernità’ che ha fatto buttare acqua sporca, bambino, panni e mastello tutti insieme e senza distinguere ciò che non era più adeguato e utile con ciò che rappresentava radicamento e identità.

Risultato, assai poco lusinghiero e consolante, “siamo l’unico Stato dell’Unione Europea dove si è registrata, in trent’anni, una riduzione delle retribuzioni in termini reali” (pag. 23) e “il ministero del Lavoro indica che intorno al 25% delle lavoratrici e dei lavoratori del settore privato hanno un reddito al di sotto della soglia di povertà” (id.). Se a questi indicatori si aggiunge il fatto, purtroppo evidentissimo, di un “sostanziale blocco della mobilità sociale (…): i figli ereditano la condizione sociale dei padri” (pag. 24) risulta l’immagine di un’Italia che rischia di mettere alle sue porte d’entrata lo stesso cartello che sta a Civita di Bagnoregio, splendido ma precario borgo in provincia di Viterbo, che fu anche set per alcune sequenze de La strada di Fellini, sempre più minacciato dall’erosione, al punto da accogliere i visitatori con la scritta: “Benvenuti nella città che muore”.

Analisi impeccabile, quella di Stefano Fassina, che arriva tuttavia ad una conclusione che mi permetto di porre in discussione. Quando scrive: “il punto politico cardinale per la Sinistra è migliorare le condizioni materiali di vita delle persone in difficoltà e rispondere al loro smarrimento identitario” (pag. 28) a me sembra – lo pongo come punto critico da approfondire e sul quale confrontarci – che ci sia ancora un legame troppo stretto con una visione troppo economicistica e strutturale, a causa della quale la sinistra storica ha spesso perso di vista le reali condizioni storiche. Cerco di spiegarmi: le “condizioni materiali di vita”, cioè la struttura, non sono mai (su questo persino Marx non era riuscito ad andare più in là di qualche generica intuizione) slegate dalla questione dell’identità (cioè la sovrastruttura). Struttura e sovrastruttura non sono separate, ma distinte. E io posso considerare che la mia gamba è altra cosa dal mio braccio o dalla mia testa, ma se la separo non sono più in equilibrio. L’identità è ambiente complesso e multidimensionale: comprende le origini di genere, di etnia, di provenienza geografica e di nazione, di ambiente sociale, di lingua, di livello culturale, di religione, di orientamento sessuale etc. 

In questo senso (ma è, sia chiaro, non un rilievo alla competenza di Stefano Fassina, ma un richiamo a tutti noi per uno sguardo più ampio) credo sia necessario il riferimento a diversi ambiti disciplinari, per l’analisi della realtà, senza gerarchizzarli e senza trascurarne alcuni a beneficio di altri. L’economia, certo, ma anche la sociologia, l’antropologia culturale, la storia, la linguistica, la psicologia etc. (Marx, di sicuro, ma anche Weber, Lévi-Strauss, Teilhard de Chardin, Chomsky, Bloch e Braudel, Karen Horney, per fare solo alcuni dei moltissimi esempi possibili). 

Dopo il primo “memo” (“La sinistra senza la bussola del lavoro”), il secondo (“Il lavoro prima di tutto”) riprende – verrebbe da dire: finalmente! – due princìpi che avrebbero dovuto essere fondamentali per la sinistra storica e che invece sono stati abbandonati o per ignavia o per colpevole compromissione con l’avversario storico. Scrive Fassina: “La Sinistra deve ambire alla piena e buona occupazione, al Lavoro di Cittadinanza, innanzitutto attraverso la redistribuzione dei tempi di lavoro”. 

Cosa è accaduto, invece, in questi ultimi trent’anni? E’ accaduto che, avendo smarrito la nozione di impegno collettivo (e avendo demonizzato, come spesso ricorda lo stesso Stefano Fassina, anche quella di conflitto), si è lasciata la dinamica sociale in balìa del princìpio contrario. Tutto è divenuto azione e interesse individuale, slegati dal legame sociale. Così si è invocata per decenni la flessibilità (come già detto: in tutto meno che nelle retribuzioni, che sono rimaste rigide e quasi immobili) e si è detto agli uomini e alle donne che, in caso di difficoltà, la parola magica era resilienza, cioè la capacità individuale di assorbire colpi senza essere spezzati definitivamente e, di fatto, di adattarsi senza rivendicazioni alle condizioni di sfruttamento, in attesa (anche questo viene opportunamente ribadito nelle pagine del libro) dello sgocciolamento di qualche residuo di ricchezza verso le parti più deboli della società. 

Com’è stato possibile, mi chiedo, che due battaglie come il Reddito di cittadinanza e le pensioni siano state lasciate in mano l’uno ai CinqueStelle e l’altra addirittura alla Lega? Imprigionati nella logica delle compatibilità, dai vincoli europei alla cosiddetta “Agenda Draghi”, i partiti che si autodenominavano di sinistra hanno dato la stura e, a volte, sono stati persino promotori diretti a provvedimenti che, dalle leggi Treu allo sciaguratissimo Jobs Act, hanno favorito e incrementato situazioni di precariato, di sottosalario, di incertezza.

Lavorare ponendosi come orientamento la piena occupazione, anche attraverso la riduzione degli orari di lavoro, e una conclusione della vita lavorativa che tenga conto delle condizioni reali dei diversi tipi di lavoro (ho visto uomini giovani e grandi e grossi svenire per il caldo di una fonderia; come possiamo pensare di chiedere loro di lavorare in quelle condizioni fino a 67 anni, per giunta attendendo che continuino a votare partiti che hanno scelto di lasciarli lì?) dovrebbero essere due pilastri fondamentali per la costruzione di una moderna sinistra laburista.

Il terzo “memo” (“Il libero mercato svaluta il lavoro e acuisce le diseguaglianze”) conclude la prima parte dedicata alla questione laburista, allargandone la visione a dimensioni antropologiche e istituzionali, sulle quali mi permetto un altro paio di considerazioni critiche.

Stefano Fassina propone qui una discussione, secondo me del tutto opportuna e non viziata da pregiudizi, su questioni cruciali come quelle prese in esame dal cosiddetto “disegno di legge Zan” o, altro esempio non aggirare, sul confronto in merito alla “maternità surrogata” da lui avuto nel 2016 con Bia Sarasini. Dice anche, e su questo concordo in pieno, che su questi temi non sia possibile né giusto rinunciare al confronto con le posizioni e le sensibilità del mondo cattolico. Ma a me pare – senza certezze definitive, ché stiamo parlando di un terreno delicatissimo e che tocca ambiti profondissimi degli esseri umani – che ci sia una insufficienza di base (non imputabile all’autore, ma a una più generale abitudine generalizzante). Intendo dire che, secondo me, su questi temi non siano possibili prese di posizione che non abbiano – prima, sia in senso logico che cronologico – interpellato a fondo chi (donne, gay, trans etc.) vive sul proprio corpo (inteso come integralità dell’esperienza) situazioni e scelte che non poche volte passano attraverso percorsi di sofferenza e di dramma. Non sono cioè possibili assolutizzazioni giuridiche in astratto, senza che si sia ascoltata – non con sufficienza (che non ha Stefano Fassina) e paternalismo, ma con attenzione vera – la voce dei soggetti vivi, reali e concreti.

La seconda questione che mi pare critica nell’esposizione proposta da Fassina – che si trova in questo capitolo e che informa di sé molti di quelli successivi – è quella dello Stato.

E’ assolutamente vero, cioè, che se la Sinistra non ritorna a pensare allo Stato (anche quello nazionale, e in questo senso sono davvero illuminanti e per qualche verso sorprendenti, ma con una sorpresa che apre al nuovo, le considerazioni certamente non scontate o date per acquisite che Stefano Fassina fa in riferimento all’Europa e alle necessarie dinamiche con la storia degli Stati membri) come alla condizione irrinunciabile di garanzia e di protezione di chi lo abita, sbaglierebbe clamorosamente direzione.

In questo senso il secondo drammatico errore, dopo quelli sul lavoro già citati, compiuto in questi tre decenni è stato la modifica al titolo V della Costituzione, che ha aperto la strada, in modo non si sa se irresponsabile o connivente, alla rivendicazioni delle Regioni del Nord (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna), che potrebbe portare ad una Autonomia Differenziata che, come Fassina argomenta in modo ineccepibile, ci orienterebbe verso una rottura dell’unità nazionale che avrebbe effetti davvero drammatici. (Non solo per le regioni del Sud, storicamente più “deboli”, ma anche per quelle che si ritengono più “forti” e che su ambiti quali la sanità e la scuola potrebbero far disastri in termini di privatizzazione e definizione dei criteri di assunzione degli insegnanti e dei programmi di studio).

Resta tuttavia il dubbio (Fassina conosce senza dubbio il grande e purtroppo spesso inascoltato lavoro fatto a partire dal 1972 dal Centro per la Riforma dello Stato) che ci sia ancora una insufficiente considerazione delle condizioni in cui si trova lo Stato italiano, nei suoi apparati amministrativi, nelle sue insufficienze organizzative e burocratiche, se non persino nelle sue contiguità con ambienti criminali. La pongo come questione da approfondire, su una pista di lavoro che dovrebbe aiutarci a elaborare concrete proposte di riforma.

Il breve, ma densissimo, “memo #8” riassume nel titolo e nella trattazione quello che Stefano Fassina sembra proporre come programma per un ritorno alla Politica.

Neo-umanesimo laburista e ambientalista”, senza che diventi per forza il nome di un nuovo partito, mi pare essere indicazione per piste di discussione e di lavoro davvero interessanti e appassionanti.

Discussione e lavoro che dovrebbero coinvolgere, non con consultazioni occasionali ed effimere, ma con punti di elaborazione di cultura sociale veri, continui, considerati e ascoltati, donne e uomini che siano di esperienza politica o neofiti, del sindacato, del Terzo Settore, di diversa appartenenza religiosa e così via.

Servirebbe” – scrive Fassina – “un finale alternativo nei film di Ken Loach” (pag. 116).

Sono pienamente d’accordo. Anzi, indicherei già una possibilità. Vero è che in molte pagine di questo libro importante e da leggere e far leggere vengono in mente, per la profondità e la precisione di molte analisi, molti film del grande regista britannico (per fare un solo esempio, quando Fassina parla delle condizioni di lavoro dei drivers non possono non riecheggiare le immagini e i dialoghi di un film drammatico e pure illuminante come Sorry, We Missed You2019). Ma Ken Loach ha realizzato anche un film documentario, forse un po’ meno conosciuto, The Spirit of ’45 (2013), nel quale ricostruisce come, dopo la devastazione della Seconda guerra mondiale, i governi laburisti seppero dar orientamento alla ricostruzione non solo economica, ma anche sociale e civile, mobilitando le migliori energie della solidarietà, della cooperazione, del legame sociale.

Senza nostalgie passivizzanti o sguardi all’indietro su improbabili bei-tempi-che-furono – perché, come dice Francesco De Gregori: “La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano” – dovremmo, tutte e tutti, e in questo senso il libro di Stefano Fassina ci potrebbe davvero dare una grande mano, ritrovare uno spirito che abbiamo smarrito per pigrizia, ignavia, compromissione o vigliaccheria. 

Non dopodomani né domani, perché il futuro non è garantito per grazia divina, soprattutto in un’epoca nella quale la minaccia nucleare, che speravamo espunta dalla logica umana dopo Hiroshima e Nagasaki, torna a farsi ipotesi contemplabile dai potenti della Terra.

Oggi. Qui e ora. Insieme.

Carlo Ridolfi

Note in risposta.

di Stefano FASSINA

Ringrazio Carlo Ridolfi per l’attenzione dedicata al mio testo. Lo ringrazio in particolare per i rilievi critici, i più interessanti, perché come lui rileva il libro del sottoscritto ha come obiettivo aprire un dibattito sul mestiere della Sinistra, non proporre un ricettario. Il suo primo rilievo investe la vexata questio della relazione tra struttura e sovrastruttura. In particolare, in uno dei miei “memo”, la critica investe il seguente passaggio: “il punto politico cardinale per la Sinistra è migliorare le condizioni materiali di vita delle persone in difficoltà e rispondere al loro smarrimento identitario” (pag. 28). Ridolfi rileva che: “le condizioni materiali di vita, cioè la struttura, non sono mai (su questo persino Marx non era riuscito ad andare più in là di qualche generica intuizione) slegate dalla questione dell’identità (cioè la sovrastruttura). Struttura e sovrastruttura non sono separate”. Sono d’accordo, completamente. La “e” in mezzo tra “migliorare le condizioni materiali di vita delle persone in difficoltà” e “rispondere al loro smarrimento identitario” è intesa come endiadi, non come congiunzione. Quindi, sottintende un legame tra condizioni distinte, ma non separate. Sarei dovuto essere più chiaro, anche perché considero il punto di primaria rilevanza. Nessuna separazione tra struttura e sovrastruttura, ma un’interazione complessa in un contesto multidimensionale, come sottolinea Ridolfi. Il dato politico che intendevo richiamare è il disinteresse maturato dalla Sinistra non soltanto per le condizioni materiali di vita delle persone ma anche, anzi soprattutto, per il loro smarrimento identitario aggravato dalle loro condizioni materiali di vita. Per smarrimento identitario intendo: la perdita delle coordinate per trovare riconoscimento nella propria comunità; l’incomprensione delle valutazioni sociali criminalizzanti il proprio arroccamento “difensivo”; la caduta di fiducia nel “proprio” mondo alla luce degli standard imposti per il “successo”; la sensazione di vuoto di senso al raggiungimento di obiettivi consumistici imprescindibili; il raffreddamento emozionale causato dal sistematico occultamento commerciale del sacro. In sintesi, la “disperazione escatologica”, nelle parole di Matteo Zuppi (Avvenire, 14/08/22). Un circolo vizioso nella persona degradata a “consumatore”.

Anche il secondo rilievo di Ridolfi centra un nodo decisivo per consentire alla Sinistra di fare il suo mestiere: le “capacità” dello Stato, definito qui come amministrazioni pubbliche. Siamo messi male, senza alcun dubbio. C’è voluta prima la pandemia e poi il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per costringere il “senso comune” (da destra e sedicente sinistra) “contro la burocrazia” ed i fautori delle politiche liberiste “starve the beast” (far morire di fame la bestia, ossia lo Stato), a riconoscere che le pubbliche amministrazioni italiane, negli ultimi 30 anni di tagli alla “spesa improduttiva”, sono state spogliate di competenze professionali, sia in termini qualitativi che quantitativi. Abbiamo, tra gli Stati dell’Eurozona, ma anche in confronto al Regno Unito, di gran lunga il più basso numero di dipendenti pubblici in rapporto agli abitanti e l’età media più alta. Anzi, le pubbliche amministrazioni, attraverso le “esternalizzazioni” di servizi essenziali sono diventate la principale macchina di precarizzazione e impoverimento del lavoro. È necessario un programma pluriennale di riqualificazione e ricostruzione delle capacità amministrative a tutti i livelli, in aggiunta ad insegnanti, personale medico, operatori della Giustizia, a cominciare dalle amministrazioni comunali: soltanto attraverso pubbliche amministrazioni di eccellenza si possono attuare politiche pubbliche efficaci. Il programma dovrebbe iscriversi in un quadro istituzionale ridefinito e corretto, innanzitutto sul versante costituzionale, per eliminare lo scempio compiuto nel 2001 all’inseguimento elettorale della Lega Nord con le norme di “regionalizzazione” dello Stato e l’apertura di destabilizzanti spazi all’autonomia differenziata. 

Mi fermo qui. Grazie ancora a Carlo Ridolfi per le interessanti sollecitazioni.

Stefano Fassina

La scuola di Mario

Cento anni fa (17 febbraio 1922) nasceva Mario Lodi. Cento anni dopo, un Mario che sta crescendo – frequenta la III B di Venticano, IC di Montemiletto, con l’insegnante di lettere Enrica LEONE – ci manda queste sue riflessioni sulla scuola di oggi.

Don Milani ha ancora tanto da dire e orecchie cui parlare. Sono quelle dei giovani e delle giovani che abitano la scuola e che da questa spesso non si sentono capiti, accolti, desiderati. Sono giovani come Mario, 14 anni a maggio, e tanta voglia di dire al mondo che non è così che si fanno le cose. È bastato leggere poche righe di Lettera a una professoressa per scrivere un piccolo grande capolavoro di consapevolezza e rabbia. A dimostrazione del fatto che i ragazzi e le ragazze sono capaci di pensieri grandi, di parole belle, di gesti poetici, purché si sappia dar loro lo spazio per esserci e il tempo per ascoltarli. Davvero.

LA SCUOLA DI MARIO

La scuola è l’istituzione pubblica che garantisce istruzione, educazione e soprattutto una formazione completa alle giovani menti.

La scuola è il luogo dove s’incontrano i primi amici, dove si impara a vivere senza i propri genitori e dove si impara come bisogna comportarsi in ogni situazione e contesto.

E’ il primo luogo in cui iniziamo davvero a confrontarci con noi stessi, scaviamo dentro di noi e iniziamo a capire quali sono le nostre passioni, cosa davvero ci piace e cosa no.

E’ proprio a scuola che cresciamo, non solo fisicamente, ma anche mentalmente ed emotivamente, perché impariamo che dagli errori ci si rialza più forti di prima, che per una vittoria non bisogna montarsi la testa e che bisogna essere costanti, senza mai mollare neanche un secondo.

Tutto questo dovrebbe essere la scuola, ma spesso non è così.

Purtroppo è ancora profondamente radicato un sistema di favoritismi palese, che garantisce meriti a chi non è degno e che tende a sminuire l’impegno di altri ragazzi che meriterebbero davvero di essere ricompensati.

In questo sistema vanno avanti solo i ricchi, i raccomandati, i soliti “figli di papà” che anche se incompetenti, si ritroveranno senza alcun merito a guidare partiti politici o a sedere in Parlamento.

Dietro invece, vengono lasciati i poveri, gli emarginati, quelli con meno possibilità, che un giorno per vivere saranno costretti ad andare a spaccarsi la schiena.

Per loro saranno riservate scuole di seconda categoria che non saranno mai in grado di offrirgli la possibilità di una vita migliore.

Oggi molti dicono che ormai questo è passato, che tutte queste differenze non esistono più e che nessuno viene abbandonato al proprio destino, ma io penso che questa sia una convinzione del tutto sbagliata.

Ad esempio credo sia più che netta la differenza tra il sistema scolastico del Nord e quello del Sud, tra quello delle grandi città e quello delle periferie delle città.

La scuola a mio parere non è ancora assolutamente in grado di garantire le medesime possibilità a tutti.

Il problema reale è che la scuola è solo il riflesso di quello che è la società italiana ancora basata su una forte divisione in classi sociali.

Purtroppo anche il governo sembra del tutto indifferente a questa situazione e invece di promuovere lo sviluppo della scuola, investendo per la costruzione di strutture più adeguate e offrendo mezzi moderni che migliorerebbero di molto i metodi di apprendimento, taglia la spesa per la scuola, togliendo ulteriori possibilità agli alunni meno agiati.

Per fortuna nella mia esperienza personale quasi mai si sono verificate situazioni del genere.

Soprattutto alle medie nessuno è mai stato lasciato indietro e ogni volta che qualcuno mostrava o mostra un minimo segno di cedimento, veniva e viene incitato a fare ancora meglio di prima e questo perché ognuno di noi è messo sullo stesso piano, senza alcuna distinzione e tutti siamo chiamati a dare il massimo in ogni circostanza. Per una reale trasformazione del sistema scolastico sarebbe necessario un radicale cambiamento della nostra società, che non deve essere fondata sul sistema dei favoritismi e che ricompensi i propri cittadini in base ai propri meriti e non in base allo status sociale.

Solo in questo modo anche la scuola potrà essere in grado di garantire a ogni alunno, di ogni scuola e di ogni parte d’Italia, la stessa istruzione e le stesse possibilità.

Un altro grave problema è che quando un alunno non riesce ad apprendere, viene dichiarato sbrigativamente unico responsabile di ciò. E’ proprio in questa situazione che alcuni ragazzi manifestano difficoltà di apprendimento e una forte demotivazione.

La scuola, come ho già detto, è un servizio educativo per tutti e tutte e proprio per questo deve riconoscere che ognuno è speciale; le persone sono diverse l’una dall’altra e come tali vanno accettate.

Fra gli studenti problematici molti saranno quelli che verranno emarginati dalla società.

E’ necessario e urgente l’intervento dello Stato in favore degli insegnanti che hanno bisogno di motivazione, di sicurezza, di rispetto e stima per potere dare il meglio di se stessi.

Gli insegnanti, a loro volta, dovranno agire con vero interesse per lo studente, con entusiasmo.

La loro opera di formazione deve avere un’anima.

Una scuola senza anima sarà solo un edificio con dentro delle persone che si guadagnano da vivere e non produrrà pensiero, apprendimento, cultura e sviluppo degli studenti, delle studentesse e della società.

Io sono fermamente convinto che il futuro dell’umanità dipende anche dal rinnovamento dell’educazione scolastica.

Solo così i giovani potranno crescere come persone e cittadini consapevoli.

Mario Antonio IORIO

“Bisogna svirilizzare la guerra e costruire una pace che la cancelli”

Intervista a Adriana CAVARERO di Renzo COCCO (da VERONA FEDELE 1maggio 2022)

Adriana CAVARERO

Adriana CAVARERO nasce a Bra (Cuneo) ne 1947, ma si trasferisce ancora giovane a Verona. Dopo la laurea in Filosofia all’Università di Padova, dove lavora fino al 1984, inizia l’insegnamento all’Università di Verona quale ordinaria di Filosofia politica. Conosciuta per i suoi studi di filosofia antica e di filosofia politica, è stata visiting professor presso importanti Università inglesi e americane quali Warwick, Berkeley, Meg York University e Harvard. Numerose le sue pubblicazioni tradotte in tanti Paesi del mondo. In particolare ha dato alle stampe studi fondamentali su Platone, Hannah Arendt e sulla questione femminile partendo dai miti e dalla radice greca della violenza occidentale. Il suo ultimo libro, edito da Raffaello Cortina, si intitola “Democrazia sorgiva”. Oggi è professoressa onoraria di Filosofia politica presso l’Università di Verona.

Le immagini che arrivano dall’Ucraina invasa dall’esercito russo di Putin sono terribili e nel contempo tragiche: eccidi di massa di civili innocenti; fosse comuni piene di cadaveri giustiziati con un colpo alla testa; violenze inenarrabili a donne, bambini e anziani; distruzioni di scuole, ospedali, teatri; intere città rase al suolo. Questo intollerabile scempio che suscita orrore pone, anche dal punto di vista etico, una serie di domande che riportano alle radici dell’essere umano: perché la guerra? Quali terribili demoni guidano l’uomo-lupo? Come si può arrivare a tali livelli di mostruosità?

Di questi temi abbiamo parlato con Adriana Cavarero, una delle più note e autorevoli filosofe italiane.

Prof.ssa Cavarero, guardando alle vicende dell’umanità si constata che la guerra, da sempre e fino ai nostri giorni, ha un ruolo decisivo nel segnare le svolte della Storia e i destini dei popoli. Nell’Olimpo c’è persino un dio che la impersona. Perché la civiltà non può fare a meno della guerra?

La guerra fa purtroppo parte della storia umana, anche nel senso che è fatta dagli uomini, è un loro prodotto, un’attività specificamente umana. Gli altri animali non si fanno guerra. Ares, il dio della guerra, è ovviamente un’invenzione degli uomini che proiettano nella dimensione del divino le loro esperienze. Quanto alla sua domanda, non legherei il fatto della guerra al concetto di civiltà. Non è la civiltà, comunque la si intenda, a produrre la guerra. Se mai, è la guerra a interrompere e a contrastare il tempo di pace durante il quale la civiltà, generalmente, fiorisce e progredisce. Quindi della guerra si può fare a meno, ma bisogna seriamente impegnarsi a pensare la pace e a far sì che la guerra diventi un tabù, qualcosa di impensabile.

Veniamo all’uomo che ne è il mefistofelico artefice. Quali sono le pulsioni profonde, i demoni che lo spingono a praticare “l’arte della guerra”, ad usare la forza e la violenza, a scegliere il male anziché il bene?

Non so quali siano le pulsioni profonde che spingono alla guerra e alla violenza, e dubito comunque che siano connaturate, che facciano parte della cosiddetta “natura umana”. Se no, lei capisce, non c’è niente da fare. Constato però che, storicamente, l’esaltazione dell’arte della guerra è collegata al predominio di una cultura e di un immaginario virilista. Se vogliamo che la guerra diventi un tabù, dobbiamo innanzitutto lavorare sullo smantellamento di questa cultura e di questo immaginario, ovvero smantellare l’idea che il vero uomo, inteso come maschio – vir – sia un essere potente, prepotente e perciò, inevitabilmente, distruttore. Io non credo che il male e il bene siano concetti assoluti, per così dire immutabili e originari. E non credo neanche che stia a noi scegliere fra il bene e il male, che questa scelta avvenga nell’assoluta autonomia di uno spirito libero. Credo piuttosto che viviamo in una cultura che ha elaborato da mille ragioni per ritenere la guerra un male giustificabile, se non necessario. Come filosofa, mi occupo di contestare queste ragioni e pensare la pace come fine possibile, ovvero come ciò a cui deve mirare il lavoro culturale di chi educa le nuove generazioni.

La polis, vale a dire la comunità, celebra i generali vittoriosi e considera eroi i combattenti morti in battaglia. Per onorare i caduti a difesa della Patria, l’ateniese Pericle si rivolge 2.500 anni fa ai propri concittadini con queste parole: “Furono uomini capaci di osare, consapevoli dei loro doveri, animati nel loro agire da un vivo senso dell’onore” che meritano “l’elogio che il passare degli anni non intacca”. Dunque la guerra (indipendentemente dall’essere offensiva o difensiva) è uno stato naturale dell’uomo e lo strumento principale dell’evoluzione della civiltà?

Lei ha fatto un ottimo esempio di quella che ho definito una cultura virilità. Ritenere che la guerra sia uno stato naturale dell’uomo e lo strumento principe dell’evoluzione della civiltà, propaga questa cultura e la rafforza. Quando leggiamo i grandi testi dei Greci, perciò, dobbiamo farlo criticamente, sennò rischiamo di fare propaganda al loro evidente marchio bellicoso e virilista. Io amo Tucidide (lo storico greco che ha riportato il discorso di Pericle agli ateniesi, ndr), la sua grandezza è immensa, ma lo leggo criticamente.

La faccia contrapposta della guerra è la pace. Ma vi sono tante paci: quella resistenza passiva e della nonviolenta; quella dell’equilibrio del terrore; la pax romana che portava a radere al suolo le città e a spargere il sale sulle macerie perché non vi crescesse più neanche un filo d’erba, ben rappresentata dalla celebre affermazione di Tacito (“fecero un deserto e lo chiamarono pace”). E c’è infine quella della ragione, dei cuori, delle menti che si basa sul principio di essere tutti uomini liberi, fratelli che condividono la Terra. Di quale pace dobbiamo dunque parlare?

Di una pace che non è un fatto, un dato, ma un fine. Una mira per un modello nonviolento di convivenza. So che non è facile, e che sembrano solo parole sentimentali e ingenue le mie. Però constato che, perlomeno per gran parte del territorio europeo, la guerra per 70 anni non aveva avuto luogo e, per la mentalità generale, era quasi diventata un tabù. Tanto è vero che, fino alla sera del 23 febbraio, nessuno di noi pensava che Putin avrebbe bombardato l’Ucraina veramente. Pensavamo che le sue fossero minacce, ma che si sarebbe fermato. In altri termini, molti di noi, compresi i cosiddetti esperti di geopolitica, ritenevano la guerra in Europa un evento impossibile. Ora che il tabù è stato violato, dobbiamo ricominciare da capo, perché la pace a cui miriamo si fa più lontana, più difficile. Parlo di Europa non solo perché sono egoisticamente europea e mi importa meno di altre parti del pianeta – me ne importa, eccome! – ma perché l’Europa, in questi settant’anni, ha potuto rappresentarsi come un laboratorio storico nel quale la guerra diventa un tabù. Pensi ad altre atrocità umane come la schiavitù. Praticata e ritenuta normale – inevitabile, utile, necessaria – per millenni, ad un certo punto, attraverso una notevole mutazione culturale, è diventata un tabù. Quindi i mutamenti culturali sono possibili.

La voce più autorevole e coraggiosa che ha condannato le guerre (compresa con forza particolare l’aggressione della Russia all’Ucraina) definendole “crudeli, insensate e sacrileghe” è stata quella di papa Francesco. Un grido, il suo, angosciato e ricorrente che sembra però rimanere inascoltato, una “voce che grida nel deserto”. Quali riflessioni le suggeriscono le parole del Santo Padre?

Il Papa è una voce importantissima per mirare alla pace. Non credo affatto che sia inascoltato; anzi, credo che la sua parola dia una spinta decisiva a coloro, credenti e non credenti, che lavorano per un mutamento culturale che ha come fine la pace. Ci incoraggia a pensare che ciò che pare impossibile sia invece possibile.

Un’altra vittima delle guerre, in particolare di questa ultima che è documentata mediatamente in ogni istante, è la verità. I massacri, le fosse comuni, le devastazioni sono imputate contemporaneamente all’aggressore e all’aggredito. I medesimi fatti, sotto gli occhi di tutti, hanno una narrazione diametralmente opposta. Il risultato è che non esiste una verità, ma tante versioni della verità. Come è possibile, in questa stordente infodemia, ristabilire il principio della “verità vera”, vale a dire dell’oggettività dei fatti e dell’assegnazione delle relative responsabilità?

Il rapporto stretto fra politica e menzogna, già noto a Platone, diventa ancor più stretto quando la politica lascia il posto alla guerra. Su questo Hannah Arendt ha scritto testi importanti: la menzogna e la propaganda sono potentissime armi di guerra e contribuiscono a rinfocolarla. Quello che mi colpisce oggi, però, non è solo l’eccesso di informazioni che impedisce di distinguere le fake news dalle verità fattuali, ma anche e soprattutto la spettacolarizzazione della guerra, trasformata in un teatro violento per il dibattito televisivo e il divertimento degli utenti. Sui social, ovviamente, la situazione è ancora peggiore. Se ne ricava un’impressione di irrealtà e naturalmente una confusione mentale che non distingue i fatti dalle finzioni.

Vorrei concludere questa intervista in una prospettiva di speranza. Le chiedo: che cosa concretamente ognuno di noi può fare per opporsi alla barbarie della guerra e per avere (uso ancora una volta le parole del Papa) “il coraggio di costruire la pace”?

Il coraggio di costruire la pace è già un gesto importante per il mutamento culturale di cui parlavo e in cui mi impegno da decenni. Intendo dire che il contrario di questo coraggio è proprio la convinzione, per così dire realistica, che la guerra appartenga alle pulsioni distruttive dell’uomo e sia perciò inevitabile. C’è sempre stata guerra e sempre ci sarà: questo è il cinismo di chi non può darsi il coraggio di costruire la pace. A rischio di sembrare folli o ingenui dobbiamo invece dire: c’è sempre stata guerra ma, se lavoriamo con coraggio a un mutamento culturale profondo, più non ci sarà. E’ un lavoro per me e per lei, per chiunque abbia coraggio, ma durerà, temo, il tempo di alcune generazioni.

Il nesso indissolubile tra antifascismo e Costituzione

Riportiamo questo articolo della prof.ssa Alessandra Algostino:

da “Il Manifesto” 25 aprile 2022


Alessandra Algostino

«Il fascismo ha tradito l’Italia, …togliendo ai lavoratori le loro libertà, conducendo una politica di guerra, una politica di odio verso gli altri Paesi, facendo una politica che sopprimeva ogni possibilità della persona umana di veder rispettate le proprie libertà, la propria dignità, facendo in modo di togliere la possibilità alle categorie più oppresse, più diseredate del nostro Paese, di affacciarsi alla vita sociale…» (Teresa Mattei, Assemblea costituente, sed. pom. 18 marzo 1947).

Nelle parole di Teresa Mattei si coglie il senso dell’antifascismo: un antifascismo che coinvolge la Costituzione tutta, un antifascismo da praticare su più livelli.

Il primo livello è il più immediato. È l’antifascismo della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, che sancisce il divieto di «riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista»: una disposizione, invero, dopo gli scioglimenti nel 1973 di Ordine Nuovo, nel 1976 di Avanguardia Nazionale e nel 2000 del Fronte nazionale (quest’ultimo, per incitamento all’odio razziale), indebitamente accantonata, nonostante aggressioni, come quella alla sede della Cgil il 9 ottobre 2021, che mostrano la pericolosità delle organizzazioni neofasciste, a partire da Forza Nuova.

Il secondo livello è la costruzione di una democrazia conflittuale, pluralista e sociale, che è antifascista nella sua essenza e rappresenta un antidoto contro il fascismo; è l’antifascismo che attraversa la Costituzione, una Costituzione armonicamente e strutturalmente antifascista.

Antifascismo è riconoscere che la democrazia è conflitto

Antifascismo è riconoscere che la democrazia è conflitto, che esiste un conflitto sociale; è fondare la Repubblica sul lavoro, nella consapevolezza che lavoratore e imprenditore non hanno gli stessi interessi e che occorre garantire il lavoratore, riequilibrando attraverso il diritto, lo sciopero e l’azione sindacale, rapporti di forza diseguali.

Antifascismo è quindi tutelare i lavoratori contro delocalizzazioni selvagge, lottare contro le condizioni servili dei falsi lavoratori autonomi, della gig economy e dei braccianti agricoli, così come contro il biopotere che si occulta dietro l’home working.

Antifascismo è rendere effettiva la libertà di manifestazione del pensiero, contro una narrazione omologante, rifiutare la logica dicotomica e artificialmente semplificatrice amico/nemico, considerare il dissenso una ricchezza per la democrazia e non criminalizzarlo e reprimerlo.

Antifascismo è creare le condizioni perché possa svilupparsi una partecipazione effettiva e consapevole, muovendo da una scuola e un’università che stimolino la riflessione critica, l’immaginazione, la ricerca libera. Antifascismo, dunque, è opporsi all’aziendalizzazione che funzionalizza il sapere alle esigenze delle imprese, degradandolo all’acquisizione di competenze spendibili sul mercato del lavoro.

Antifascismo è liberare la persona umana, promuovendo il suo pieno sviluppo, nel nome di una effettiva uguale diversità, al netto dei bisogni e dei condizionamenti sociali ed economici.

Antifascismo è garantire e favorire l’espressione del pluralismo, nelle sue forme “dal basso”, così come nei partiti, nella rappresentanza e in Parlamento.

Antifascismo è limitare il potere, equilibrandolo e dividendolo, invertendo la rotta dunque rispetto alla verticalizzazione del potere, prepotentemente accelerata con la “legittimazione” dell’emergenza (terrorismo, migranti, pandemia e guerra).

Antifascismo è ripudiare la guerra e adoperarsi per una comunità internazionale che persegua la pace e la giustizia, ricordando che «totalitarismo e dittatura all’interno significano inesorabilmente nazionalismo e guerra all’esterno» (Calamandrei), e viceversa.

Antifascismo è non introdurre discriminazioni dal sentore razzista fra i profughi e abbandonare politiche di “controllo dei flussi migratori” che causano un genocidio del popolo migrante.

Il terzo livello di antifascismo è combattere il fascismo della “società dei consumi”, che ha dato «altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali» (Pasolini), ovvero il fascismo che risiede nella competitività sfrenata del modello neoliberista che dilaga in tutti gli ambiti della società e della vita, con il suo homo oeconomicus, con la mostruosa metamorfosi (citando liberamente dal Pnrr) della persona in capitale umano, del volontariato in capitale sociale, dell’emancipazione femminile in empowerment nelle condizioni competitive.

Non si intende con questo in alcun modo diluire il senso dell’antifascismo storico, il valore della Resistenza e l’importanza della Liberazione, ma sottolineare come esso segni profondamente la Costituzione e come l’antifascismo impegni a mobilitarsi contro tutte le forme di oppressione, del pensiero, del dissenso, sociali, di genere, economiche e, non ultima, la guerra.

Appuntamento a CENCI dal 27 al 29 maggio per Mario Lodi

Iscrizioni “Mario Lodi nella Scuola di oggi” 27/29 maggio 22 partecipazione in presenza.

Per confermare l’iscrizione ai laboratori in presenza bisogna effettuare un bonifico con le seguenti cifre:
– partecipazione ai laboratori e vitto e alloggio presso la casa-laboratorio di cenci €220
– partecipazione ai laboratori in presenza senza alloggio, con i pasti consumati presso la casa-laboratorio di cenci €170
Il versamento va effettuato con bonifico alla ASSOCIAZIONE CENCI CASA LABORATORIO
IBAN IT80F0344072530000000008055 entro il 30 aprile 2022.
Ricordarsi di indicare nella causale : MARIO LODI IN PRESENZA.

compilare il link  https://forms.gle/m1z7iJwxvjYyESb78

Iscrizioni “Mario Lodi nella Scuola di oggi” 27/29 maggio 22 partecipazione a distanza

Per iscriversi alle 6 ore di laboratori e alle plenarie a distanza €. 40
Bonifico bancario con causale “donazione liberale”

RETE DI COOPERAZIONE EDUCATIVA IBAN IT48I0501812101000011769494 o con PayPal alla mail info@sequestoaccade.it
Da effettuarsi entro il 30 aprile 2022

Per iscriversi ai laboratori e alle plenarie a distanza link https://forms.gle/vzsr6oRdVSHTYoYy9

Esploratori, pionieri: non guardiani.

di Carlo RIDOLFI

E’ stato presentato ieri il Master 2023 Saperi in Transizione. https://www.tiltransition.eu/master-saperi-in-transizione/

Alla domanda “Quali profili professionali servono per la transizione eco-sociale?” ho provato a dare questa risposta.

Nello spazio educativo abbiamo bisogno, io credo, di donne e uomini che stiano sulle frontiere, non per presidiarle come confini invalicabili, ma per favorire il transito:

a) tra le discipline, per metterle in comunicazione e dialogo, e anche tra le modalità di insegnamento di una stessa disciplina. Per esempio: in una scuola in cui ormai la normalità è di classi formate da ragazze e ragazzi che arrivano da una pluralità di provenienze geografiche, culturali, etniche e religiose, che senso ha mantenere gli steccati dello studio della storia o della letteratura solamente nazionali? E’ fondamentale che sia favorita la conoscenza di Dante o di Leopardi o di Manzoni e quella dell’Impero Romano o del Rinascimento o del Risorgimento, ma ciò non dovrebbe impedire che si parli anche di Tolstoj, di Zong Acheng o di Chinua Achebe e che si racconti la storia del colonialismo e della decolonizzazione, tanto per fare solo qualche rapido esempio;

b) dalla forma scolastica canonica (quella che conosciamo tutti e che continuiamo a criticare, non spostandosi quasi mai da essa: la lezione frontale, la competizione, la valutazione solo numerica etc.) alla pedagogia popolare come pratica dell’educazione attiva (che risale, almeno – ma potremmo andare anche molto più indietro – a centro e oltre anni fa, se ci riferiamo al primo congresso mondiale della Ligue pour l’Education Nouvelle di Calais nel 1921);

c) per favorire incontri e reciproca permeabilità tra i diversi momenti e ambienti del flusso educativo, che possono essere distinti per le loro specificità (famiglia; scuola; gruppi strutturati o informali; media etc.), ma non possono essere separati, essendo l’esperienza educativa un continuum.

In un sistema di formazione continua – garantito dall’offerta pubblica con i necessari e doverosi finanziamenti – abbiamo bisogno di trasportatori e trasportatrici di saperi. Traduttori e traduttrici. Esploratori, pionieri, non guardiani di un fortilizio assediato. Per tratteggiare queste figure con due esempi letterari, ci servono Pollicini e Pollicine, lanciatori e lanciatrici di sassolini bianchi che riflettano la luce della luna (le briciole di pane le mangerebbero gli uccellini), per indicarci la strada che ci riporta ai padri e alle madri che ci hanno cresciuto, da Ipazia d’Alessandria a Thomas More, da Jean-Jacques Rousseau a Olympe de Gouges, da Pestalozzi alle sorelle Agazzi, da Maria Montessori a Mario Lodi, Gianni Rodari, Lorenzo Milani e molte altre e molti altri. E ci servono piloti di zattere, come quella che accompagna il viaggio di Huckleberry Finn e Jim lungo il Mississipi, che traducano persone e idee e traghettino saperi e pratiche verso altre sponde di possibile vita comune.

Qui il link per il crowdfunding del master: https://www.produzionidalbasso.com/project/saperi-in-transizione-borse-di-studio-per-il-primo-master-supportato-dalla-comunita/

Convenire ricreando

Qualche riflessione e anche qualche proposta

OBBLIGO E VERITA’

Convenire ricreando

Premessa

Queste riflessioni, che propongo alla lettura e alla discussione, stanno a margine del convegno “Per un diritto alla città pedagogico”, organizzato da Cultura in movimento a Corneliano d’Alba (CN) nei giorni 8-10 aprile 2022 e delle successive discussioni in comunità di pensiero e di azione come Convergence(s) pour l’education nouvelle e Scuola Sconfinata.

Sono appunti e tracce di riflessione e di lavoro che propongo alla discussione.

Intro

(Un gruppo di pellegrini, guidati dal monaco Zenone, 

diretti in Terra Santa per una crociata. Arrivano in prossimità di una pericolante passerella sospesa su un orrido, davanti alla quale si arrestano).

Teofilatto: E ora: un altro cavalcone?

Zenone: Ringraziamo lo Sommo che ci rende la via della salvazione irta di ostacoli! Transitare in fila longobarda! Seguitatemi! 

(Avanza sulla passerella, ma nessuno lo segue).

E che, dunque? Con che animo pugnerete nelle Terre Sante se non ne tenete nemmanco per trapassare un cavalcone? Che temete? Siamo mondi, ormai! Non havvi periglio da che l’eretico fu mondato!

Pellegrino: Ma allora che passi prima lui, ja!

Zenone: Vili! Vili, vili! Cantate e passate! Io vi darò l’exempio! Esso è forte, saldo! Guardate! (Comincia a saltare sulla passerella) Deus vult! Dio lo vuole! Guardate! Ecco la prova! (La passerella si frantuma e Zenone precipita nell’orrido).

Brancaleone: Ove vai, buon padre?

Pellegrini(Pregano). E adesso?

Pellegrino: Tornemo indrio!

Teofilatto: No! Mondi semo, lo monaco lo disse! Isso è sparuto: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto!

Giovane pellegrino: Che vi siete scordato lo voto? In Terra Santa dovemo ire! Dio lo vuole!

Brancaleone: Pace, pace! Isso tiene ragione. Semo sciolti da lo voto. E se da ogni fatto dovemo trarre la sua significazione, issa è questa: Dio non lo vole, Deus non vult! Est claro.

Teofilatto: Non lo vole, non lo vole!

Brancaleone: Ergo: riprendemo la marcia, avante verso Auroc…

Teofilatto(Interrompendolo) Sssh! Non lo nomare lo loco o li avemo ai calcagni.

Brancaleone: Bene, ommeni. Sciolti, eh? Sciolti! Vai, Aquilante! La bona pace a tutti! Ognun per sé! 

Pellegrini(Rimasti indietro, interdetti) Ehi, voi! Andò ite?

Brancaleone: Eh, così, sanza meta!

Pellegrini: Venimo?

Brancaleone: No, no! ITE ANCO VOI SANZA META, MA DA UN’ALTRA PARTE![1]

(da: L’ARMATA BRANCALEONE, Italia, 1966 regìa di Mario Monicelli)

I

Mi capita spesso, da qualche tempo a questa parte, di ritornare con la mente a questa scena di un capolavoro del cinema italiano, attribuendole (in modo arbitrario, com’è ovvio) il senso di una allegoria dello stato di salute (o di mancanza di salute) dell’azione educativa che tutte e tutti cerchiamo quotidianamente di svolgere, nei nostri ambiti professionali e sociali.

Anche noi, mi chiedo, abbiamo seguito in questi anni qualche improbabile santone (o ‘moda’ pedagogica o sirena anglofila) che ci prometteva di condurci verso una terrasanta della liberazione completa? Lo abbiamo fatto con quella carenza di preparazione, di mezzi, di risorse e di intenzione costruttiva che caratterizza la compagnia creata da Monicelli e Age e Scarpelli, con tanta efficacia da aver reso idiomatica l’espressione armata Brancaleone? Siamo stati così sprovveduti e improvvidi da scioglierci come neve al sole di fronte alla difficoltà, dividendoci in minuscoli gruppetti autorassicuranti, sicuri in modo incrollabile solo nell’ andar tutti sanza meta, ma in direzioni diverse?

II

Nel frattempo, dato che il movimento reale delle cose non si arresta ad attender i disorientati, accadono fatti come quelli qui sotto ricordati, solo per fare due esempi particolari, che tuttavia credo significativi:

* la Commissione finanze del Senato vota a maggioranza una risoluzione, da proporre in aula, grazie alla quale verrebbe tolta l’IVA in caso di commercio di armi, che diventerebbero così, di fatto, ‘beni di prima necessità’.

* con 189 voti favorevoli, nessun contrario e un solo astenuto, il Senato ha approvato martedì 5 aprile, in via definitiva, il disegno di legge n. 1371, che istituisce la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”, già approvata dalla Camera dei Deputati. L’Assemblea di Palazzo Madama ha confermato anche la scelta della data proposta, ovvero il 26 gennaio, che coincide con l’anniversario della battaglia di Nikolajewka, il “drammatico ed eroico episodio del 1943 assurto a simbolo del valore e dello spirito di sacrificio delle penne nere”.[2]

Così, mentre potremo vendere e acquistare armi esenteIVA, accadrà che nelle città e nelle scuole italiane si celebrerà il 26 gennaio una battaglia condotta da un esercito aggressore che combatteva al fianco di quello nazista (mi permetto di consigliare di riprendere in mano qualche libro di Nuto Revelli o di Mario Rigoni Stern) e il giorno dopo si ricorderà la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe di quello stesso esercito russo che due anni prima era stato aggredito. 

Mentre noi imo spajati sanza meta nei luoghi della decisione politica si orienta il prossimo futuro e si ridefinisce il racconto storico del passato remoto.

III

Quali sono, allora, le nostre reali e concrete possibilità di azione?

Cerco di indicarne qualcuna, ovviamente senza la pretesa che quelle da me indicate siano le uniche possibili, ma con l’intento di provare a indicare almeno qualche direzione possibile.

Prima di tutto credo che sia essenziale prendere atto che la richiesta principale che ci proviene in questo tempo dai ragazzi e dalle ragazze è, a me pare, quella di avere in consegna il loro presente. Troppe volte, ci stanno dicendo, ci avete raccontato che noi siamo il futuro. Ma il futuro ce l’avete quasi per intero precluso (pensiamo alla situazione ambientale e climatica o alle prospettive di istruzione e di lavoro, per esempio), quindi rivendichiamo di poter dire la nostra qui-e-ora.

Dunque, io credo, ci sono almeno tre passaggi necessari:

  1. Attivare la presa di parola da parte dei ragazzi e delle ragazze, predisponendosi, allo stesso tempo, ad una vera ed efficace condizione di ascolto.
  2. Agire affinché il governo della cosa pubblica, in ambito sociale e culturale, sia orientato a rendere disponibili spazi e mezzi di espressione. Non confondendo direzione politica con organizzazione culturale: come troppo spesso è stato fatto, per indicare un plausibile punto di inizio di quella che a me pare una deriva che ha stravolto i compiti amministrativi, a partire dalle iniziative di un assessore alla cultura come Renato Nicolini – al quale almeno va riconosciuta l’originalità delle idee – che hanno dato la stura ad una concezione degli assessorati come organizzatori di eventi.
  3. Assegnare responsabilità e autonomia ai ragazzi e alle ragazze. 

Su questo piano io credo sia già possibile articolare alcune concrete proposte di intervento, principalmente in due direzioni:

  •  Intervenire sui linguaggi e sui contenuti. Penso, ad esempio, al grande lavoro che è in corso ormai da tempo per la ridefinizione del linguaggio da parte di gruppi come Indici Paritari – Più donne nei testi scolastici e un nuovo linguaggio, che cercano di portare nel dibattito generale e in particolare in quello scolastico una sensibilità fondamentale sulle questioni di genere.

(Vorrei anche aggiungere che anche fra noi mi pare necessaria una riflessione sulle terminologie: con tutta la sincera amicizia possibile vorrei dire che potrebbe essere interessante sostituire l’abusatissima parola cantiere con la più realistica costruzione, l’altrettanto logoro termine laboratorio con officina e, orientandoci quanto più possibile ad espungere qualsiasi connotazione bellica al nostro dire, militanza con attivismo).

  •  Intervenire sui processi. A me pare che ci siano almeno due ambiti di iniziativa e di mobilitazione che potrebbero aggregare interesse e azione:
    • La questione della cittadinanza, che ancora tiene fuori dal diritto di essere a pieno titolo italiani quasi un milione di donne e uomini, moltissimi dei quali nati qui.
    • La questione della presa di parola dei ragazzi e delle ragazze, che sia non solo (anche se è un primo passo ineludibile) ascolto reale delle loro proposte, dei loro bisogni, dei loro desideri, ma anche possibilità reale di decisione e di intervento per la trasformazione dello stato di cose esistente. In questo senso credo sia compito di una elaborazione politica ampia e condivisa (con partiti, sindacati, associazioni professionali, gruppi di rappresentanza di studenti e di genitori etc.) formulare una proposta di revisione degli Organi Collegiali previsti dai Decreti Delegati (DPR 416 31.05.1974), nella direzione di una concreta, verificabile e progressiva facoltà di decisione delle donne e degli uomini che fanno parte del processo educativo e scolastico (insegnanti, genitori, studenti e studentesse, personale di collaborazione).
    • La questione della cura e della difesa, riprendendo la proposta di creazione di Corpi Civili di Pace formulata quasi trent’anni fa da Alexander Langer[3] e costruendo (almeno) una proposta di Servizio Civile Europeo, che abbia, come minimo, queste caratteristiche:
  • Obbligo di svolgimento per ragazzi e ragazze al compimento della maggiore età (fatti salvi i rinvii per ragioni di studio o di salute)

(Ho riscontrato spesso, anche negli ultimi mesi, una sorta di diffidenza, quando non addirittura una decisa repulsione, che in ambito educativo e politico scatta quando entra in uso la parola obbligo, quasi fosse automatico riferimento ad una limitazione di libertà.

Vorrei qui riaffermare, invece, che obbligo e verità, parafrasando un gioco che forse ancora i bambini e le bambine fanno, non sono necessariamente termini antitetici e in opposizione fra loro. Non sono inconciliabili. Non dobbiamo averne paura). 

  • Se è vero, come io credo, che ogni azione è educativa e ogni azione educativa ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, considerare un periodo di impegno interessato e obbligatorio non riconduce per forza ad una costrizione da subire passivamente, ma ad una opportunità di protagonismo e di crescita.
  • Durata di un anno, riconosciuto ai fini previdenziali.
  • In luogo né troppo né troppo poco prossimo a quello di residenza (con scelta facoltativa di ulteriore allontanamento).
  • Non organizzato dal Ministero della Difesa né dalla Protezione Civile, ma da un organismo terzo, preferibilmente non governativo e sovranazionale.

IV

Lavorare per una costruzione, attraverso spazi e momenti di officina, per un attivismo sociale e culturale che generi legame sociale e benessere, significa, prima di tutto, partire dalle fondamenta.

E’ necessario pensare ad una (molteplice) realtà organizzata, che, come tutte le realtà organizzate, ha degli obiettivi (cioè dei risultati attesi) e mette in campo delle azioni pratiche per orientarsi al loro raggiungimento.

Abbiamo cioè bisogno di pensare ad una azione strutturale (penso, ad esempio – non inventando nulla, ma richiamandomi sia ai Cos di Aldo Capitini che ai Circoli di cultura di Paulo Freire – alla costruzione di Circoli di Cultura Sociale che intraprendano azioni di studio e di formazione su elementi di base di storia, filosofia, economia, sociologia etc., ma anche di storia dell’arte, della musica, del teatro, del cinema, della letteratura, della poesia…).

V

Esistono in Italia innumerevoli realtà – organizzate o ancora in fase di germinazione spontanea, di antico radicamento storico o appena affacciatesi – che riflettono, progettano e agiscono orientandosi a mettere in discussione la forma scolastica canonica e a proporre alternative in direzione dell’educazione attiva che coinvolga tutti i soggetti inseriti nel processo educativo.

Tuttavia, sia per una resistenza atavica delle istituzioni e della più generale cultura sociale in materia educativa, sia per le non poche incomprensioni e divisioni che sempre punteggiano come chiodi sul terreno il cammino di trasformazione, queste sensibilità e queste pratiche non sono ancora riuscite a definirsi come campo culturalmente egemone.

Invitando tutte e tutti noi a cercare in priorità d’intenti ciò che ci unisce, mettendo in secondo piano (magari per accorgerci che non è così decisivo) ciò che ci divide, è forse giunto il momento di chiamarci al confronto, alla discussione e alla proposta per una Convenzione di Ri-creazione che, a partire dal prossimo settembre, definisca una proposta in pochi ma condivisi punti per rispondere insieme alla domanda A cosa serviranno l’educazione e la scuola?

Pensiamoci, insieme, per insieme ire verso una qualche meta insieme avvistata.

Carlo Ridolfi

Coordinatore nazionale

Associazione culturale

RETE di Cooperazione Educativa – C’è speranza se accade @


[1] https://www.youtube.com/watch?v=FPMR503pRYk&t=73s

[2] https://ilmanifesto.it/la-giornata-per-nikolajewska-revisionismo-e-memoria

[3] https://www.alexanderlanger.org/it/65/2778